Da garage a referente nazionale: il caso di una startup italiana che ha monetizzato l’economia circolare

Negli ultimi cinque anni l’economia circolare è uscita dai circoli accademici per diventare una leva concreta di mercato. Questo articolo analizza il percorso di una startup italiana, qui chiamata Rinova (nome di fantasia), che ha trasformato un’idea di recupero materiali in un’impresa scalabile, offrendo spunti utili a imprenditori e policy maker.

Introduzione: contesto e genesi
Rinova nasce nel 2018 dall’iniziativa di due ingegneri ambientali e un product manager. L’intuizione era semplice: creare una piattaforma digitale che collegasse imprese edili e manifatturiere con centri di riciclo e rivenditori di materiali rigenerati, semplificando logistica, certificazione e tracciabilità. All’inizio il modello era locale, concentrato nel Nord Italia, con un’offerta di servizi che comprendeva ritiro, selezione e valorizzazione di scarti non pericolosi.

Analisi: metriche, modelli di business e leva tecnologica
Modello di ricavi
Rinova ha adottato un modello ibrido: commissioni per transazione (6–10%), abbonamenti per aziende con volumi ricorrenti e servizi premium di certificazione per mercati che richiedevano tracciabilità. Dopo il primo anno il fatturato è cresciuto del 120% annuo fino al break-even operativo nel terzo esercizio. Il mix ricavi ha progressivamente privilegiato gli abbonamenti, che oggi rappresentano circa il 45% del fatturato ricorrente.

Unit economics e crescita sostenibile
Le metriche chiave hanno mostrato un CAC (costo di acquisizione cliente) iniziale elevato a causa di attività di educazione del mercato, ma una LTV (lifetime value) che superava il CAC di cinque volte dopo 24 mesi di relazione commerciale. Questo gap ha permesso investimenti mirati in tecnologia: un algoritmo di matching tra offerta e domanda e dashboard per monitorare l’impatto ambientale (kg CO2 risparmiata, tonnellate di materiale riciclato), strumenti che hanno ridotto il churn del 18% al 8% annuo.

Tecnologia e partnership strategiche
La piattaforma ha integrato strumenti di geolocalizzazione per ottimizzare rotte di logistica e API per certificazioni digitali, semplificando i flussi documentali per le imprese. Fondamentali sono state le partnership con consorzi di raccolta rifiuti e alcune amministrazioni locali, che hanno fornito volumi iniziali e credibilità. Alla fine del quarto anno Rinova aveva accordi con oltre 1.200 fornitori e 800 acquirenti attivi, con una retention rate del 72%.

Finanziamento e governance
Il primo seed round (500k) è stato raccolto tramite business angel e un fondo locale. Un successivo seed pre-IPO da 3,2 milioni ha permesso di scalare la tecnologia e avviare l’espansione in regioni limitrofe. L’ingresso di investitori istituzionali ha richiesto l’adozione di KPI ESG formali, elemento che ha facilitato contratti con grandi gruppi industriali alla ricerca di fornitori con reporting ambientale affidabile.

Esempi pratici di impatto
Un caso emblematico: un’azienda metalmeccanica cliente di Rinova ha ridotto i costi di approvvigionamento del 22% utilizzando lamiere rigenerate, abbattendo al contempo l’impatto di CO2 di 3.400 tonnellate annue. Un progetto pubblico-privato in partnership con un comune ha trasformato gli scarti di costruzione in materiali per arredo urbano, creando valore economico locale e riducendo la discarica.

Implicazioni future: dalle opportunità ai rischi
Le prospettive per startup come Rinova sono positive: crescente attenzione normativa verso la circolarità, incentivi per la green economy e domanda corporate per supply chain più sostenibili creano un mercato scalabile. Tuttavia, emergono rischi concreti. Primo, la pressione sui margini se grandi operatori logistici entrano nel mercato con pricing aggressivo. Secondo, la complessità della regolamentazione ambientale che varia tra regioni e paesi può aumentare i costi di conformità per chi si espande all’estero.

Strategie consigliate
Per sostenere la crescita le startup devono consolidare due asset: dati e relazioni istituzionali. Investire in data governance permette di offrire certificazioni attendibili e differenziarsi. Sul fronte istituzionale, aggregare le PMI locali e negoziare standard condivisi può creare barriere all’ingresso e stabilità di mercato. Infine, esplorare partnership con attori finanziari per creare strumenti pay-per-use o factoring di materiali rigenerati può sbloccare liquidità per le PMI coinvolte.

Conclusione
Il caso Rinova mostra che l’economia circolare è più di un trend: è un modello imprenditoriale che combina tecnologia, policy e catene del valore locali per creare vantaggio competitivo e impatto ambientale misurabile. Per l’Italia, con il suo tessuto di PMI, la replica di modelli simili può sostenere una transizione produttiva che coniuga crescita e sostenibilità, purché le startup sappiano scalare con disciplina finanziaria e una rete solida di partnership.

Tassi in salita, crescita in bilico: come le banche centrali dei mercati emergenti affrontano la stretta globale

La normalizzazione dei tassi di interesse avviata dalle grandi banche centrali dopo la fase acuta della pandemia ha lasciato un segno profondo sui mercati emergenti. Mentre la Federal Reserve e l’Eurotower hanno reso la politica monetaria più restrittiva per combattere l’inflazione, le banche centrali di economie emergenti si sono trovate a dover bilanciare obiettivi contrastanti: frenare i prezzi, contenere la fuga di capitali e sostenere una crescita già rallentata.

Contesto

Nel biennio 2022–2024 molte economie emergenti hanno visto l’inflazione ridursi rispetto ai picchi registrati dopo la riapertura post-Covid, ma i livelli rimangono spesso al di sopra degli obiettivi ufficiali. La forza del dollaro, il rialzo dei tassi nei paesi avanzati e l’incertezza geopolitica hanno intensificato la volatilità sui mercati valutari e dei capitali. Di fronte a questo scenario, le autorità monetarie hanno adottato politiche divergenti: alcune hanno mantenuto tassi elevati per ancorare le aspettative inflazionistiche; altre hanno preferito tagli mirati per non soffocare una domanda interna debole.

Analisi con dati ed esempi

Prendendo alcuni casi emblematici: in America Latina banche centrali come quella brasiliana e messicana hanno scelto una linea restrittiva relativamente dura. Il Brasile, dopo aver portato il Selic a livelli molto alti per ridurre pressioni inflazionistiche, ha iniziato a valutare riduzioni graduali non appena si sono viste prove di disinflazione sostenuta. Il Messico ha adottato una strategia simile, attento però alle oscillazioni del mercato valutario e dei flussi di portafoglio.

In Asia, l’India ha mantenuto una postura prudente: il Reserve Bank of India ha oscillato tra segnali di normalizzazione e misure per sostenere liquidità e credito, tenendo conto di una crescita ancora robusta ma esposta a shock esterni. In Africa, il Sudafrica ha dovuto confrontarsi con una crescita stagnante e pressioni fiscali, ricorrendo a un mix di tassi relativamente elevati e strumenti macroprudenziali per salvaguardare la stabilità finanziaria.

Le risposte non sono state univoche: alcuni paesi hanno usato interventi sul mercato dei cambi per stabilizzare valute troppo deprezzate; altri hanno introdotto controlli sui capitali o requisiti patrimoniali più stringenti per le banche. I mercati emergenti con riserve valutarie profonde e conti correnti relativamente solidi hanno avuto maggiore spazio di manovra, mentre quelli con elevata esposizione estera del debito sovrano e corporate hanno registrato stress finanziario più intenso.

Un elemento chiave è la natura del debito: molte imprese nei mercati emergenti detengono passività in valuta estera. Un rialzo del costo del denaro a livello globale e una valuta locale debole aumentano il peso del servizio del debito, comprimendo investimenti e investitori esteri. Allo stesso tempo, la stretta monetaria nei paesi avanzati ha alterato i flussi di capitale a breve termine, generando volatilità sui mercati obbligazionari e azionari emergenti.

Implicazioni future

Lo scenario che si prospetta è a doppia via: nel breve periodo i paesi più esposti a shock esterni potrebbero affrontare volatilità e costi di finanziamento più elevati, con possibili ricadute su crescita e occupazione. Nel medio-lungo termine, però, la stretta impone una riflessione strategica su due fronti. Primo, la necessità di rafforzare le riserve valutarie e migliorare la qualità del debito pubblico e corporate per ridurre la vulnerabilità agli shock di mercato. Secondo, la spinta verso politiche structuralmente orientate a incrementare la produttività: investimenti in infrastrutture, digitalizzazione e formazione sono fondamentali per rendere la crescita meno dipendente da flussi di capitale esterni.

Per le imprese, il messaggio è chiaro: gestire meglio il rischio di cambio, rinegoziare esposizioni in valuta estera quando possibile e pianificare scenari di stress. Per i decisori pubblici, l’orizzonte è duplice: preservare la credibilità monetaria per ancorare aspettative inflazionistiche e, contemporaneamente, usare strumenti macroprudenziali e di politica fiscale mirati per sostenere la domanda nei momenti di maggiore sofferenza.

La stretta globale non è un destino immutabile: può essere uno stimolo per riforme che aumentino la resilienza delle economie emergenti. Ma il tempo per agire è limitato: la qualità delle risposte politiche deciderà se i tassi più alti si trasformeranno in un freno temporaneo o in un freno duraturo alla convergenza economica.

Il nuovo volto del Mezzogiorno: PNRR, digitalizzazione e le leve della crescita

Negli ultimi due anni il dibattito sull’economia italiana si è concentrato non solo sulle dinamiche macro nazionali, ma anche su una trasformazione più localizzata: il Mezzogiorno sta mostrando segnali concreti di cambiamento. Tra risorse del PNRR, iniziative di digitalizzazione e riallocazione degli investimenti produttivi, il Sud sta diventando un laboratorio per modelli di sviluppo alternativi e potenzialmente più inclusivi.

Il contesto è noto: il divario economico tra Nord e Sud resta una delle questioni strutturali più rilevanti per l’Italia. Tassi di disoccupazione giovanile e di inattività rimangono più elevati al Sud rispetto alla media nazionale, mentre la produttività per addetto mostra ancora ritardi. Tuttavia, l’ingente disponibilità di risorse pubbliche e la pressione per investire in infrastrutture digitali e green hanno creato opportunità nuove. Il PNRR, insieme ai fondi europei e a una ripresa degli investimenti privati, ha agito da catalizzatore per progetti di modernizzazione che vanno dalla rigenerazione urbana alla logistica portuale, fino ai poli di innovazione e alla formazione tecnica.

Analizzando i dati disponibili, emergono tre filoni principali che spiegano il cambiamento in atto. Primo, la digitalizzazione dei servizi pubblici e delle imprese locali: programmi di digital upskilling, l’apertura di competenze digitali nelle università e la realizzazione di infrastrutture broadband hanno abbattuto costi di transazione e migliorato l’accesso al mercato per micro e piccole imprese. Secondo, la transizione ecologica e gli investimenti in energie rinnovabili e mobilità sostenibile: progetti di efficientamento energetico e nuovi impianti fotovoltaici su scala territoriale non solo riducono i costi, ma creano filiere locali. Terzo, l’ecosistema dell’innovazione: incubatori, tecnopoli e centri di ricerca hanno favorito la nascita di startup e la riconversione di imprese tradizionali verso servizi ad alto valore aggiunto.

Esempi concreti aiutano a comprendere l’impatto. In diverse città meridionali i centri di innovazione nati con supporto pubblico e privato hanno attratto giovani talenti e progetti digitali, mentre iniziative di public procurement orientate all’innovazione hanno favorito l’adozione di tecnologie nelle amministrazioni locali. Nei porti del Sud, piani di digitalizzazione della logistica stanno rendendo più efficiente la catena di approvvigionamento, con ricadute positive sui costi e sulla competitività delle imprese esportatrici. Al contempo, progetti di rigenerazione urbana finanziano la riqualificazione di aree industriali dismesse, trasformandole in spazi per startup, coworking e formazione tecnica.

Le implicazioni per il futuro sono articolate e di lungo termine. Sul piano occupazionale, la sfida è convertire l’iniziale impulso all’occupazione prevalentemente basata su lavori temporanei o legati ai cantieri in posti di lavoro stabili e qualificati. Ciò richiederà investimenti continui in formazione e una maggiore integrazione tra università, centri tecnici e imprese. Sul piano dell’attrazione di capitali, la capacità delle amministrazioni locali di accelerare iter burocratici, garantire trasparenza negli appalti e offrire servizi efficienti sarà decisiva per trasformare i capitali europei e nazionali in investimenti privati duraturi.

Un altro fattore critico sarà la governance dei progetti: la spesa efficace dei fondi dipende da capacità manageriali e da modelli di partenariato pubblico-privato ben strutturati. L’esperienza insegna che progetti replicabili a scala territoriale e ancorati a reti di imprese locali hanno maggiori probabilità di consolidarsi. Inoltre, il consolidamento di una cultura imprenditoriale che guardi all’export e alla specializzazione tecnologica potrà ridurre la fragilità strutturale del tessuto produttivo meridionale.

In sintesi, il Mezzogiorno non è più solo il terminale di un’agenda di emergenza sociale ed economica: sta diventando un banco di prova per politiche che combinano investimenti pubblici, innovazione digitale e sostenibilità ambientale. I risultati finora sono incoraggianti, ma non deterministici. Il successo dipenderà dalla capacità di trasformare gli interventi a breve termine in processi sistemici di crescita inclusiva, con una governance che sappia mettere insieme competenze, capitale e visione strategica. Se ciò avverrà, il nuovo volto del Sud potrà diventare non solo una risposta al divario interno, ma un fattore di competitività per l’intera economia italiana.

Internet mobile, Bari è la città dove la rete “corre” di più

Scaricare un film in pochi secondi, caricare video in un battito di ciglia, lavorare in mobilità come se fossimo collegati alla fibra di casa. È la promessa del 5G. Ma nella vita reale, quanto va veloce la rete mobile in Italia?

Possiamo scoprirlo attraverso i dati della campagna 2025 di drive test pubblicata sul portale Misura Internet Mobile e realizzata dalla Fondazione Ugo Bordoni su incarico dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, in base alle delibere 23/23/CONS e 167/25/CONS. Il lavoro è squisitamente tecnico, certo, ma fornisce informazioni davvero utili.  

Velocità medie: in download si attesta sui 331 Mbps

Partiamo dai dati generali. Nelle misurazioni statiche, cioè effettuate in punti fissi, la velocità media in download si attesta intorno ai 331 Mbps. In upload, invece, si viaggia sui 58 Mbps. Questo significa che scaricare è un processo molto rapido, caricare un po’ meno, ma comunque su livelli impensabili fino a pochi anni fa.

Quando si passa alle misure dinamiche urbane – quelle effettuate in movimento, nel traffico quotidiano delle città – la velocità media scende leggermente: circa 269 Mbps in download e 54 Mbps in upload. Una flessione fisiologica, dovuta alla mobilità e alla variabilità del segnale.
La campagna si è svolta tra settembre e dicembre 2025 in 45 città italiane, applicando il principio della “best technology” disponibile in ogni punto di rilevazione, quindi privilegiando il 5G dove presente.

Quali sono gli operatori coinvolti

L’analisi ha riguardato le reti mobili di Fastweb, Iliad, TIM, Vodafone e Wind Tre. Tutti operatori che, con infrastrutture proprie, coprono almeno il 50% della popolazione.

Non è una gara a chi vince, ma un monitoraggio complessivo delle prestazioni. E i numeri, nel complesso, raccontano di reti ormai mature.

Le città più veloci

Ci sono differenze interessanti nella velocità delle reti mobili a seconda delle città. A Roma la velocità media in download è di 325 Mbps, con 52 Mbps in upload. A Milano si sale a 329 Mbps in download e 64 Mbps in upload.A Torino si toccano i 355 Mbps in download e 67 Mbps in upload, mentre Bologna e Firenze restano sopra i 340 Mbps in download. Napoli si ferma a 284 Mbps, Palermo a 299 Mbps.

La sorpresa è Bari, che registra la media più alta tra le città citate: 416 Mbps in download e 75 Mbps in upload. Numeri che fanno impressione.

Pubblicato
Categorie: Web

App di appuntamenti: una nuova analisi mette in luce possibili falle nella privacy

Un nuovo studio condotto da Mozilla ha sollevato preoccupazioni sulle pratiche di privacy adottate dalle app di appuntamenti, rivelando che molte di esse raccolgono più dati del necessario. Insomma, le applicazioni di dating – che per necessità raccolgono grandi dati personali – sono sarebbero così rigorose nella loro gestione. La questione è decisamente sensibile, dato che queste app hanno una grandissima diffusione in tutto il mondo e in tutte le fasce di età. Insomma, se si usano queste app per trovare l’anima gemella, si può stare sicuri?

Le 25 app sotto la lente 

Mozilla, riferisce Ansa, ha esaminato 25 app di appuntamenti, etichettandone 22 come critiche dal punto di vista della sicurezza dei dati personali. L’80% di queste potrebbe condividere o vendere le informazioni degli iscritti per scopi pubblicitari. Tra le app esaminate ci sono Hinge, Tinder, Ok Cupid, Match, Plenty of Fish, Blk e BlackPeopleMeet, che monitorano gli utenti tramite la richiesta di geolocalizzazione dei loro dispositivi. Alcune, come Hinge, raccolgono dati sulla posizione anche quando non sono attive.

App con pratiche corrette di privacy

Secondo Mozilla, le uniche due piattaforme con processi corretti di privacy sono Happn e Lex. Tuttavia, la maggior parte delle app difende la raccolta massiccia di dati per migliorare le corrispondenze. “Le app di incontri affermano la necessità di avere più dati possibili sugli utenti per fornire corrispondenze migliori” sottolinea Mozilla. “Tuttavia, se tali dati finiscono nelle mani dei broker, possono esservi gravi conseguenze”.

Gli esempi non mancano. Di recente, infatti, il Washington Post ha segnalato che un gruppo religioso negli Stati Uniti ha acquistato dati da Grindr per monitorare alcuni membri della comunità.

Il caso di Grindr e l’uso dell’intelligenza artificiale

Grindr ha ottenuto uno dei punteggi più bassi nella revisione di Mozilla, con pratiche insufficienti nella gestione della privacy e sicurezza degli iscritti. Molte app utilizzano anche l’intelligenza artificiale per offrire abbinamenti più veloci, ma ciò solleva ulteriori preoccupazioni per gli esperti.

“Per creare abbinamenti più forti, gli utenti devono compilare numerosi sondaggi su interessi e personalità e condividere immagini e video” dicono da Mozilla. “L’intera esperienza dipende dalla quantità di informazioni condivise. Per questo, le app di appuntamenti devono proteggere i dati dallo sfruttamento, con un occhio maggiore alla cybersecurity”. 

Pubblicato
Categorie: Web

Quali sono i trend del 2024 per l’e-commerce? 

In vista del 2024 le aziende sono orientate ai prossimi obiettivi di crescita, e le strategie per fidelizzare la clientela ed espandere il raggio d’azione commerciale si accompagnano a una predisposizione accurata dei canali online.
Per essere pronti a cogliere tutte le opportunità dell’e-commerce Calicantus offre una panoramica sui maggiori trend italiani e internazionali dell’anno che sta per iniziare. Il primo, è la consegna in 24h, cruciale per mantenere un alto vantaggio competitivo. Il secondo, essere presenti all’interno di Marketplace con schede prodotti ricche di immagini e dettagli, per sfruttare in modo efficiente il potenziale di mercati online.

Ma nell’arco dei prossimi mesi ci si aspetta anche un significativo aumento del Social Commerce, con nuove opportunità per coinvolgere e incrementare la base clienti.

Intelligenza artificiale generativa e Realtà aumentata

AI e apprendimento automatico, poi, stanno trasformando radicalmente l’e-commerce. Il potenziale della Realtà Aumentata poi è immenso, e nel 2024 le aziende che la incorporeranno nelle strategie di e-commerce otterranno un vantaggio competitivo significativo.
Mediante l’AI generativa, poi, la funzionalità legata alle Ricerche Vocali sarà decisamente potenziata per rendere la Customer Experience più coinvolgente e con un approccio conversazionale.
Ma quando l’e-commerce ha volumi di vendita importanti, diventa fondamentale implementare un Sistema di Gestione degli Ordini (OMS), in grado di orchestrare tutte le fasi secondo una customer experience eccellente.

Puntare su servizi in abbonamento e transazioni B2B

Non sono da meno i servizi in abbonamento, tendenza destinata a proseguire anche nel 2024. Per un lancio di successo, è cruciale implementare un sistema di gestione abbonamenti user-friendly, perché adottando i servizi in abbonamento si aprono opportunità per coltivare relazioni durature con i clienti e generare entrate ricorrenti.
Anche le transazioni B2B si sposteranno sempre più online, rendendo necessario un cambiamento nel modo in cui le aziende interagiscono con i Buyer.

Secondo Wunderman Thompson, il 90% degli utenti si aspetta un’esperienza d’acquisto simile al B2C anche nell’ambito B2B.
GenZ e Millennial stanno assumendo ruoli di responsabilità decisionali per gli acquisti B2B, e preferiscono ricercare e comprare prodotti online, spesso eludendo le tradizionali interazioni di vendita.

Tutti i plus dell’Advertising

L’Advertising resta un’attività fondamentale per la promozione dell’e-commerce, e nel 2024 vede alcuni sostanziali cambiamenti. Anzitutto, per avere automazioni ottimizzate sono necessari i dati, pertanto i tracciamenti diventano fondamentali.

Ma nel 2024 gli esperti dovranno affrontare normative sulla privacy più severe e il rifiuto dei cookie di terze parti. Di conseguenza, il settore si sta spostando verso la priorità data ai dati proprietari come nuovo standard, nonché l’utilizzo più massiccio delle conversioni avanzate.
Ignorare i social media nelle strategie PPC, poi, limita il raggio d’azione. Occorre quindi scegliere quali piattaforme sono le più adatte ai potenziali acquirenti per inserirli nella strategia aziendale.

Pubblicato
Categorie: Web

L’Intelligenza artificiale non è immune dagli attacchi informatici

I sistemi basati sull’Intelligenza artificiale sono immuni dagli attacchi informatici? Pare di no. Le tecniche e gli obiettivi dei cyber criminali sono in costante progresso e spesso sfruttano l’attualità o i temi emergenti nel dibattito pubblico, come l’Intelligenza artificiale.
“Si potrebbero raggruppare gli attacchi all’AI in due macrocategorie – spiega all’Ansa Pierluigi Paganini, ceo di Cyberhorus e professore di Cybersecurity presso l’Università Luiss Guido Carli -. Cioè gli attacchi contro i sistemi e gli attacchi ai modelli di Intelligenza artificiale”.
Ad esempio, con l’aumento di popolarità del software di Intelligenza artificiale ChatGpt è stata osservata la creazione di nuovi virus e minacce informatiche, così come la creazione di e-mail che distribuiscono phishing.

Manipolazione dei dati di addestramento o modifica dei parametri del modello

“Alla prima categoria – continua Paganini – appartengono gli attacchi all’infrastruttura su cui si basa un sistema di AI, ad esempio, alle reti o ai server che lo ospitano, alle comunicazioni tra le componenti e l’accesso non autorizzato ai dati ed al modello stesso. Gli attacchi appartenenti alla seconda categoria prendono di mira specificamente il modello di AI utilizzato dal sistema. Un esempio è la manipolazione dei dati di addestramento o la modifica dei parametri del modello. In un attacco basato sulla manipolazione dei dati l’attaccante modifica o manipola i data set utilizzati per l’addestramento o l’alimentazione di un modello di Intelligenza artificiale con l’intento di interferire con il suo comportamento”.

Fornire ai sistemi dati studiati per influenzarne il comportamento

“Immaginiamo, ad esempio, di addestrare un sistema per il riconoscimento di un attacco informatico – osserva Paganini -: qualora un attaccante riuscisse a fornire false informazioni sugli attacchi nel set di addestramento potrebbe portare il modello a non riconoscere correttamente un attacco quando questo si verifica. In realtà i modelli possono essere attaccati non solo in fase di addestramento, ma anche in fase di esercizio, ovvero fornendo ai sistemi basati sull’AI dati studiati per influenzarne il comportamento e indurre il sistema a prendere decisioni errate”.

Eludere le limitazioni imposte per l’iterazione con gli umani

“Un’altra tecnica di attacco ai dati, nota come attacco di inferenza, consiste nel tentativo di ottenere informazioni sensibili dal modello di AI mediante una serie di interrogazioni ad hoc – puntualizza il ceo -. Questi attacchi potrebbero essere sfruttati per eludere le limitazioni imposte al modello nell’iterazione con gli umani. Una ulteriore tecnica di attacco potrebbe avere come obiettivo quello di ‘avvelenare’ il modello di Intelligenza artificiale usato da un sistema. Può essere condotto in diverse fasi del processo di addestramento, dalla raccolta dei dati all’addestramento stesso. Talvolta si parla anche di ‘modifica dei pesi del modello’, ovvero della capacità di un attaccante di modificare direttamente i pesi del modello durante la fase di addestramento”.

Pubblicato
Categorie: Web

Come si festeggia San Valentino in Italia?

Tra regali, cene romantiche, fiori e altri omaggi il 14 febbraio, festa di San Valentino, poco più di dieci milioni gli italiani per celebrarla hanno speso circa 71 euro a persona, un budget in netto recupero rispetto agli anni precedenti e superiore del +35% rispetto al 2019. A stimarlo è Confesercenti, sulla base di un sondaggio condotto da SWG. Complessivamente, a celebrare il San Valentino quest’anno è stato il 28% della popolazione maggiorenne, una quota in ascesa rispetto al 24% dello scorso anno. Ma c’è anche un ulteriore 14% che era indeciso se celebrare la festa degli innamorati, e che ha optato per una cena o un regalo last minute. Del 58% che non ha partecipato a San Valentino, il 43% lo ha fatto perché non è solito festeggiare la ricorrenza, mentre il 15% perché single.

Ditelo con una cena…

Il dato medio di 71 euro nasconde, però, una forte polarizzazione. Il 18% si è tenuto sotto i 30 euro di spesa, mentre il 34% ha voluto ‘investire’ tra i 30 e i 50 euro, il 22% è arrivato fino a 100 euro mentre il 18% ha scelto doni da 100 fino a oltre i 200 euro. Tra gli innamorati, la cena romantica è la celebrazione più gettonata, scelta dal 59%. Di questi, il 62% ha optato per una serata romantica al ristorante, mente il 38% ha preparato una cena speciale tra le mura di casa.

con un fiore…

Resta forte, però, anche la tradizione dell’omaggio floreale. A regalare fiori acquistati presso un negozio o un mercatino specializzato è stato il 23%. I fiori più richiesti, quest’anno, sono stati tulipani, gerbere, anemoni, ranuncoli e orchidee. Senza dimenticare la classica ‘rosa rossa’, che rimane la regina di San Valentino, anche se quest’anno, spiega il Presidente di Assofioristi Ignazio Ferrante, “soffre l’aumento di prezzo dovuto al caro energia”. 
Un nuovo problema, a cui si aggiunge la vecchia questione dell’abusivismo: il 6% di chi festeggia ha comprato fiori dove capita, finendo spesso ad acquistare, anche inconsapevolmente, da venditori abusivi. Per contrastarli, spiega Ferrante, “serve attenzione da parte dei consumatori, ma sarebbe necessario maggiore controllo da parte delle autorità, nel rispetto del lavoro delle imprese oneste”.

…o con un altro dono

Ma la festa di San Valentino non si esaurisce in cene e fiori. Sono stati molti gli italiani che hanno scelto, in alternativa o in aggiunta, altri tipi di doni. Il 26% si è orientato su un prodotto di profumeria, mentre il 22% ha tenuto viva la tradizione dei cioccolatini. Il 19% ha invece optato per un gioiello o un accessorio di gioielleria, mentre il 10% per un prodotto o un accessorio moda, il 5% ha regalato un servizio o un prodotto di cosmetica o benessere, e un ulteriore 17% un altro tipo di regalo. Un 6%, invece, ha scelto un viaggio insieme al partner.

Pubblicato
Categorie: Web

Gli orribili otto: le tecniche dei principali gruppi di ransomware

Un’analisi sulle tattiche, le tecniche e le procedure (TTP) più comuni utilizzate durante gli attacchi dagli 8 gruppi di ransomware più prolifici. È quanto ha condotto il team di Threat Intelligence di Kaspersky sull’attività di Conti/Ryuk, Pysa, Clop (TA505), Hive, Lockbit2.0, RagnarLocker, BlackByte e BlackCat. Si tratta di gruppi attivi tra marzo 2021 e marzo 2022 in Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, dove hanno preso di mira oltre 500 organizzazioni in settori quali la produzione, lo sviluppo di software e le piccole imprese. La ricerca ha rivelato che gruppi diversi condividono più della metà della catena di cyber-kill ed eseguono le fasi principali di un attacco in modo identico.

Gli attacchi seguono uno schema prevedibile

Questo studio sul ransomware moderno servirà a capire come operano i gruppi di ransomware e come difendersi dai loro attacchi. La ricerca ha analizzato il modo in cui i gruppi di ransomware impiegano le tecniche e le tattiche descritte in MITRE ATT&CK, e ha riscontrato molte somiglianze tra le loro TTP lungo tutta la catena di cyber-kill. Le modalità di attacco dei gruppi si sono rivelate piuttosto prevedibili: gli attacchi ransomware seguono uno schema che comprende la rete aziendale o il computer della vittima, la distribuzione del malware, le nuove scoperte, l’accesso alle credenziali, l’eliminazione delle copie shadow, la rimozione dei backup e il raggiungimento degli obiettivi.

Il riutilizzo di TTP comuni facilita l‘hacking

I ricercatori spiegano anche da dove deriva la somiglianza tra gli attacchi. Ad esempio, emerge un fenomeno chiamato Ransomware-as-a-Service (RaaS), secondo il quale gruppi di ransomware non distribuiscono il malware da soli, ma forniscono solo i servizi di crittografia dei dati. Dal momento che chi distribuisce i file dannosi vuole anche semplificarsi la vita, vengono utilizzati metodi di consegna dei modelli o strumenti di automazione per ottenere l’accesso. Inoltre, il riutilizzo di strumenti vecchi e simili rende la vita più facile agli attaccanti, riducendo il tempo necessario per preparare un attacco, mentre il riutilizzo di TTP comuni facilita l‘hacking. L’installazione lenta di aggiornamenti e patch da parte delle vittime le rende poi più vulnerabili. Sebbene sia possibile rilevare tali tecniche, è molto più difficile farlo in modo preventivo. 

“Un incubo per il settore della cybersecurity”

La sistematizzazione dei vari TTP utilizzati dagli attaccanti ha portato alla formazione di un insieme generale di regole SIGMA in conformità con MITRE ATT&CK, che aiuta a prevenire tali attacchi.
“Negli ultimi anni il ransomware è diventato un incubo per l’intero settore della cybersecurity, con continui sviluppi e miglioramenti da parte degli operatori del ransomware – commenta Nikita Nazarov, Team Lead Threat Intelligence Group di Kaspersky -. Per gli specialisti di cybersicurezza è lungo e spesso impegnativo studiare ogni singolo gruppo di ransomware e seguirne le attività e gli sviluppi, per cercare di vincere la gara tra attaccanti e difensori”.
Lo scopo della ricerca è quindi quello di fungere da guida per i professionisti della cybersecurity per facilitare il loro lavoro.

Pubblicato
Categorie: Web

Lo spuntino degli italiani? Frutta, snack e cioccolato

Cosa scelgono gli italiani quando vogliono consumare uno spuntino? Frutta, snack e cioccolato. Lo rivela una ricerca effettuata da Natruly, startup spagnola del cibo salutare, che sbarcata in Italia a novembre 2021 ha realizzato una ricerca tra i consumatori italiani per capire come si muove il mercato in fatto di merende. Insomma, voglia di uno spuntino? “Sì, ma ai prodotti industriali in commercio, vorrei trovare alternative sane”: così hanno risposto al sondaggio il 52,94% degli italiani intervistati da Natruly. Di fatto dalla ricerca emerge il quadro di un Paese che ama gli spuntini tra i pasti: solo l’8,42% degli intervistati non sembra avere questa abitudine, mentre il 45% vi ricorre da 1 a 3 volte al giorno, soprattutto durante il pomeriggio. Il sondaggio evidenzia infatti che il momento migliore per uno spuntino è il pomeriggio.

Rallegrare la giornata con qualcosa di buono

Se gli intervistati cercano alternative sane ai prodotti industriali le ragioni che spingono gli italiani a spezzare la giornata mettendo qualcosa sotto i denti sono molteplici. Per il 39,6% si tratta di rallegrare la giornata con qualcosa di buono, per il 30,2% è un modo per fare una pausa dal lavoro, e il 37,3% considera lo spuntino un’abitudine sana. E ancora, se nel target italiano oggetto del sondaggio il 40% sceglie la frutta come spuntino, tra le opzioni preferite ci sono anche snack dolci industriali (39,11%), seguiti dal cioccolato (38,61%). La domanda “Cosa ti piace mangiare a merenda?” consentiva infatti di dare più di una risposta.

Sì agli snack industriali, l’importante è controllare l’etichetta 

Quando gli italiani comprano snack industriali per fare uno spuntino, però, controllano l’etichetta, soprattutto per verificare gli ingredienti (37,62%), le calorie o lo zucchero (32,67%), e gli additivi artificiali (28,22%).
“Qualunque sia la ragione che spinge a scegliere la merenda, resta il problema che l’industria alimentare propone spuntini golosi, ricchi di zucchero spesso composti da ingredienti artificiali, di solito molto calorici e poco sazianti, tanto da stimolare a un consumo eccessivo – spiega Niklas Gustafson, fondatore di Natruly insieme a Octavio Laguía -.  Alla base dell’alimentazione bilanciata, invece, ci sono ingredienti sani e corrette abitudini”.

Identikit del campione

I partecipanti al sondaggio di Natruly sono per il 37,62% uomini e il 62,38% donne. Il 38,62 è residente al Nord, il 22,77% al Centro, la stessa percentuale al Sud, e il 15,84% nelle isole. Quanto al titolo di studio, il 53,5% ha un diploma di maturità, e per lo più si tratta di laureati o diplomati. Inoltre, il 31,82% fa parte di un nucleo familiare di 4 persone, e il 69,8% si occupa degli acquisti in famiglia.

Pubblicato
Categorie: Web