I giovani e i pagamenti digitali

Il 90% dei giovani, e l’85% nella fascia d’età compresa fra 18-30 anni, possiede una carta di debito, il 77% una prepagata e il 58% una carta di credito. Negli ultimi anni poi è arrivato il boom delle app di pagamento, conosciute dal 96%, e utilizzate da quasi due terzi (62%), contro il 56% di tutta la popolazione. Ma tra gli under 30 iniziano a farsi strada anche i mobile payment/wallet, noti al 93% e utilizzati dal 37%. A questi si aggiunge il Buy Now Pay Later, conosciuto dal 60% e preso in considerazione per gli acquisti futuri dal 46%. Insomma, le nuove forme di pagamento conquistano i giovani. È quanto emerge dall’Osservatorio Compass, condotto dalla società del credito al consumo del Gruppo Mediobanca.

Sicurezza, praticità, comodità le caratteristiche più apprezzate

Se si parla di acquisti in un punto vendita fisico, in cima alle preferenze ci sono le carte di debito/bancomat (56% dei giovani e 63% totale). Al secondo posto, resistono i contanti (29%), utili specialmente nelle ‘microtransazioni’, al terzo le carte prepagate (25%), poi le app di pagamento (19%) e il mobile payment (16%). Quando si tratta, invece, di acquisti online, 4 under 30 su 10 (42%) preferiscono le carte di debito/bancomat, seguite dalle app di pagamento (38% e 43% sul totale) e dalle carte prepagate (34%). Il motivo? Da un sistema di pagamento i giovani pretendono tre caratteristiche: sicurezza, praticità, comodità.

Il Buy Now Pay Later attira gli under 30

Si tratta di nuove forme di pagamento sempre più smart e tecnologiche. Il Buy Now Pay Later, ad esempio, viene utilizzato soprattutto per acquistare abbigliamento (22%), beni tecnologici (21%) e accessori (18%). Circa la metà degli under 30 vorrebbe provare questa forma di dilazione in futuro, perché la considera un aiuto nei momenti in cui si concentrano più spese, e la ritengono vantaggiosa perché la si può usare per gli acquisti online facendo tutto da remoto. Inoltre, riferisce Adnkronos, ne apprezzano la possibilità di poter godere immediatamente del prodotto pagandolo successivamente, concedendosi uno sfizio ma senza indebitarsi.

“La strada della digitalizzazione nei pagamenti è segnata”

“Strumenti sicuri, pratici, comodi, senza rischi né sorprese: è questo che i giovani vogliono da un sistema di pagamento. In questo senso va letto il successo delle carte di pagamento tra gli under 30. Ora, con app, wallet e mobile payment – ha commentato Luigi Pace, Direttore Centrale Marketing & Innovation Compass – la strada della digitalizzazione dei pagamenti è segnata. Il Buy Now Pay Later, che ancora in Italia ha tanto potenziale di crescita, si inserisce in questo contesto aggiungendo un ulteriore tassello: la possibilità di dividere in più importi mensili il costo di acquisto di un prodotto, e soprattutto di farlo in modo semplice e comodo, senza nessun costo accessorio per il cliente, sia online sia nei negozi fisici”. 

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I leader della supply chain puntano su intelligenza artificiale e automazione

I Chief Supply Chain Officer (Csco), ovvero i top manager che si occupano delle catene di approvvigionamento, stanno facendo i conti con una sfida significativa: affrontare tutte le difficoltà legate a una pandemia globale da Covid-19, all’inflazione, ai cambiamenti climatici e agli eventi geopolitici e al contempo organizzare, pianificare e gestire le loro catene di approvvigionamento a prova di futuro.
Uno studio dell’IBM Institute for Business Value (IBV), “Own Your Transformation”, condotto su 1.500 Csco e Chief Operating Officer (Coo), mette in luce che i manager stanno scommettendo sull’innovazione e sull’intelligenza artificiale per ottimizzare questi processi, reinventando le operazioni della filiera. I risultati chiave dello studio evidenziano che i Csco stanno adottando l’IA e tecnologie di automazione per fornire interconnettività con partner e fornitori e per consentire operazioni sostenibili e intelligenti. Quasi la metà (47%) dei Chief Supply Chin Officer intervistati ha affermato di aver introdotto nuove tecnologie di automazione negli ultimi due anni, un approccio che può aggiungere prevedibilità, flessibilità e intelligenza alle fasi della catena di approvvigionamento e di utilizzare l’intelligenza artificiale per monitorare le prestazioni. Il report ha anche rilevato che la sostenibilità è sia una sfida sia una leva verso il cambiamento.

Contrastare i fattori di stress

“Per combattere efficacemente i fattori di stress delle catene di approvvigionamento, come l’inflazione, è imperativo che i Csco si concentrino sull’utilizzo di analisi, intelligenza artificiale e processi di automazione per costruire supply chain intelligenti, resilienti e sostenibili”, afferma Jonathan Wright, IBM Consulting Global Managing Partner, Sustainability Services and Global Business Transformation. “Automazione e l’intelligenza artificiale possono consentire ai Csco e alle loro imprese di raccogliere dati, identificare i rischi, convalidare la documentazione e fornire audit trail, anche in periodi di forte inflazione, gestendo al contempo anche il consumo di carbonio, energia e acqua”.

Le priorità e chi le chiede

In base ai dati emersi dal rapporto si scopre inoltre che 1 Csco su 2 (il 52%) pone la sostenibilità in cima alla lista delle priorità di cambiamento per le quali l’infrastruttura tecnologica può fornire una spinta concreta. Il 50% dichiara che i propri investimenti in sostenibilità accelereranno la crescita aziendale. Gli stessi manager affermano poi che le maggiori pressioni verso la trasparenza e la sostenibilità provengono da: investitori (56%), membri del consiglio di amministrazione (50%) e clienti (50%). 

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I numeri del lavoro: è boom di dimissioni, ma i contratti in più sono un milione 

Nel suo rapporto dell’Osservatorio sul precariato l’Inps evidenzia un boom di dimissioni, ma anche un milione di contratti in più. I numeri del mercato del lavoro in Italia vanno letti con attenzione per superare l’apparente contraddizione di questi due trend opposti, ma che invece sono complementari. Nel primo semestre 2022 i flussi nel mercato del lavoro, tra assunzioni, trasformazioni, e cessazioni, hanno completato la ripresa dei livelli pre-pandemici, compromessi nel biennio 2020-2021 dalle chiusure e restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. E segnalano incrementi rispetto al 2018-2019, sia nel numero di assunzioni e trasformazioni, sia in quello delle cessazioni. Analizzando le cessazioni dei contratti a tempo indeterminato nel primo semestre dell’anno con riferimento alla causa di cessazione, il primo fattore da considerare è infatti l’effetto dell’uscita dalla pandemia.

Assunzioni e cessazioni

Nei primi sei mesi dell’anno, i datori di lavoro privati hanno effettuato 4.269.179 assunzioni e 3.322.373 cessazioni di contratto di lavoro, per un saldo positivo che supera i 946 mila contratti. Sempre nel primo semestre 2022, le dimissioni invece registrano un consistente incremento (+22% e +28% rispetto ai corrispondenti periodi 2021 e 2019). Il livello raggiunto di oltre 600.000 dimissioni sottende il completo recupero delle dimissioni mancate nel 2020, quando tutto il mercato del lavoro era stato investito dalla riduzione della mobilità, connessa alle conseguenze dell’emergenza sanitaria.

Dimissioni e licenziamenti

Se si considerano anche le interruzioni volontarie dei rapporti di lavoro a termine, le dimissioni diventano un milione, per un aumento del 31,73% rispetto allo stesso periodo del 2021.  I licenziamenti di natura economica e disciplinari, riferisce Adnkronos, registrano poi un forte aumento rispetto al primo semestre 2021 (rispettivamente +121% e +36%). Tuttavia il dato va messo in relazione alle deroghe normative varate con i decreti anti-Covid nel 2021. Per contestualizzare questa dinamica, occorre ricordare che fino al 30 giugno 2021 (per gran parte dell’industria) o fino al 31 ottobre 2021 (per il terziario e il resto dell’industria) i licenziamenti economici erano bloccati dalle normative specifiche introdotte nel 2020.

Licenziamenti economici e disciplinari

Per i licenziamenti economici, chiarisce l’Inps, il più pertinente confronto con il 2019 rileva però una contrazione, con circa 50.000 licenziamenti in meno sia rispetto al 2018 sia al 2019 (-21%). In continua crescita, invece, dopo la modesta flessione del 2020, risultano i licenziamenti disciplinari: nel primo semestre 2022 sono poco più di 60.000, circa un terzo in più rispetto al corrispondente semestre del 2019.

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Istat: secondo trimestre 2022 Pil a +4,7% tendenziale

Se la crescita congiunturale del Pil diffusa dall’Istat in stima preliminare il 29 luglio 2022 era risultata dell’1%, e quella tendenziale del 4,6%, secondo gli ultimi dati diffusi dell’Istituto nel secondo trimestre del 2022 il prodotto interno lordo, espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, e corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dell’1,1% rispetto al trimestre precedente, e del 4,7% nei confronti del secondo trimestre del 2021.
Questo, considerando che il secondo trimestre del 2022 ha avuto una giornata lavorativa in meno del trimestre precedente, e una giornata lavorativa in meno rispetto al secondo trimestre del 2021. La variazione acquisita per il 2022 è quindi pari a +3,5%

Tutti i principali aggregati della domanda interna sono in ripresa

Rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna sono in ripresa, con un aumento dell’1,7% sia dei consumi finali nazionali sia degli investimenti fissi lordi. Le importazioni e le esportazioni sono aumentate, rispettivamente, del +3,3% e del +2,5%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha fornito un contributo positivo di 1,6 punti percentuali alla crescita del Pil: +1,5 i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private ISP, +0,4 gli investimenti fissi lordi, mentre la spesa delle Amministrazioni Pubbliche ha dato un contributo negativo pari a -0,2%. La variazione delle scorte ha contribuito negativamente alla variazione del Pil per -0,3%, così come la domanda estera netta, il cui contributo è risultato pari a -0,2%.

Valore aggiunto di industria e servizi, andamenti congiunturali positivi 

Si registrano poi andamenti congiunturali positivi per il valore aggiunto di industria e servizi, pari rispettivamente all’1,4% e all’1%, mentre l’agricoltura registra una diminuzione del -1,1%. La stima completa dei conti economici trimestrali fa registrare nel secondo trimestre del 2022 una crescita del Pil dell’1,1% in termini congiunturali e del 4,7% in termini tendenziali. Si tratta di stime lievemente al rialzo rispetto alla stima preliminare dello scorso 29 luglio, quando il rilascio mostrava un aumento congiunturale dell’1% e tendenziale del 4,6%.

Tassi di crescita per investimenti e consumi finali nazionali

“Rispetto al trimestre precedente – commenta l’Istat -, tutti i principali aggregati della domanda interna sono risultati in ripresa, con tassi di crescita uguali per il totale degli investimenti e dei consumi finali nazionali (+1,7%), mentre la domanda estera netta ha contribuito negativamente alla crescita del Pil.
Dal punto di vista settoriale – continua l’Istituto -, si conferma rispetto alla stima preliminare una crescita del valore aggiunto dell’industria e dei servizi e una contrazione del valore aggiunto dell’agricoltura. In buona ripresa anche ore lavorate e unità di lavoro, come anche i redditi pro capite e le posizioni lavorative”.

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Per i saldi estivi a luglio il bilancio è negativo

Archiviato il mese di luglio, è tempo di un primo bilancio per l’andamento dei saldi estivi. Il primo luglio è infatti tornato l’appuntamento con i saldi estivi, ma quest’anno le previsioni oscillano tra l’ottimismo legato al ritorno della piena libertà di circolazione e del turismo nazionale e internazionale e le preoccupazioni per la crisi dei prezzi energetici e il peso dell’inflazione. Il bilancio quindi non è roseo, visto che Federazione Moda Italia-Confcommercio registra -10% a livello nazionale rispetto allo scorso anno, con il 54% degli operatori che registrato un calo, il 33% che parla di stabilità e solo il 13% registra un segno più. In ogni caso, secondo le stime dell’Ufficio Studi di Confcommercio, quest’anno per l’acquisto di capi scontati ogni famiglia spenderà in media 202 euro, pari a 88 euro pro capite, per un valore complessivo di 3,1 miliardi di euro.

“I risultati migliori sono quelli che arrivano dallo shopping tourism”

“Dai dati si comprende come sia importante il connubio tra moda e turismo. I risultati migliori sono quelli che arrivano dallo shopping tourism, mentre sul mercato interno la perdita media è a doppia cifra – commenta il presidente Giulio Felloni -. Da questi dati si comprende quanto mai sia necessario e urgente concretizzare quanto abbiamo chiesto, in perfetta sintonia con Confcommercio: la riduzione del cuneo fiscale e dei costi energetici. Sarebbe oltremodo determinante l’intervento del governo sui temi avanzati al Tavolo della Moda sulla riduzione dell’Iva per abbigliamento, calzature, pelletteria, accessori, tessile casa ed articoli sportivi, uno degli elementi essenziali per il rilancio dei consumi prima che sia veramente troppo tardi”.

Il “manuale” dei saldi

Per il corretto acquisto degli articoli in saldo, Federazione Moda Italia e Confcommercio ricordano alcuni principi base sui saldi. Ad esempio, la possibilità di cambiare il capo dopo l’acquisto è generalmente lasciata alla discrezionalità del negoziante, a meno che il prodotto non sia danneggiato o non conforme. In questo caso scatta l’obbligo per il negoziante della riparazione o della sostituzione del capo, e nel caso risulti impossibile, la riduzione o la restituzione del prezzo pagato. Il compratore è però tenuto a denunciare il vizio del capo entro due mesi dalla data della scoperta del difetto.

Prova dei capi: non c’è obbligo

La prova dei capi è invece rimessa alla discrezionalità del negoziante, e quanto ai pagamenti, le carte di credito devono essere sempre accettate da parte del negoziante. Per l’indicazione del prezzo, è obbligo del negoziante indicare il prezzo normale di vendita, lo sconto e il prezzo finale.
I capi che vengono proposti in saldo devono poi avere carattere stagionale o di moda, ed essere suscettibili di notevole deprezzamento se non venduti entro un certo periodo di tempo. Ma modifiche o adattamenti sartoriali sono a carico del cliente, salvo diversa pattuizione.

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Auto: il futuro è di lusso, elettrico e smart 

Entro il 2023 il mercato delle auto dagli 80.000 ai 150.000 dollari crescerà dell’8%, quelle fino a 300.000 dollari del 10% e le super lussuose da 500.000 dollari del 14%. Per la prima volta berline e macchine sportive avranno meno appeal, e se il mercato delle auto di medio livello ristagna, quello delle vetture di lusso continuerà ad aumentare, ma cambiando pelle. I più facoltosi ora puntano ad auto che non inquinano, scegliendole elettriche ma anche comode. Così anche i classici brand automobilistici emblema del lusso stanno diversificando le produzioni, con nuovi modelli meno iconici ma più moderni.

Arrivano i nuovi modelli SUV

Oggi circa il 50% degli acquirenti di auto premium e di lusso preferisce i SUV, e i produttori sono impegnati a presentare i nuovi modelli in risposta a questa domanda. Un cambiamento fotografato dal nuovo report McKinsey, secondo il quale queste automobili ibride, le cosiddette ‘utilitarie sportive-fuoristrada’ (cioè i SUV, Sport Utility Vehicle), con elevate prestazioni e finiture lussuose saranno in cima ai desideri dei Paperoni di tutto il mondo, cinesi in testa, seguiti da asiatici e americani.
Anche i gusti dei nababbi europei seguiranno lo stesso trend, ma con maggiore occhio al design, e servizi di assistenza tailor made pre e post-vendita di alto livello, online e dal vivo.

Artigianato di altissimo livello e qualità potenti fattori di acquisto in Europa

Se le vendite di nuovi SUV (da 150.000 a 500.000 dollari) raddoppieranno lo slancio maggiore lo avranno le macchine extra lusso in versione ibrida-fuoristrada (minimo 500.000 dollari): già nel 2021 ne sono state immesse sul mercato 16 nuovi modelli. I SUV elettrificati domineranno il mercato dei prossimi anni, e il 70% di chi possiede una macchina di alta e altissima gamma a combustione interna passerà all’elettrica. Fra i trend dei prossimi dieci anni, anche l’aumento di sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS) e connettività intelligente, sistemi che aumenteranno i profitti di oltre il 7% entro il 2026. Ma se i cinesi sono i più interessati alla tecnologia, i ricchi europei e americani continueranno ad amare anche elementi tradizionali, come l’artigianato di altissimo livello e la qualità, che resteranno potenti fattori di acquisto,

Il numero di super ricchi continua a crescere

Le ragioni dell’incremento previsto per le vendite di auto di altissima gamma, riporta Ansa, dipendono dal fatto che il numero di super ricchi continua a crescere.
“Con più milionari e miliardari sparsi per il mondo la scelta di auto costosissime non riguarda più solo i nababbi americani o europei ma gli asiatici e quelli dei paesi medio orientali, Cina in testa – spiegano gli autori della ricerca -. Nella fascia di prezzo superiore a 80.000 dollari prevediamo che la Cina sarà il mercato in più rapida crescita per le auto di lusso entro il 2031, con una crescita annuale del 14%, aumentando così la sua quota globale nel segmento dal 24% nel 2021 a circa il 35% alla fine del decennio”.

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Nel 2021 il 10,3% dell’elettricità mondiale generato da sole e vento 

“È iniziato il processo che rimodellerà il sistema energetico esistente – commenta il responsabile globale di Ember, think tank che si occupa di clima ed energia -. Anche se le emissioni e il carbone hanno raggiunto un altro massimo storico, ci sono chiari segnali che la transizione elettrica globale è ben avviata. Più che mai elettricità eolica e solare viene aggiunta alle reti. E non solo in pochi Paesi, ma in tutto il mondo”.
Dal Global Electricity Review annuale pubblicato da Ember emerge infatti che nel 2021 sono stati 50 i Paesi che hanno superato la soglia del 10% di produzione elettrica da solare ed eolico. E l’energia eolica e solare nel 2021 ha registrato un record, con una produzione del 10,3% dell’elettricità a livello mondiale.

Aumenta anche il tasso di crescita: +23% solare e +14% eolica

Insomma, per la prima volta l’energia solare ed eolica, insieme, hanno superato la soglia di un decimo della produzione globale elettrica, raggiungendo il 10,3% dal 9,3% del 2020. Anche il tasso di crescita è aumentato: del 23% in più per la produzione solare e 14% per l’eolica. Quella solare è stata la fonte di produzione di elettricità in più rapida crescita per il diciassettesimo anno consecutivo.
Nel 2021 è stato inoltre calcolato un aumento di 1.414 TWh della domanda di elettricità rispetto al 2020. Una crescita equivalente all’aggiunta di un’intera India sulla domanda globale di elettricità, ed è stata la più rapida dal 2010. 

Cresce la richiesta di elettricità

Questo enorme aumento di elettricità richiesta è stato coperto per un terzo dalle fonti eolica e solare, mentre la rimanente quota da combustibili fossili. Nel 2021 infatti anche l’elettricità da carbone è aumentata per poter rispondere alla domanda elettrica senza precedenti. Ma tutte le fonti di elettricità pulita hanno generato in totale il 38% dell’elettricità mondiale nel 2021, più del carbone (36%). Per mantenere la retta via, contenendo il riscaldamento globale entro 1,5 gradi, l’eolico e il solare dovranno sostenere alti tassi di crescita da almeno 20% ogni anno fino al 2030. Ma con la situazione di crisi in Ucraina, il prezzo del carbone ancora in aumento così come la domanda di elettricità, tutti i governi sono messi a dura prova. Tutti devono agire con coraggio e ambizione per fare di più.

Un’offerta sostenibile arriva dal centro dell’Europa

Dal centro dell’Europa arriva un’offerta sostenibile, da un punto di vista economico ed ecologico. Si chiama Contracting fotovoltaico, ed è il concetto sviluppato dal gruppo aziendale Sun Contracting.
Si tratta di permettere una facile espansione europea di impianti fotovoltaici, riporta Internazionale, senza lasciare i pesanti costi di investimento e mantenimento sulle spalle di proprietari di tetti e terreni adatti. Anzi, permettendo loro di guadagnare un profitto economico, nel rispetto dell’ambiente e sulla strada degli obiettivi climatici.

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È boom di assunzioni, ma le imprese venete non trovano personale

Un paradosso nel mondo del lavoro: l’83% delle imprese venete vuole assumere nei prossimi 6 mesi, ma l’88% non riesce a trovare personale. Solo l’8% non intende ampliare l’organico, contro il 18% del 2021. È quanto emerge da un’indagine condotta da Fòrema, ente di formazione di Assindustria VenetoCentro, dal titolo Survey 2022: Indagine sui fabbisogni professionali delle imprese, condotta su di un campione di 208 intervistati tra HR manager, imprenditori, responsabili di funzione. Il 45% degli intervistati rappresenta imprese di dimensioni medie e grandi, e il comparto metalmeccanico rappresenta quasi la metà del panel.

Rispetto al 2021 cresce l’offerta di lavoro

Le percentuali di assunzioni crescono ulteriormente per i settori metalmeccanici (85%) e dei servizi tecnologici (89%), e il 79% delle imprese si dichiara disponibile all’utilizzo degli strumenti più tradizionali. Il contratto a tempo indeterminato è proposto nel 40% dei casi, seguito dal contratto a tempo determinato (22%) e l’apprendistato (17%). Diminuisce il peso dei contratti di somministrazione, ovvero le assunzioni tramite agenzia interinale (6%, contro il 10% del 2021).
I profili al top per il 2022 sono il progettista tecnico (29%), l’addetto alla logistica (15%) e l’addetto amministrativo contabile (10%). La priorità va ai profili di addetti alla produzione di livello manageriale, in grado di governare processi e gruppi di lavoro (11%), i tecnici informatici e i programmatori (9%, contro il 4% dello scorso anno).

Tirocinio: il metodo preferito per facilitare l’inserimento delle nuove risorse

Un quarto degli intervistati (26%) collega le assunzioni al normale turnover e ai pensionamenti, mentre circa la metà (48%) all’aumento delle commesse e della mole di attività da fare. Il 26% degli inserimenti è originato da un vero processo di trasformazione organizzativa, che ha avviato nuovi processi da presidiare (13%) o ha creato la necessità di nuovi ruoli prima non contemplati (13%).
Il tirocinio è il metodo preferito per facilitare l’inserimento delle nuove risorse (59%), seguito dai corsi di formazione brevi o lunghi (25%). L’88% del panel dichiara tuttavia che sta riscontrando difficoltà nel reclutare il personale (contro il 69% del 2021).

Grandi aziende più in difficoltà delle Pmi

Le grandi imprese appaiono ancora più in difficoltà delle Pmi. Soprattutto per il reclutamento di figure operative da inserire in produzione (56%), in forte aumento rispetto al 45% del 2021. Il 57% degli intervistati dichiara di non riuscire a ingaggiare nuovo personale necessario per mancanza di figure disponibili, perché sono già in forza presso altre aziende, o perché il sistema dell’istruzione e della formazione non riesce a coprire la domanda (44% nel 2021). A questo dato si aggiunge un ulteriore 19% che segnala come causa principale un disallineamento tra le competenze presenti sul mercato e quelle necessarie per operare efficacemente nel proprio contesto organizzativo. Nel 17% dei casi, si segnala in via esclusiva o accessoria il tema della scarsa attrattività del ruolo offerto, delle mansioni richieste o dell’azienda nel suo complesso.

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I lavoratori autonomi pagano più tasse di pensionati e dipendenti

Se pensionati e dipendenti sono le categorie abitualmente indicate dal dibattito politico-sindacale come più fedeli al fisco, la Cgia di Mestre rilegge lo squilibrio del carico fiscale legato all’Irpef, e mostra come siano i lavoratori autonomi a pagare mediamente più tasse. 
Secondo gli ultimi dati Mef disponibili sui redditi relativi al 2018, emerge che mediamente i pensionati pagano un’Irpef netta annua di 3.173 euro, i lavoratori dipendenti di 4.006 euro, e gli imprenditori/lavoratori autonomi di 5.741 euro.
“Si stima che l’evasione fiscale in Italia ammonti a 105 miliardi di euro all’anno e nel dibattito politico-sindacale si ripete ormai come un mantra che l’imposta sul reddito delle persone fisiche sarebbe pagata per quasi il 90% da pensionati e lavoratori dipendenti”, ricorda la Cgia.

Un grave abbaglio statistico e interpretativo

Secondo la Cgia, si tratta di un’affermazione del tutto fuorviante, che riproduce gli effetti di un grave abbaglio statistico/interpretativo. Se, infatti, “è palese che oltre l’82% dell’Irpef, e non il 90%, è versata all’erario da pensionati e lavoratori dipendenti, questo avviene perché queste 2 categoria rappresentano quasi l’89% del totale dei contribuenti Irpef presenti in Italia” si legge ancora nella nota del Centro studi dell’associazione.
Per dimostrare lo squilibrio del carico fiscale legato all’Irpef, la metodologia ‘corretta’ dovrebbe consistere nel calcolare l’importo medio versato da ciascun contribuente facente parte di ognuna delle 3 principali tipologie che pagano l’imposta sulle persone fisiche: autonomi, dipendenti e pensionati.
Quindi, è applicando tale metodica che per la Cgia si ribaltano i risultati.

Archiviati Cashback e lotteria degli scontrini

Intanto, si registra il deciso flop di Cashback e lotteria degli scontrini.
Se infatti il cashback è stato ‘archiviato’ dal governo Draghi, che a partire dal giugno 2021, ne ha sospeso l’applicazione per manifesta incapacità di perseguire l’obiettivo, anche la lotteria degli scontrini non sembra aver sortito grande interesse tra i contribuenti/consumatori.
“Stando ai dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, se a marzo del 2021 gli scontrini mensili associati alla lotteria avevano sfiorato il picco massimo di 25 mila unità, successivamente c’è stata una costante contrazione; lo scorso autunno il numero mensile è sceso poco sopra le 5 mila unità”, ricorda la Cgia.

Ogni anno sottratti al fisco 105 miliardi di euro

A dover essere utilizzate con i miliardi di informazioni che arrivano in funzione anti evasione, riferisce Adnkronos, dovrebbero essere le 162 banche dati di cui dispone lo Stato, che però solo in piccola parte riesce a ‘utilizzare’.
“È vero che a breve queste banche dati dovrebbero cominciare a dialogare fra loro, ovvero a essere interoperabili – sottolinea la Cgia -. Tuttavia, se ogni anno il popolo degli evasori sottrae al fisco 105 miliardi di euro, e i nostri 007 riuscivano a recuperarne, nel periodo pre Covid, tra i 18 e i 20, vuol dire che potenzialmente sappiamo vita, morte e miracoli di chi è conosciuto al fisco, mentre brancoliamo nel buio nei confronti di chi non lo è, con il risultato che l’evasione prospera”.

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Libri e lettura: i bambini italiani e il piacere di leggere

Per i bambini italiani leggere un libro non è un dovere, ma un piacere. Il 66% dei ragazzi dichiara che la lettura è un’attività che a loro piace molto. È un’attività che genera curiosità (57%), stimola la fantasia (54%), rimanda ai temi dell’avventura (47%) ed è generata dalla voglia di scoprire (46%).
Emerge da una ricerca de Il Battello a Vapore, marchio di libri per bambini e ragazzi di Edizioni Piemme, commissionata a BVA Doxa, e condotta allo scopo di cogliere gli aspetti di coinvolgimento capaci di alimentare la passione per la lettura dei ragazzi. La ricerca ha coinvolto 500 tra ragazzi e ragazze di età compresa tra 8 e 11 anni e i loro genitori, ed è stata presentata al Salone del Libro di Torino. 

Quel ‘primo libro appassionante’ che fa scattare la scintilla

Per la metà dei ragazzi è stato quel ‘primo libro appassionante’, magari ricevuto in regalo, l’incentivo alla lettura di altri libri (47%). Un libro che è piaciuto particolarmente è infatti la scintilla che fa scattare la passione per la lettura (36%). Altrettanto importante il ruolo che i ragazzi riconoscono alla famiglia, che interviene con un suggerimento/regalo di un libro (34%). L’avvicinamento alla lettura per i ragazzi è frutto in buona parte di impegno da parte dei genitori: il 61% cercava di leggere libri insieme al figlio da piccolo, il 57% comprava libri che pensava potessero piacergli, il 55% parlava insieme dei libri letti, e della lettura come di una vera e propria passione (51%).

Sviluppare capacità linguistiche e creatività

Più contenuto, ma sempre cruciale e irrinunciabile, il ruolo che giocano gli insegnanti (24%).
L’importanza del ruolo dei genitori nel stimolare la lettura di libri da parte dei bambini è rafforzata dal fatto che loro stessi ne riconoscono benefici oggettivi. Tra i più importanti, la conoscenza di vocaboli (63%) e lo sviluppo delle capacità linguistiche (55%). Accanto a questo lo sviluppo della fantasia e creatività (62%), elemento particolarmente accentuato per chi ha figlie femmine (66%). Tra i valori che la lettura dovrebbe comunicare, la curiosità (48%) e il rispetto (43%).

Viaggiare con la fantasia in mondi immaginari

Leggere, prima di tutto, e soprattutto per le femmine, è viaggiare con la fantasia in mondi immaginari (56%). Ma è anche un modo per ‘imparare cose nuove’ (47%), più citato dai maschi, e un modo per immedesimarsi nei personaggi (46%).  Anche i genitori hanno lo stesso modo di ricordare il loro approccio alla lettura durante l’infanzia. Il percorso fatto dai genitori, da ragazzi a lettori adulti, è la testimonianza di come sia importante far nascere e coltivare questa passione ‘da piccoli’. Da grandi però cambia in parte la sua percezione, e diventa momento di relax (58%) prima che curiosità (48%), voglia di scoprire (48%) e passatempo (46%), ma si conferma sempre una vera passione.

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