Riforma fiscale e investimenti pubblici: quali effetti per la ripresa del Sud Italia?

Negli ultimi anni il dibattito sulla ripresa economica italiana si è concentrato sempre più sull’equilibrio tra riforme fiscali e investimenti pubblici, con particolare attenzione al Mezzogiorno. Il contesto odierno vede il governo impegnato a conciliare la necessità di stimolare crescita e occupazione con vincoli di finanza pubblica e obiettivi europei. In questo articolo analizziamo come le recenti proposte di modifica del sistema fiscale e il piano di spesa per infrastrutture possano incidere sulle prospettive economiche delle regioni meridionali, fornendo dati, esempi concreti e possibili scenari futuri.

Introduzione: il Mezzogiorno tra fragilità e potenziale

Il Sud Italia resta il fanalino di coda per PIL pro capite, tasso di occupazione e produttività rispetto alla media nazionale. Secondo le ultime stime ISTAT, il PIL pro capite del Mezzogiorno è circa il 60–65% di quello del Centro-Nord, con tassi di disoccupazione giovanile che superano spesso il 30% in alcune province. Allo stesso tempo, il territorio meridionale ospita risorse naturali e culturali, una posizione strategica nel Mediterraneo e nicchie produttive ad alto potenziale (agroalimentare di qualità, turismo esperienziale, logistica e energie rinnovabili). La sfida è quindi trasformare queste potenzialità in crescita sostenibile attraverso politiche fiscali mirate e investimenti pubblici efficaci.

Analisi: impatto delle riforme fiscali e degli investimenti

1) Riduzione della pressione fiscale diretta e incentivi per le imprese: La proposta di abbassare aliquote sui redditi d’impresa e introdurre crediti d’imposta per investimenti nelle aree svantaggiate punta a stimolare l’attività produttiva. Modelli economici suggeriscono che una riduzione strutturale dell’aliquota nominale combinata con incentivi mirati può aumentare gli investimenti privati netti del 3–5% nel medio termine. Tuttavia, l’efficacia dipende dalla capacità amministrativa locale: aree con burocrazia efficiente attrarranno più capitale rispetto a territori con ostacoli burocratici persistenti.

2) Investimenti pubblici in infrastrutture e digitalizzazione: Il PNRR e i programmi nazionali hanno riservato risorse significative per infrastrutture, trasporti, reti digitali e formazione. Per il Sud, potenziare la connettività (banda larga e 5G), la capacità portuale e le reti logistiche può ridurre i costi di transazione e aprire mercati internazionali per le PMI locali. Studi di impatto economico mostrano che ogni euro investito in infrastrutture produttive può generare tra 1,5 e 2 euro di PIL aggiuntivo nel medio periodo, se accompagnato da riforme amministrative che migliorino l’efficienza della spesa.

3) Politiche attive del lavoro e formazione: Incentivi fiscali senza adeguate politiche del lavoro rischiano di restare inefficaci. Programmi di upskilling e riqualificazione professionale, finanziati con fondi pubblici, migliorano l’occupabilità e rendono le imprese più propense ad assumere. L’esperienza di alcuni programmi regionali mostra come percorsi formativi legati alle esigenze produttive locali (es. manutenzione reti energetiche, turismo sostenibile) abbiano tassi di inserimento occupazionale superiori alla media.

Esempi concreti: casi di successo e criticità

In Puglia, un piano integrato di investimenti in logistica e digitalizzazione ha favorito la crescita di cluster agroalimentari esportatori, creando sinergie tra imprese e centri di ricerca. In Sicilia, invece, progetti infrastrutturali bloccati da contenziosi e ritardi burocratici hanno eroso i benefici attesi, dimostrando che la mera disponibilità di fondi non basta: serve governance locale efficiente. Questi casi sottolineano l’importanza di accompagnare gli incentivi fiscali con semplificazione amministrativa e capacità di project management.

Implicazioni future: scenari e raccomandazioni

Se le riforme fiscali saranno calibrate per premiare investimento produttivo e occupazione, e se gli investimenti pubblici saranno gestiti con criteri di efficienza e trasparenza, il Mezzogiorno potrebbe vedere una crescita duratura nei prossimi 5–10 anni. Scenari ottimistici prevedono un recupero del gap di produttività grazie a sviluppo logistico, turismo di qualità e transizione energetica che attraggono capitale privato. Tuttavia, scenari meno favorevoli emergono se persistono ritardi nella spesa, inefficienze burocratiche e mancanza di politiche formative mirate.

Per massimizzare l’impatto occorre quindi: 1) combinare incentivi fiscali con clausole di performance per gli investimenti; 2) rafforzare capacità amministrative regionali e locali; 3) puntare su progetti che integrino infrastrutture fisiche e digitali; 4) sostenere percorsi formativi tarati sulle esigenze delle filiere locali. Solo così la riforma fiscale e il piano di investimenti pubblici potranno diventare leve concrete per una ripresa inclusiva e sostenibile del Sud Italia.

Da garage a referente nazionale: il caso di una startup italiana che ha monetizzato l’economia circolare

Negli ultimi cinque anni l’economia circolare è uscita dai circoli accademici per diventare una leva concreta di mercato. Questo articolo analizza il percorso di una startup italiana, qui chiamata Rinova (nome di fantasia), che ha trasformato un’idea di recupero materiali in un’impresa scalabile, offrendo spunti utili a imprenditori e policy maker.

Introduzione: contesto e genesi
Rinova nasce nel 2018 dall’iniziativa di due ingegneri ambientali e un product manager. L’intuizione era semplice: creare una piattaforma digitale che collegasse imprese edili e manifatturiere con centri di riciclo e rivenditori di materiali rigenerati, semplificando logistica, certificazione e tracciabilità. All’inizio il modello era locale, concentrato nel Nord Italia, con un’offerta di servizi che comprendeva ritiro, selezione e valorizzazione di scarti non pericolosi.

Analisi: metriche, modelli di business e leva tecnologica
Modello di ricavi
Rinova ha adottato un modello ibrido: commissioni per transazione (6–10%), abbonamenti per aziende con volumi ricorrenti e servizi premium di certificazione per mercati che richiedevano tracciabilità. Dopo il primo anno il fatturato è cresciuto del 120% annuo fino al break-even operativo nel terzo esercizio. Il mix ricavi ha progressivamente privilegiato gli abbonamenti, che oggi rappresentano circa il 45% del fatturato ricorrente.

Unit economics e crescita sostenibile
Le metriche chiave hanno mostrato un CAC (costo di acquisizione cliente) iniziale elevato a causa di attività di educazione del mercato, ma una LTV (lifetime value) che superava il CAC di cinque volte dopo 24 mesi di relazione commerciale. Questo gap ha permesso investimenti mirati in tecnologia: un algoritmo di matching tra offerta e domanda e dashboard per monitorare l’impatto ambientale (kg CO2 risparmiata, tonnellate di materiale riciclato), strumenti che hanno ridotto il churn del 18% al 8% annuo.

Tecnologia e partnership strategiche
La piattaforma ha integrato strumenti di geolocalizzazione per ottimizzare rotte di logistica e API per certificazioni digitali, semplificando i flussi documentali per le imprese. Fondamentali sono state le partnership con consorzi di raccolta rifiuti e alcune amministrazioni locali, che hanno fornito volumi iniziali e credibilità. Alla fine del quarto anno Rinova aveva accordi con oltre 1.200 fornitori e 800 acquirenti attivi, con una retention rate del 72%.

Finanziamento e governance
Il primo seed round (500k) è stato raccolto tramite business angel e un fondo locale. Un successivo seed pre-IPO da 3,2 milioni ha permesso di scalare la tecnologia e avviare l’espansione in regioni limitrofe. L’ingresso di investitori istituzionali ha richiesto l’adozione di KPI ESG formali, elemento che ha facilitato contratti con grandi gruppi industriali alla ricerca di fornitori con reporting ambientale affidabile.

Esempi pratici di impatto
Un caso emblematico: un’azienda metalmeccanica cliente di Rinova ha ridotto i costi di approvvigionamento del 22% utilizzando lamiere rigenerate, abbattendo al contempo l’impatto di CO2 di 3.400 tonnellate annue. Un progetto pubblico-privato in partnership con un comune ha trasformato gli scarti di costruzione in materiali per arredo urbano, creando valore economico locale e riducendo la discarica.

Implicazioni future: dalle opportunità ai rischi
Le prospettive per startup come Rinova sono positive: crescente attenzione normativa verso la circolarità, incentivi per la green economy e domanda corporate per supply chain più sostenibili creano un mercato scalabile. Tuttavia, emergono rischi concreti. Primo, la pressione sui margini se grandi operatori logistici entrano nel mercato con pricing aggressivo. Secondo, la complessità della regolamentazione ambientale che varia tra regioni e paesi può aumentare i costi di conformità per chi si espande all’estero.

Strategie consigliate
Per sostenere la crescita le startup devono consolidare due asset: dati e relazioni istituzionali. Investire in data governance permette di offrire certificazioni attendibili e differenziarsi. Sul fronte istituzionale, aggregare le PMI locali e negoziare standard condivisi può creare barriere all’ingresso e stabilità di mercato. Infine, esplorare partnership con attori finanziari per creare strumenti pay-per-use o factoring di materiali rigenerati può sbloccare liquidità per le PMI coinvolte.

Conclusione
Il caso Rinova mostra che l’economia circolare è più di un trend: è un modello imprenditoriale che combina tecnologia, policy e catene del valore locali per creare vantaggio competitivo e impatto ambientale misurabile. Per l’Italia, con il suo tessuto di PMI, la replica di modelli simili può sostenere una transizione produttiva che coniuga crescita e sostenibilità, purché le startup sappiano scalare con disciplina finanziaria e una rete solida di partnership.

Tassi in salita, crescita in bilico: come le banche centrali dei mercati emergenti affrontano la stretta globale

La normalizzazione dei tassi di interesse avviata dalle grandi banche centrali dopo la fase acuta della pandemia ha lasciato un segno profondo sui mercati emergenti. Mentre la Federal Reserve e l’Eurotower hanno reso la politica monetaria più restrittiva per combattere l’inflazione, le banche centrali di economie emergenti si sono trovate a dover bilanciare obiettivi contrastanti: frenare i prezzi, contenere la fuga di capitali e sostenere una crescita già rallentata.

Contesto

Nel biennio 2022–2024 molte economie emergenti hanno visto l’inflazione ridursi rispetto ai picchi registrati dopo la riapertura post-Covid, ma i livelli rimangono spesso al di sopra degli obiettivi ufficiali. La forza del dollaro, il rialzo dei tassi nei paesi avanzati e l’incertezza geopolitica hanno intensificato la volatilità sui mercati valutari e dei capitali. Di fronte a questo scenario, le autorità monetarie hanno adottato politiche divergenti: alcune hanno mantenuto tassi elevati per ancorare le aspettative inflazionistiche; altre hanno preferito tagli mirati per non soffocare una domanda interna debole.

Analisi con dati ed esempi

Prendendo alcuni casi emblematici: in America Latina banche centrali come quella brasiliana e messicana hanno scelto una linea restrittiva relativamente dura. Il Brasile, dopo aver portato il Selic a livelli molto alti per ridurre pressioni inflazionistiche, ha iniziato a valutare riduzioni graduali non appena si sono viste prove di disinflazione sostenuta. Il Messico ha adottato una strategia simile, attento però alle oscillazioni del mercato valutario e dei flussi di portafoglio.

In Asia, l’India ha mantenuto una postura prudente: il Reserve Bank of India ha oscillato tra segnali di normalizzazione e misure per sostenere liquidità e credito, tenendo conto di una crescita ancora robusta ma esposta a shock esterni. In Africa, il Sudafrica ha dovuto confrontarsi con una crescita stagnante e pressioni fiscali, ricorrendo a un mix di tassi relativamente elevati e strumenti macroprudenziali per salvaguardare la stabilità finanziaria.

Le risposte non sono state univoche: alcuni paesi hanno usato interventi sul mercato dei cambi per stabilizzare valute troppo deprezzate; altri hanno introdotto controlli sui capitali o requisiti patrimoniali più stringenti per le banche. I mercati emergenti con riserve valutarie profonde e conti correnti relativamente solidi hanno avuto maggiore spazio di manovra, mentre quelli con elevata esposizione estera del debito sovrano e corporate hanno registrato stress finanziario più intenso.

Un elemento chiave è la natura del debito: molte imprese nei mercati emergenti detengono passività in valuta estera. Un rialzo del costo del denaro a livello globale e una valuta locale debole aumentano il peso del servizio del debito, comprimendo investimenti e investitori esteri. Allo stesso tempo, la stretta monetaria nei paesi avanzati ha alterato i flussi di capitale a breve termine, generando volatilità sui mercati obbligazionari e azionari emergenti.

Implicazioni future

Lo scenario che si prospetta è a doppia via: nel breve periodo i paesi più esposti a shock esterni potrebbero affrontare volatilità e costi di finanziamento più elevati, con possibili ricadute su crescita e occupazione. Nel medio-lungo termine, però, la stretta impone una riflessione strategica su due fronti. Primo, la necessità di rafforzare le riserve valutarie e migliorare la qualità del debito pubblico e corporate per ridurre la vulnerabilità agli shock di mercato. Secondo, la spinta verso politiche structuralmente orientate a incrementare la produttività: investimenti in infrastrutture, digitalizzazione e formazione sono fondamentali per rendere la crescita meno dipendente da flussi di capitale esterni.

Per le imprese, il messaggio è chiaro: gestire meglio il rischio di cambio, rinegoziare esposizioni in valuta estera quando possibile e pianificare scenari di stress. Per i decisori pubblici, l’orizzonte è duplice: preservare la credibilità monetaria per ancorare aspettative inflazionistiche e, contemporaneamente, usare strumenti macroprudenziali e di politica fiscale mirati per sostenere la domanda nei momenti di maggiore sofferenza.

La stretta globale non è un destino immutabile: può essere uno stimolo per riforme che aumentino la resilienza delle economie emergenti. Ma il tempo per agire è limitato: la qualità delle risposte politiche deciderà se i tassi più alti si trasformeranno in un freno temporaneo o in un freno duraturo alla convergenza economica.

Il nuovo volto del Mezzogiorno: PNRR, digitalizzazione e le leve della crescita

Negli ultimi due anni il dibattito sull’economia italiana si è concentrato non solo sulle dinamiche macro nazionali, ma anche su una trasformazione più localizzata: il Mezzogiorno sta mostrando segnali concreti di cambiamento. Tra risorse del PNRR, iniziative di digitalizzazione e riallocazione degli investimenti produttivi, il Sud sta diventando un laboratorio per modelli di sviluppo alternativi e potenzialmente più inclusivi.

Il contesto è noto: il divario economico tra Nord e Sud resta una delle questioni strutturali più rilevanti per l’Italia. Tassi di disoccupazione giovanile e di inattività rimangono più elevati al Sud rispetto alla media nazionale, mentre la produttività per addetto mostra ancora ritardi. Tuttavia, l’ingente disponibilità di risorse pubbliche e la pressione per investire in infrastrutture digitali e green hanno creato opportunità nuove. Il PNRR, insieme ai fondi europei e a una ripresa degli investimenti privati, ha agito da catalizzatore per progetti di modernizzazione che vanno dalla rigenerazione urbana alla logistica portuale, fino ai poli di innovazione e alla formazione tecnica.

Analizzando i dati disponibili, emergono tre filoni principali che spiegano il cambiamento in atto. Primo, la digitalizzazione dei servizi pubblici e delle imprese locali: programmi di digital upskilling, l’apertura di competenze digitali nelle università e la realizzazione di infrastrutture broadband hanno abbattuto costi di transazione e migliorato l’accesso al mercato per micro e piccole imprese. Secondo, la transizione ecologica e gli investimenti in energie rinnovabili e mobilità sostenibile: progetti di efficientamento energetico e nuovi impianti fotovoltaici su scala territoriale non solo riducono i costi, ma creano filiere locali. Terzo, l’ecosistema dell’innovazione: incubatori, tecnopoli e centri di ricerca hanno favorito la nascita di startup e la riconversione di imprese tradizionali verso servizi ad alto valore aggiunto.

Esempi concreti aiutano a comprendere l’impatto. In diverse città meridionali i centri di innovazione nati con supporto pubblico e privato hanno attratto giovani talenti e progetti digitali, mentre iniziative di public procurement orientate all’innovazione hanno favorito l’adozione di tecnologie nelle amministrazioni locali. Nei porti del Sud, piani di digitalizzazione della logistica stanno rendendo più efficiente la catena di approvvigionamento, con ricadute positive sui costi e sulla competitività delle imprese esportatrici. Al contempo, progetti di rigenerazione urbana finanziano la riqualificazione di aree industriali dismesse, trasformandole in spazi per startup, coworking e formazione tecnica.

Le implicazioni per il futuro sono articolate e di lungo termine. Sul piano occupazionale, la sfida è convertire l’iniziale impulso all’occupazione prevalentemente basata su lavori temporanei o legati ai cantieri in posti di lavoro stabili e qualificati. Ciò richiederà investimenti continui in formazione e una maggiore integrazione tra università, centri tecnici e imprese. Sul piano dell’attrazione di capitali, la capacità delle amministrazioni locali di accelerare iter burocratici, garantire trasparenza negli appalti e offrire servizi efficienti sarà decisiva per trasformare i capitali europei e nazionali in investimenti privati duraturi.

Un altro fattore critico sarà la governance dei progetti: la spesa efficace dei fondi dipende da capacità manageriali e da modelli di partenariato pubblico-privato ben strutturati. L’esperienza insegna che progetti replicabili a scala territoriale e ancorati a reti di imprese locali hanno maggiori probabilità di consolidarsi. Inoltre, il consolidamento di una cultura imprenditoriale che guardi all’export e alla specializzazione tecnologica potrà ridurre la fragilità strutturale del tessuto produttivo meridionale.

In sintesi, il Mezzogiorno non è più solo il terminale di un’agenda di emergenza sociale ed economica: sta diventando un banco di prova per politiche che combinano investimenti pubblici, innovazione digitale e sostenibilità ambientale. I risultati finora sono incoraggianti, ma non deterministici. Il successo dipenderà dalla capacità di trasformare gli interventi a breve termine in processi sistemici di crescita inclusiva, con una governance che sappia mettere insieme competenze, capitale e visione strategica. Se ciò avverrà, il nuovo volto del Sud potrà diventare non solo una risposta al divario interno, ma un fattore di competitività per l’intera economia italiana.

Sanremo: 1,9 milioni di italiani hanno le canzoni del Festival come suoneria dello smarphone

Lo ha scoperto un’indagine di Facile.it commissionata all’istituto di ricerca EMG Different in occasione dell’imminente 76sima edizione del Festival di Saneremo: oltre 1,9 milioni  di italiani hanno scelto un brano della famosa kermesse musicale come suoneria del proprio cellulare

L’indagine ha anche stilato la classifica delle canzoni più gettonate per dare un suono speciale alle telefonate in arrivo o alla sveglia. E al primo posto gli italiani hanno scelto Olly, il vincitore della scorsa edizione del Festival di Sanremo. La sua Balorda nostalgia suona infatti su quasi 180.000 cellulari. In seconda posizione un’altra protagonista di Sanremo 2025, Giorgia con La cura per me, che squilla su oltre 152.000 telefoni, seguita dalla vincitrice morale di Sanremo 2012, Arisa. Nonostante siano passati 14 anni, La Notte conquista il terzo posto sul podio delle suonerie italiane (118.000).

I Måneskin suonano ancora su 4,8 milioni di telefoni

Quarto posto per i Cuoricini, dell’ormai ex coppia Coma Cose, mentre al quinto posto troviamo Irama con la sua Lentamente, che precede di un soffio Diodato (Fai Rumore) e Mahmood (Soldi). Chiudono la top ten i The Kolors (settimi con Tu con chi fai l’amore), Annalisa (Sinceramente) e ancora una volta Mahmood (Tuta Gold).
Da notare l’undicesimo posto di Loretta Goggi e Maledetta primavera, cantata sul palco del teatro Ariston nell’ormai lontano 1981.

Ma quale fra le canzoni vincitrici delle ultime 20 edizioni gli italiani sceglierebbero per dare un suono speciale al loro cellulari? 
Zitti e buoni dei Måneskin, che raccoglie il consenso dell’11% del campione totale, poco meno di 4,8 milioni di italiani.
Due hit di Vasco Rossi e Lucio Dalla che non hanno mai vinto
Secondo si classifica Francesco Gabbani con Occidentali’s Karma, che precede un altro plurivincitore del Festival: Marco Mengoni con Due vite.

E chi sceglierebbero invece fra i non vincitori?

A Sanremo perdere non significa insuccesso, anzi. E allora, fra le canzoni che hanno partecipato al Festival, ma non hanno conquistato il trofeo, gli italiani intervistati non hanno dubbi: la suoneria migliore per il cellulare sarebbe Vita Spericolata di Vasco Rossi (penultima al Sanremo 1983).

Medaglia d’argento per Colapesce Dimartino e la loro Musica leggerissima (quarti nel 2021) e bronzo per un vero mito della canzone italiana, Lucio Dalla con Piazza Grande (ottavo nel 1972).

Dagli indimenticabili big di allora a quelli di oggi

Quarto posto per le Donne di Zucchero, che al festival del 1985 arrivarono addirittura al 21°posto e che invece, adesso precedono la Tuta gold di Mahmood (sesta nel 2024) e Andrea Bocelli (Con te partirò, quarta nel 1995).

Settimo posto, ancora una volta per Giorgia e La cura per me (sesta lo scorso anno), ottavo per La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese (secondi nel 1996), nono ancora per Loretta Goggi e la sua Maledetta primavera (seconda nel 1981) e decimo per Arisa e La Notte, che precede di un soffio Lucio Corsi, undicesimo, con Volevo essere un duro (seconda al Festival 2025).

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Digitale: un nuovo equilibrio tra innovazione e concretezza

Dopo anni di trasformazioni e accelerazioni l’ecosistema digitale sembra aver trovato un nuovo equilibrio tra innovazione e concretezza.
Se fino a qualche anno fa l’immaginario del settore era dominato da pochi nomi ricorrenti, oggi la scena appare decisamente più frammentata e vivace.

La ventiquattresima edizione di Yoursight, la ricerca realizzata da Engage e Human Highway, traccia una mappa del presente e del futuro del settore digitale. E mostra una progressiva dispersione delle preferenze. Oltre cento marchi vengono citati spontaneamente dai professionisti intervistati, e la quota dei “grandi noti” si riduce anno dopo anno.
Segno di un mercato più aperto e competitivo, dove nuove piattaforme, tool e modelli di business stanno ridisegnando la percezione stessa del digitale.

Metaverso, NFT, smart speaker perdono slancio

L’attenzione degli operatori però non si disperde più su mille fronti come negli anni dell’euforia tecnologica. Oggi il focus si concentra su pochi temi forti, capaci di generare valore reale.
In cima alla lista c’è l’AI, considerata il motore principale dell’evoluzione a breve termine, ma si fanno largo ambiti più “tangibili”, come la misurazione dei dati, la data fusion, i contenuti branded e personalizzati e la Advanced TV, che unisce creatività e tecnologia in chiave addressable.

Fenomeni come Retail Media e metrica dell’attenzione registrano la crescita più marcata, mentre temi come metaverso, NFT e smart speaker perdono slancio. Il mercato, in sostanza, sembra premiare ciò che porta risultati misurabili, a discapito delle soluzioni più sperimentali o ancora immature.

Non si corre più dietro all’hype

E se l’offerta (aziende tecnologiche, piattaforme, agenzie) punta ancora su AI, VR/AR e personalizzazione dei contenuti, la domanda (brand, investitori, clienti) si concentra su aspetti più pragmatici, come metriche di attenzione, efficienza e ROI.
Questa divergenza si accentua, segno che il settore sta cercando un nuovo equilibrio tra entusiasmo tecnologico e realismo operativo.

Il digitale, insomma, non corre più dietro all’hype: sceglie, filtra e costruisce con maggiore consapevolezza, puntando su strumenti che davvero possono fare la differenza.
Nonostante la fiducia nel futuro, il digitale italiano continua a scontare alcune debolezze strutturali. I due principali freni restano la carenza di cultura digitale e la confusione nelle metriche di misurazione, ormai in testa alle preoccupazioni degli operatori.

Gli ostacoli che frenano la crescita 

Dal confronto tra domanda e offerta emerge una distanza di prospettiva: le aziende cercano chiarezza e ritorno misurabile, mentre chi opera sul mercato punta a migliorare qualità e standard di misurazione. In sintesi, il settore è maturo ma ancora alla ricerca di un linguaggio comune per valutare il proprio reale impatto.

Guardando avanti, molti percepiscono l’AI come uno strumento pratico, più che come una forza di trasformazione culturale o creativa. Emerge spesso il concetto di automazione, associato a una visione del lavoro futuro come più veloce, preciso ed efficiente.
L’AI è descritta non come sostituto del lavoro umano, ma come un alleato capace di affiancarlo e potenziarlo, favorendo un approccio collaborativo piuttosto che competitivo.

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Giovani e AI: per i laureati è un’opportunità, ma tanti si sentono impreparati

A rivelarlo è il recente osservatorio di ASUS Business, condotto da Research Dogma, che ha indagato il punto di vista di un campione di giovani laureati e laureandi under 30: nonostante l’incertezza occupazionale e la crescente automazione di alcune posizioni, la nuova generazione guarda all’Intelligenza artificiale come un’opportunità, e non come una minaccia.

Lo studio, tuttavia, svela un paradosso sorprendente. Pur riconoscendo il potenziale dell’AI, la maggior parte dei giovani intervistati si sente ancora impreparata ad affrontarlo.

Solo il 37% sa usare bene software e programmi

I dati raccolti mostrano anche una evidente lacuna nelle competenze digitali delle nuove generazioni. Sebbene oltre la metà degli intervistati si consideri un utente “di buon livello” alle prese con il computer, solo il 37% si dichiara molto preparato nell’uso di programmi e software.

La quota scende drasticamente quando il focus si sposta sull’Intelligenza artificiale, dove solo il 24% dei giovani si considera realmente competente. Questo scenario mette in luce come una generazione nata e cresciuta con la tecnologia dimostri una competenza ancora incompleta sulle tecnologie digitali, nonostante la consapevolezza che nel futuro saranno decisive.

Entusiasti ma anche critici nei confronti dell’evoluzione tecnologica

D’altra parte, il quadro cambia quando si parla di percezione. La ricerca evidenzia infatti un “entusiasmo critico” verso l’evoluzione tecnologica. Quasi la totalità degli intervistati (95%) riconosce che l’AI avrà un impatto significativo sul lavoro, e il 76% ritiene che le competenze in questo ambito saranno sempre più fondamentali. Tuttavia, il 40% ritiene che si tratterà di un impatto meno radicale di quanto spesso si narra.

I giovani dimostrano un approccio lucido e pragmatico, accogliendo l’AI come un alleato per migliorare la produttività, la creatività e per liberare tempo da mansioni ripetitive. L’obiettivo finale è quello di ridefinire le priorità personali e professionali.

Meglio una giusta remunerazione che dichiarazioni astratte

Questo pragmatismo valoriale si riflette anche sulle priorità che i giovani assegnano al lavoro. Al primo posto rimane infatti la giusta remunerazione (53%), seguita dalla flessibilità di orari e giorni di lavoro (46%). Questo indica una generazione che pone al centro della vita professionale il giusto compenso e l’equilibrio tra carriera, crescita individuale e qualità della vita.

“I risultati di questa ricerca offrono un segnale chiaro: i giovani guardano all’AI con uno spirito pragmatico, riconoscendone il potenziale per migliorare produttività e creatività, senza perdere di vista la necessità di un equilibrio tra lavoro e vita personale – commenta Lavinia Fogolari, Head of Marketing SYS di ASUS, come  riporta Adnkronos -. È incoraggiante vedere come questa generazione non consideri la tecnologia una minaccia, bensì un alleato con cui costruire un futuro professionale più sostenibile e motivante”.

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La Lombardia guida l’innovazione ICT in Italia. Più investimenti, preparazione e sostenibilità

Lo confermano i dati dell’Assintel Report Lombardia, curato dall’Istituto Ixé: la Lombardia anche quest’anno si conferma una delle regioni trainanti nel panorama ICT italiano.
Nel 2025, il 32,2% delle imprese lombarde prevede un incremento del budget dedicato alle tecnologie emergenti. La media italiana si attesta al 30,1%.

L’ elevato livello di dotazioni tecnologiche, la forte spinta agli investimenti digitali, una maggiore attenzione alla sostenibilità e una migliore preparazione sul fronte digitale, spesso superiori alla media nazionale, caratterizzano il tessuto imprenditoriale lombardo per l’alta propensione ad aumentare gli investimenti ICT. A dimostrazione di non aver subito rallentamenti durante i periodi di crisi, ma, al contrario, di avere saputo cogliere le opportunità offerte dalla trasformazione digitale.

Servizi di cybersecurity superiori alla media

Le imprese lombarde registrano un tasso di adozione superiore alla media italiana nelle principali aree ICT, con un numero di dotazioni per azienda pari al 6,8% contro il 6,4% della media nazionale.
I servizi di consulenza e system integration sono invece presenti nel 52,5% delle aziende lombarde (+8,2% rispetto Italia), mentre le infrastrutture IT raggiungono il 62% (+3,5%).

Sopra la media nazionale ci sono anche le dotazioni di servizi di sicurezza informatica, presenti nell’81,1% delle imprese lombarde, contro la media nazionale del 76,3%.
Valori superiori al resto d’Italia si registrano poi anche per quanto riguarda la dotazione di servizi per la gestione dei dati, presente nel 46,7% delle imprese lombarde, contro il 41,5% della media nazionale. 

Tecnologie emergenti: AI utilizzata dal 43% delle imprese

Per quanto riguarda la dotazione di tecnologie emergenti la Lombardia mostra maggiore familiarità rispetto ad altre regioni (7,3% imprese lombarde contro una media nazionale del 4%). 

Più in particolare, il 43% delle imprese lombarde utilizza una o più soluzioni di AI, e il 33,5% ha l’intenzione di adottarle nei prossimi anni. Le applicazioni più diffuse includono l’assistenza clienti tramite chatbot, l’automazione di processi ripetitivi e l’analisi predittiva. L’adozione dell’AI risulta particolarmente significativa tra le medie e grandi imprese, mentre i principali ostacoli alla sua adozione sono legati alla capacità di spesa per gli investimenti e alla mancanza di competenze.

Più attenzione a impatto ambientale, lavoro ibrido, competenze

Parallelamente, le imprese del territorio segnalano un’attenzione crescente alla sostenibilità e alla riduzione dell’impatto ambientale, con il 21,5% delle imprese (+5% rispetto media nazionale) che adottano politiche e pratiche volte all’efficienza energetica e alla riduzione delle emissioni.
In Lombardia c’è inoltre maggiore attenzione alla gestione dei processi di lavoro ibrido e da remoto, adottati dal 7,5% delle imprese (+3,3%), e all’internazionalizzazione (8%). 

Nonostante le imprese lombarde siano dotate di maggiori competenze digitali rispetto alla media nazionale (+4,9%), il 60,8% delle aziende lombarde evidenzia la necessità di ampliare le proprie competenze ICT (68,7% media nazionale), sottolineando la centralità della formazione continua per restare competitivi in un mercato in evoluzione.

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e-commerce e frodi online, 2,8 milioni di italiani vittime di truffe nel 2024

Durante il 2024 sono stati 2,8 milioni gli italiani che hanno subito una truffa o un tentativo di frode acquistando beni fisici online, il 9% in più rispetto al 2023. A quanto emerge dai dati dell’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, il  danno economico stimato supera i 500 milioni di euro in totale.

Gli strumenti più utilizzati dai malfattori per cercare di truffare gli e-shopper  italiani sono soprattutto siti web finti, un canale utilizzato nel 39,4% dei casi di truffa o tentativo di frode, a cui seguono le false e-mail, pari al 30,3% dei casi.
Non mancano, fra le armi dei truffatori, i metodi di comunicazione più utilizzati dagli utenti, come le app di messaggistica e i social network.
Più di una frode su 4, il 25,8%, è stata infatti condotta attraverso i social, mentre nel 15,9% dei casi i criminali hanno utilizzato le app di messaggistica istantanea. 

Identikit dei truffati

Ma quali sono le vittime predilette dai malfattori?
Contrariamente a quanto si possa pensare, l’indagine sottolinea come a subire più frequentemente una truffa o un tentativo di frode non siano gli anziani, bensì i consumatori più giovani.

A fronte di una media nazionale del 6,7%, nella fascia di età 25 – 34 anni e in quella 45 – 54 anni la percentuale sale sopra l’8%.
Un altro dato interessante riguarda il grado di istruzione delle vittime di truffa o tentativo di frode.
Anche in questo caso, sorprende come i più colpiti siano gli italiani con un titolo di studio universitario, per un’incidenza pari a più del doppio rispetto alle media.

Quasi 1 su 2 non denuncia

Inoltre, suddividendo il campione su base geografica l’indagine evidenzia come l’area più colpita da truffe o tentativi di frode sia il Nord-Ovest (7,5%).
Quanto al comportamento delle vittime che hanno subito una frode o un tentativo di truffa, emerge che quasi una su due, il 49,2%, sceglie di non denunciare l’accaduto.

Le ragioni dietro questo comportamento sono, in alcuni casi, economiche, in altri casi, psicologiche. Tanto che quasi 4 intervistati su 10, il 38,5%, hanno dichiarato di aver scelto di non sporgere denuncia alle autorità poiché certi di non recuperare quanto perso, mentre quasi uno su 4, il 24,6%, non ha denunciato perché il danno economico era comunque basso.

Meglio non far sapere ai familiari di essere caduto nella trappola

Il 16,9%, invece, ha ammesso di non aver denunciato perché si è sentito ingenuo a essere caduto nella trappola, e il 9,2% perché non voleva che i familiari venissero a conoscenza di quanto accaduto.

L’indagine di mUp Research – Norstat è stata svolta tra il 18 dicembre 2024 e il 3 gennaio 2025, attraverso la somministrazione di 1.878 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana residente sull’intero territorio nazionale.

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Acquisti online: nuovi modi alla ribalta, ma per ora pochi li conoscono

Lo evidenzia la ricerca ‘Evoluzione dell’acquisto online – comportamenti e nuove modalità di shopping’, realizzata da BVA Doxa in collaborazione con Vtex: mentre le modalità di acquisto digitale tradizionali si sono ormai affermate, le nuove tecnologie per l’e-commerce legate all’Intelligenza artificiale rimangono soluzioni ancora di nicchia.

Lo shopping online è parte integrante della vita quotidiana, con un numero crescente di prodotti acquistabili sul web. Tanto che il ricorso ai canali digitali per l’acquisto di prodotti e servizi è una prassi consolidata. Tuttavia, i nuovi modi per comprare sul web, come social commerce o live shopping, sono appannaggio di segmenti ancora ristretti di consumatori.

Novità apprezzate da giovani ed e-shopper con alta capacità di spesa

Quattro italiani su 10 dichiarano di effettuare acquisti online settimanalmente, e uno su 2 sostiene di averne aumentato frequenza e ampliato la varietà di prodotti reperiti sul web. Inoltre, nelle abitudini degli e-shopper tricolori si riscontra un’integrazione crescente tra canali fisici e digitali.
Al contempo, emergono nuove modalità di compravendita online per rispondere alle esigenze sempre più sofisticate degli acquirenti.

Si tratta, ad esempio, del social commerce o del live shopping, o ancora, del concierge commerce e del conversational shopping.
Il loro utilizzo, nonostante offra vantaggi significativi, è ancora poco diffuso, e rimane confinato a specifiche nicchie di consumatori, come giovani e persone con alta capacità di spesa.

L’e-shopping diventa social, conversational, live e concierge

Solo metà degli intervistati sa della possibilità di acquistare prodotti e servizi direttamente dai social media (social commerce), e solo uno su 10 l’ha messo in pratica.
Idem per il live shopping (acquisto direttamente durante la visione del video di presentazione online), modalità conosciuta dal 40%, ma utilizzata solo dal 7%.

Quanto al concierge shopping, che offre la possibilità di effettuare acquisti con un’assistenza personalizzata attraverso diversi canali, risulta noto al 35% del campione, di cui solo l’8% l’ha provato. In particolare, Millennial, single e alto spendenti.
C’è poi il conversational shopping, che offre consulenze tramite assistenti virtuali o chat. Conosciuto dal 30% degli intervistati e provato solo dal 10%.

L’AI integra i processi d’acquisto

Oltre il 60% degli acquirenti digitali è comunque consapevole dell’utilizzo dell’AI nei processi di acquisto online, e la metà del campione ne riconosce i vantaggi, come la possibilità di ottenere risposte e assistenza in qualsiasi momento.
Emergono però alcune preoccupazioni riguardo la protezione dei dati personali e l’affidabilità delle informazioni.

Quanto alla realtà aumentata e virtuale (AR/VR), uno su 10 l’ha già provata durante il processo di acquisto, soprattutto giovani, studenti e persone con alta capacità di spesa. Se l’AI trova applicazione soprattutto nelle categorie spesa alimentare, cura della persona e salute, AR e VR sembrano più adatte ad acquisti legati alla casa, grazie alla possibilità di visualizzare i prodotti ‘inseriti’ nel proprio ambiente domestico e a quella di una personalizzazione in tempo reale.

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