Spesa e consumi delle famiglie italiane nel 2024 online e offline

Metà delle famiglie italiane arriva a generare circa il 70% della spesa complessiva per i consumi, mentre l’ultimo quintile contribuisce a poco più dell’8% del totale. La distribuzione mostra un indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito da 0 (uguaglianza perfetta) a 1 (massima disuguaglianza), pari a 0.29. Un valore, quindi, di moderata disuguaglianza.

Secondo l’elaborazione dei dati più recenti sui consumi delle famiglie italiane pubblicati da ISTAT la spesa delle famiglie italiane cresce più velocemente del numero di famiglie, segnalando una distribuzione non uniforme, ma concentrata.
In pratica, l’analisi mostra che il 40% del valore degli acquisti, sia offline sia online, è generato dal 20% di famiglie che spendono di più. 

La curva di concentrazione degli acquisti: un confronto fra Paesi 

La situazione italiana risulta stabile negli ultimi dieci anni (Istat, 2024) e un simile livello di concentrazione si ritrova in molti altri Paesi europei.
Il 40% italiano è infatti molto simile a quello rilevato in UK ed è superiore di qualche punto percentuale rispetto a Germania, Francia e Spagna.

Tuttavia, il confronto più interessante non è tra Paesi diversi, ma tra canali di acquisto diversi.
Cosa succede alla curva di concentrazione degli acquisti quando si prendono in considerazione gli oltre 70 miliardi di euro di acquisti online delle famiglie italiane in un anno?

Il canale online acuisce le dinamiche, non le attenua

Per rispondere a questa domanda, si può analizzare la curva di concentrazione degli acquisti online effettuati dagli italiani su Amazon e usando PayPal, registrati grazie ai dati di Logline di Human Highway. Anche qui, l’informazione più interessante è la struttura della curva, che mostra una concentrazione molto elevata.

Sia per gli acquisti su Amazon (che riguarda principalmente prodotti) sia per quelli pagati con PayPal (che generano valori simili sia per i prodotti sia per i servizi), si nota che una quota relativamente ristretta di famiglie genera una parte molto consistente del valore complessivo.
In altri termini, l’online non attenua la concentrazione della spesa ma, anzi, ne esalta le dinamiche già presenti nei consumi complessivi.

Amazon e PayPal “alimentati” dal 20% degli account più alto-spendenti

I dati relativi alla spesa su Amazon o con PayPal mostrano che il 20% degli account più alto spendenti è responsabile del 55% del valore degli acquisti su Amazon e del 64% del valore sviluppato con PayPal.
Si tratta di concentrazioni molto elevate (coefficiente di Gini superiore a 0.6).

La conclusione è che la dinamica di spesa online non può ritenersi una proxy della spesa any-channel perché i comportamenti di acquisto sono molto diversi.
Anche se l’e-commerce italiano vale circa un decimo della spesa complessiva delle famiglie, la sua configurazione mostra una struttura peculiare. Pochi milioni di famiglie, insomma, alimentano gran parte dei flussi degli acquisti online.

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Mobilità internazionale: interessa oltre il 14% degli italiani

La libertà di circolazione dei lavoratori europei all’interno del Mercato Unico, Svizzera inclusa, è uno degli elementi centrali degli accordi economici vigenti tra i Paesi, fattore che consente ai cittadini di vivere e lavorare in qualsiasi Stato aderente senza la necessità di permessi speciali o visti di lavoro.
I lavoratori con esperienze maturate in Paesi diversi da quello di residenza, definiti lavoratori con mobilità internazionale, rappresentano una componente significativa all’interno dell’area.

Secondo un’analisi di Indeed, il 14,8% dei candidati italiani alla ricerca di un impiego vanta esperienze professionali oltre confine. La media dell’area del Mercato Unico Europeo si attesta al 16,7%, con picchi che superano il 40% in Irlanda e il 50% in Svizzera.

Lavorano all’estero profili eterogenei

La mobilità internazionale include profili eterogenei: da espatriati o migranti che hanno iniziato la carriera nel Paese d’origine e poi si sono trasferiti a lavoratori locali con esperienze temporanee all’estero fino a lavoratori transfrontalieri che mantengono la residenza in un Paese, ma sono impiegati in un altro.

Quest’ultima categoria, che comprende anche professionisti stagionali o chi lavora regolarmente da remoto per aziende con sede oltreconfine, ha raggiunto nel 2023 quota 1,8 milioni (+3% vs 2022).
Guidano la classifica di provenienza Francia, Germania e Polonia, mentre tra le destinazioni prevale il Lussemburgo, dove i transfrontalieri rappresentano il 47% della forza lavoro.

Management e ristorazione occupazioni principali dei transfrontalieri

Le professioni di management e della ristorazione restano le principali occupazioni dei lavoratori transfrontalieri, indipendentemente dal Paese di impiego.
Tra i residenti in Italia che lavorano oltreconfine, oltre il 15% è impiegato nella ristorazione, il dato più alto tra i Paesi dell’area, seguito dal management e dai professionisti delle vendite.

Ai tradizionali lavoratori residenti in un Paese e impiegati in un altro si aggiunge il fenomeno in rapida espansione del telelavoro transfrontaliero.
Nel 2020 quasi 400.000 persone (0,37% della forza lavoro) svolgevano attività da un altro Paese, con concentrazioni più elevate in Lussemburgo, Belgio e Francia.

Il “lavoro senza frontiere” non è privo di sfide

Nel 2023, un Accordo Quadro ha innalzato dal 25% al 49,9% la soglia di lavoro da remoto dal Paese di residenza mantenendo la copertura sociale del datore di lavoro, nel caso in cui entrambi gli Stati siano firmatari.
A oggi vi hanno aderito 18 Paesi, ampliando la flessibilità ma lasciando irrisolte alcune questioni di fiscalità transfrontaliera.
La libertà di movimento in Europa offre vantaggi evidenti, riferisce Adnkronos, ma produce effetti eterogenei.

“In un’area vasta come il Mercato Unico Europeo il lavoro transfrontaliero contribuisce a colmare carenze, sostenere le economie locali e consentire ai lavoratori di vivere in Paesi con un costo della vita più basso – commenta Lisa Feist, economista di Indeed -. Allo stesso tempo, mette in evidenza la dipendenza che alcune economie hanno sviluppato dagli afflussi di manodopera straniera. Inoltre, le differenze in termini di salari, regolamentazioni e protezioni sociali indicano che il ‘lavoro senza frontiere’ non è privo di sfide”. 

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Italia, il boom del turismo matrimoniale

E’ proprio vero che l’amore non ha confini: l’Italia continua a essere una delle mete preferite per celebrare il matrimonio, soprattutto per coppie straniere che vivono all’estero e decidono di dire sì proprio qui. Insomma, il nostro Paese ai vertici della cladssifica del turismo matrimoniale. Non si tratta semplicemente di una questione di bellezza dei luoghi, ma di atmosfera, di stile di vita, di quel modo tutto italiano di rendere speciali anche le cose semplici.

La conferma dell’appeal dell’Italia quale patria del ‘sì’ arriva dall’Istat: nel 2024 sono state celebrate 3.378 nozze tra sposi entrambi stranieri e non residenti. Rappresentano quasi il 2% di tutti i matrimoni avvenuti nel Paese e raccontano un fenomeno che, dopo la frenata del Covid, ha ripreso a correre. 

Dopo la pandemia “scoppia” l’amore 

Il trend del turismo matrimoniale è stato in crescita fino al 2019. Poi è arrivato lo stop improvviso imposto dalla pandemia. In un solo anno, le nozze tra stranieri non residenti sono crollate da oltre 4mila a meno di mille, con una riduzione superiore al 77%. Viaggi bloccati, cerimonie rimandate, sogni messi in pausa.

Dal 2021 in poi, però, qualcosa ha ricominciato a muoversi. Prima con cautela, poi con maggiore decisione, fino ai numeri registrati nel 2024, che segnano un ritorno alla normalità, anche se senza gli eccessi del passato.

Si sceglie l’Italia perché è un’esperienza 

A scegliere l’Italia sono soprattutto coppie provenienti da Paesi economicamente avanzati, attratte da un’idea di matrimonio che va oltre la cerimonia.

Ville storiche, borghi, colline, città d’arte: sposarsi qui significa trasformare il matrimonio in un’esperienza da condividere con amici e familiari, spesso unendo rito e vacanza. Un racconto che continua ad affascinare, nonostante i cambiamenti globali.

Le nozze degli stranieri che vivono in Italia

Diversa, ma altrettanto interessante, è la situazione dei matrimoni tra cittadini stranieri residenti in Italia. Nel 2024 sono stati 4.929, in calo di circa il 5% rispetto all’anno precedente. Rappresentano poco meno del 60% di tutte le nozze che coinvolgono sposi entrambi stranieri. Anche qui, però, i numeri vanno letti con attenzione.

Molti cittadini immigrati arrivano in Italia dopo essersi già sposati nel Paese d’origine oppure scelgono di tornare temporaneamente a casa per celebrare il matrimonio. Per questo motivo, una parte consistente di queste unioni avviene all’estero e non compare nelle statistiche italiane.

Bellezze italiane a fare da cornice al sì

Il turismo matrimoniale e le nozze degli stranieri residenti raccontano, in fondo, la stessa cosa: l’Italia continua a essere un luogo simbolico nei percorsi di vita di molte persone.

Un Paese che fa da sfondo a storie diverse, intrecciate, spesso lontane, ma che trovano qui il momento più importante della loro vita.

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Saldi d’inverno: consumatori sempre più attenti e consapevoli 

C’è chi li aspetta tutto l’anno e chi li guarda con distacco, ma i saldi invernali restano un appuntamento fisso nel calendario degli italiani. Con l’avvio della stagione 2026, il clima che si respira è composto da un mix di attesa, qualche speranza e una voglia moderata di concedersi uno sfizio.

A dirlo è una ricerca di Confcommercio, realizzata insieme a Format Research, che fotografa abitudini e umori dei consumatori.

C’è la voglia di comprare, ma senza eccessi

Secondo l’indagine, quasi sei italiani su dieci sono pronti a fare acquisti approfittando degli sconti. Non si tratta però di una corsa pazza alle vetrine. Per molti, i saldi rappresentano piuttosto l’occasione giusta per recuperare un acquisto rimandato da mesi.

l 47,3% degli intervistati parla chiaramente di prodotti desiderati da tempo, scelti con calma. Il resto guarda al portafoglio con prudenza: oltre la metà comprerà solo ciò che è davvero necessario, mentre una parte preferirà puntare su articoli di qualità o sul miglior prezzo possibile.

La moda si conferma il settore più desiderato

Abbigliamento e calzature restano i protagonisti indiscussi dei saldi. I capi di vestiario interessano oltre il 90% degli acquirenti, le scarpe superano l’80%. Seguono accessori e articoli sportivi, scelte più mirate ma comunque presenti.

Cambia però l’approccio: meno acquisti d’impulso, più attenzione a ciò che può durare nel tempo.

Addio barriere tra negozio e online

Anche il modo di comprare racconta un cambiamento ormai consolidato. Circa sette consumatori su dieci alterneranno negozi fisici ed e-commerce. Si entra in negozio per toccare con mano, si confrontano i prezzi online, poi si decide.

Soltanto una minoranza opta per un’unica modalità. Il commercio, oggi, vive su più binari.

Il clima cambia e l’armadio si adegua

Il clima poi gioca un  ruolo sempre più rilevante. Gli inverni meno rigidi stanno modificando le scelte: molti rinviano l’acquisto di cappotti pesanti, altri preferiscono capi più leggeri.

Un fenomeno che non passa inosservato nemmeno alle imprese, l’80% delle quali segnala un avvio più lento della domanda di abbigliamento invernale.

I negozianti tra attese e realismo

Dal lato delle imprese, le aspettative restano caute. La maggioranza offrirà sconti fino al 30% e oltre la metà confida nell’arrivo di nuovi clienti.

Per molte attività, i saldi valgono fino a un quinto delle vendite annue. Ma il contesto resta delicato: il 38% degli imprenditori segnala un calo dei ricavi nel 2025 rispetto all’anno precedente.

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Mercato immobiliare, aumenta il volume delle compravendite nel I trimestre 2025

Secondo i dati ISTAT su base congiunturale nel I trimestre 2025 l’indice destagionalizzato delle compravendite immobiliari accelera la crescita già osservata negli ultimi tre trimestri 2024, trainato soprattutto dal Nord e dal Mezzogiorno. Solo il Centro è in controtendenza.

Il primo trimestre 2025 apre l’anno con 228.623 compravendite. I volumi intermediati aumentano rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+8,7%), quando il mercato immobiliare aveva registrato una contrazione del -4,0% sul I trimestre 2023
Aumentano anche le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare risultano in crescita. Nello stesso periodo del 2024 i mutui segnavano un -12,0% rispetto al I trimestre 2023.

Comparto abitativo: in calo solo Centro e Sud

Le 228.623 compravendite immobiliari includono le convenzioni notarili di compravendita e le altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari.
Il dato è in crescita rispetto al trimestre precedente (+1,5% destagionalizzato) e su base annua (+8,7% dato grezzo).

Nel confronto congiunturale le compravendite del comparto abitativo aumentano nel Nord-Ovest (+5,1%) e nelle Isole (+1,7%), risultano stabili nel Nord-Est (+0,3%) e in diminuzione al Centro (-2,1%) e al Sud (-0,9%).
Le compravendite di immobili a uso economico aumentano in tutte le aree (Nord-Ovest +4,6%, Nord-Est +1,8%, Centro +1,3%, Sud e Isole +0,4%).

La maggior parte delle convenzioni riguarda immobili a uso abitativo

Il 93,8% delle convenzioni stipulate riguarda i trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo (214.545), il 5,8% a uso economico (13.311) e lo 0,3% a uso speciale/multiproprietà (767).

Rispetto al I trimestre 2024 le transazioni immobiliari crescono nel comparto abitativo (+9,5%) e rimangono stabili nel comparto economico (-0,5%). A livello territoriale, il comparto abitativo aumenta su base annua nel Nord-Ovest (+17,2%), nel Nord-Est (+13,2%), nelle Isole (+6,9%) e al Sud (+6,1%), mentre diminuisce al Centro (-4,0%). Il comparto economico cala al Centro (-8,7%) e nel Nord-Est  (-4,8%), mentre cresce al Sud (+9,3%), nel Nord-Ovest e nelle Isole (+1,2%). Nell’ambito del comparto abitativo le compravendite aumentano nei piccoli (+9,6%) come nei grandi centri (+9,2%), mentre nel comparto economico calano nei grandi centri (-2,1%) e restano stabili nei piccoli (+0,5%).

I mutui sono 88.820, +31,5%

Anche nel caso dei mutui, l’indice destagionalizzato mostra una crescita più sostenuta rispetto a quella registrata nei tre trimestri precedenti.
Nel I trimestre 2025 le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare sono 88.820.
Rispetto al trimestre precedente la variazione percentuale è +6,4% (dato destagionalizzato), mentre su base annua è +31,5% (dato grezzo).

Su base congiunturale l’aumento interessa il Nord-Ovest (+11,0%), il Sud (+6,1%), il Nord-Est e le Isole (entrambi +5,5%). Il Centro, al contrario, è in calo (-0,7%).
Su base annua invece la crescita interessa tutto il territorio nazionale: Nord-Ovest +40,5%, Nord-Est +35,0%, Sud +31,3%, Isole +28,9%, Centro +13,2%, e sia i piccoli sia i grandi centri, rispettivamente +32,9% e +29,8%.

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L’Italia che assume: servono laureati, tecnici ITS e diplomati, ma la metà dei profili è “introvabile”

Le imprese italiane sanno di cosa hanno bisogno. Il problema è che, troppo spesso, non riescono a trovarlo. A dirlo è l’ultima fotografia scattata dal Sistema informativo Excelsior, sviluppato da Unioncamere con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sostenuto dal Programma nazionale Giovani, donne e lavoro cofinanziato dall’Unione europea. I dati arrivano in occasione della 34ª edizione di Job&Orienta, il salone veronese dedicato a scuola, formazione e lavoro.

Quest’anno le aziende avevano programmato l’ingresso di 670mila laureati, 120mila diplomati ITS Academy, oltre 1,3 milioni di diplomati delle scuole superiori e 2,3 milioni di qualificati professionali. Numeri imponenti, che però si scontrano con una dura realtà: quasi un profilo su due è difficile da reperire. Per i tecnici ITS la percentuale schizza al 57,3%, mentre tra i laureati la difficoltà supera il 50%.

Unioncamere: “Serve un orientamento più precoce”

“Il divario tra ciò che le imprese cercano e ciò che il mercato offre resta molto ampio”, osserva Andrea Prete, presidente di Unioncamere. Un fenomeno tutt’altro che esclusivamente italiano, ma che nel nostro Paese pesa come un macigno sulla competitività.

Secondo Prete, servono tre mosse decisive: orientamento scolastico avviato prima, un rapporto più stretto tra università e imprese per trattenere i giovani talenti, e un dialogo più fluido tra formazione e mondo produttivo.

A “caccia” di laureati, ma difficili da trovare

Le lauree più gettonate restano economia (193mila ingressi potenziali) e ingegneria (127mila). Seguono gli indirizzi dedicati all’insegnamento e alla formazione e quelli sanitari e paramedici. Per i giovani sotto i 30 anni, spiccano le opportunità nelle aree statistiche e motorie.

A complicare il quadro è il mismatch più duro proprio nelle discipline STEM: chimica e farmaceutica (72,4% di difficoltà di reperimento), area sanitaria (70,8%) e medico-odontoiatrica (67,2%).

Tecnici ITS sempre più richiesti, ma quasi impossibili da reperire

Sul fronte ITS le imprese cercano soprattutto profili legati ai servizi alle aziende, alla meccatronica e all’innovazione di prodotto.

Le opportunità per gli under 30 sono altissime, in particolare nei settori della mobilità e dell’energia sostenibile. Eppure oltre metà dei tecnici non si trova, con tassi di irreperibilità che sfiorano il 94% nella sostenibilità energetica.

Diplomati e qualificati: carenze nei percorsi tecnici

Tra i diplomati, amministrazione–finanza–marketing guida la classifica delle richieste, seguita dal turismo e dagli indirizzi tecnici. Anche qui, quasi 634mila profili risultano introvabili.

Nel mondo della formazione professionale, ristorazione, logistica e meccanica restano gli ambiti più richiesti, ma oltre 1 milione di profili IeFP (47%) è difficile da trovare, con criticità che superano il 60% nelle competenze meccaniche, termoidrauliche ed elettriche.

Un’emergenza strutturale che chiede risposte

Il 2025 conferma dunque un trend che non è più un’eccezione ma una costante: l’Italia cerca competenze che non ha, mentre i giovani faticano a orientarsi in un mercato del lavoro che cambia a velocità record.

Un nodo da sciogliere con politiche lungimiranti, formazione mirata e un orientamento che accompagni davvero le scelte dei ragazzi. Perché senza un incontro tra domanda e offerta, la crescita rischia di restare solo sulla carta.

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Salute e benessere: per gli italiani sono sinonimo di sostenibile

Il 92% degli italiani sono consapevoli della connessione tra salute e ambiente, ma allo stesso tempo si sentono schiacciati da preoccupazioni globali (guerre, cambiamento climatico, deterioramento ambientale) e dalla sensazione che il proprio destino dipenda soprattutto da fattori economici incontrollabili (62,4%).

In Italia la sostenibilità sociale ha il volto della fragilità.
Quasi nove cittadini su dieci guardano con paura al futuro del pianeta, e oltre l’80% teme per il futuro del Paese. Inoltre, più di sette italiani su dieci vivono con ansia il proprio domani.
Sono i segnali d’allarme che emergono dall’indagine realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia in occasione della Social Sustainability Week.

Sostenibilità sociale e Sistema Sanitario Nazionale

Il 46% degli italiani dichiara di avere fiducia nel Sistema Sanitario Nazionale, mentre il 54% esprime scetticismo o sfiducia.
La sostenibilità sociale tocca direttamente anche il rapporto con il SSN. Si tratta di una criticità che non riguarda la qualità del personale, considerato preparato dal 58% degli intervistati, ma piuttosto la capacità organizzativa e la carenza di risorse. Tanto che l’81% ritiene che il numero degli operatori sanitari sia insufficiente.

Questa percezione porta oltre la metà del campione (53%) a considerare indispensabile una assicurazione integrativa, e spinge il 67% a ritenere inevitabile il ricorso alla sanità privata, segnale di un bisogno crescente di sicurezza e accessibilità nelle cure. 

Il ruolo sociale delle imprese

In un contesto in cui le istituzioni e i soggetti collettivi sono percepiti come meno efficaci, si ampliano le aspettative nei confronti delle imprese, chiamate sempre più a svolgere un ruolo sociale.
Quando organizzazioni e aziende parlano di sostenibilità trasmettono speranza o interesse (54%). Solo l’8% si dichiara indifferente.

Al mondo del lavoro gli italiani chiedono innanzitutto stabilità contrattuale, considerata prioritaria dal 53% degli intervistati, relazioni positive tra colleghi, indicate dal 47% e flessibilità e smart working (34%). L’attenzione alla salute e la domanda di un’ampia offerta di welfare aziendale (26%) superano, anche se di poco, la rilevanza attribuita all’assenza di discriminazione e pari opportunità (23%) e alla formazione (22%).

“Il lavoro diventa il luogo in cui si cerca stabilità”

Il 60% ritiene tuttavia insufficiente l’attuale impegno aziendale per il benessere e il 61% del campione pensa che le aziende dovrebbero promuovere servizi psicologici. Ma solo il 16% conosce aziende che li offrono.

“La crescente vulnerabilità e la carenza dei presìdi collettivi spingono le persone a rivolgere alle imprese aspettative un tempo rivolte alle istituzioni – dichiara Cristina Cenci, antropologa e Senior Partner di Eikon -. Il lavoro diventa il luogo in cui si cercano stabilità, relazioni sane e tutela del benessere. Questa trasformazione segnala un cambiamento profondo nei bisogni comunitari. Le aziende che sapranno accoglierlo contribuiranno a rafforzare nuove forme di sicurezza condivisa”.

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Imprese, quanto è difficile il passaggio generazionale?

Il passaggio generazionale è da sempre un momento delicato per le famiglie dell’imprenditoria italiana. Non si tratta solo di cedere un ruolo o un’azienda, ma di riuscire a trasferire valori, visione e senso di responsabilità. Un tema che oggi, più che mai, preoccupa gli imprenditori italiani.

Lo conferma una ricerca condotta da Nexta Società Benefit, partner che affianca le imprese familiari nei loro percorsi di crescita. Lo studio, avviato nel giugno 2025 e concluso in autunno, ha coinvolto 45 famiglie concentrate soprattutto tra Lombardia e Veneto, con presenze significative anche in Emilia-Romagna, Toscana e Puglia.

Il timore del “vuoto” generazionale

Un dato colpisce più degli altri: quattro imprenditori su dieci temono che la nuova generazione possa non essere presente in azienda. Il 22% immagina un coinvolgimento minimo, mentre il 20% vede un ingresso più numeroso, da tre a cinque giovani.

Si tratta di imprese solide: il 30% supera i 100 milioni di fatturato e opera in settori che vanno dall’agroalimentare alla manifattura, dall’impiantistica alla chimica, fino ai comparti più innovativi. Il campione spazia da realtà alla seconda generazione fino a famiglie giunte ormai alla quinta, con un 20% di prime generazioni impegnate nella costruzione del proprio modello di governance.

Aumentano gli scambi e le forme di amministrazione

Nonostante i timori, emerge un lento ma percepibile cambiamento nel modo di gestire il patrimonio familiare. Il 26% delle famiglie coinvolge tutti i membri nelle scelte strategiche, mentre il 28% si affida ai componenti più anziani. Un buon 36% continua invece a prendere decisioni in autonomia.

Anche sul fronte aziendale lo scenario è variegato: nel 22% dei casi decide tutta la famiglia, nel 29% un Cda a maggioranza familiare, nel 17% un Cda con prevalenza di membri esterni. Il 27% mantiene la guida diretta dell’imprenditore, mentre il 5% si affida a un amministratore delegato esterno.

Conflitti: ancora poco espressi 

La ricerca mostra che il 44% degli imprenditori non ha mai affrontato apertamente un conflitto familiare, segnale che spesso i problemi restano sotto traccia. Il 26% preferisce prevenirli con il confronto, mentre solo il 16% dichiara di averli risolti definitivamente.

Qui entra in gioco il ruolo dei professionisti: considerati “non necessari” solo dal 22% del campione, sono invece ritenuti fondamentali per facilitare il dialogo, definire i valori comuni, gestire assetti societari e, quando serve, rivedere il modello fiscale.

Senza solidità non si cresce 

Dalle interviste emerge una consapevolezza ormai diffusa: senza crescita, la solidità di lungo periodo rischia di indebolirsi.

Il 34% valuta acquisizioni, un quarto non esclude l’ingresso di fondi (in alcuni casi anche con quote di maggioranza) e il 15% considera perfino la cessione dell’azienda, scelta dolorosa ma talvolta necessaria. Il 24% preferisce invece attendere e osservare l’evoluzione del contesto economico.

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Smart working sempre più adottato in Italia: piace a PA e grandi imprese

Lo smart working torna a vivere una nuova giovinezza, dopo un anno un po’ fiacco. Nel 2025, infatti, il lavoro a distanza torna a crescere in Italia. Oggi circa 3,6 milioni i lavoratori che operano da remoto almeno per una parte della settimana, con un +0,6% rispetto al 2024. Il balzo più significativo arriva dal settore pubblico, con un aumento dell’11%: in totale 555 mila dipendenti della Pubblica Amministrazione lavorano in modalità agile, pari al 17% del totale.

Lo smart working piace soprattutto alle grandi imprese: sono infatti 1,9 milioni (il 53% del personale) gli addetti  coinvolti in forme ibride. Le PMI, invece, rallentano: nelle piccole e medie aziende si registra un calo del 7,7%, e nelle microimprese del 4,8%, dove solo l’8% dei lavoratori mantiene la possibilità del lavoro da remoto.

Verso un modello maturo

L’era dello smart working “d’emergenza” è ormai alle spalle. Oggi il modello più diffuso è quello ibrido, che alterna giorni in presenza e altri a distanza, secondo politiche aziendali o linee guida interne.

Nelle grandi imprese, il 95% ha già adottato progetti strutturati, mentre nella Pubblica Amministrazione la quota sale al 67%. Più indietro le PMI, dove spesso prevale una gestione informale e accordi diretti tra lavoratore e responsabile.

Il fenomeno ha ancora margini di crescita

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, presentata al convegno “Lo Smart Working ai tempi dell’AI”, il fenomeno ha ancora margini di crescita.

Circa un lavoratore su cinque che oggi non lavora da remoto ritiene di poter svolgere almeno metà delle proprie attività da un altro luogo, con la stessa efficacia. Ciò equivarrebbe a un potenziale di 3 milioni di nuovi smart worker, che porterebbero il totale vicino ai livelli record toccati durante la pandemia.

L’AI è la nuova frontiera

L’Intelligenza Artificiale sta ridisegnando il modo di lavorare, liberando tempo dalle attività più ripetitive e aprendo spazi a creatività e innovazione. “Lo smart working – osserva Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio – è ormai parte integrante delle organizzazioni moderne. La sfida non è più se farlo, ma come farlo evolvere”.

Per Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio, “AI e lavoro agile possono diventare alleati preziosi per un lavoro più sostenibile, umano e produttivo, a patto di non dimenticare che la tecnologia deve valorizzare, non sostituire, le persone”.

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Imprese: 17mila attività in più nel III trimestre 2025

In base a Movimprese, l’analisi trimestrale condotta da Unioncamere e InfoCamere, tra luglio e settembre 2025 il Registro delle imprese delle Camere di Commercio registra un saldo positivo di 16.920 attività economiche.

Il dato del trimestre estivo, risultato della differenza fra 61.257 nuove iscrizioni e 44.337 cessazioni di attività, mostra un rafforzamento della vitalità del sistema imprenditoriale italiano. Al saldo corrisponde infatti un tasso di crescita nazionale del +0,29% rispetto al +0,26% registrato nello stesso periodo del 2024.
La dinamica complessiva è trainata soprattutto dalle imprese costituite in tipologie societarie, che determinano l’86% della crescita, e da quelle operanti nei settori dei servizi.

Società di capitali motore della crescita

Al contrario, persistono le difficoltà tra le imprese costituite in forma individuale e tra quelle dei comparti storicamente più rilevanti (Manifattura, Commercio, Agricoltura).
Il motore della crescita rimane rappresentato dalle Società di capitali, che nel trimestre generano la quasi totalità dell’incremento dello stock. Con 14.548 unità in più e un tasso del +0,75% (+0,72% nel 2024), questa forma giuridica si conferma la scelta privilegiata dai neo-imprenditori.

Segnali di ripresa anche per le imprese individuali, che pur continuando ad attrarre il maggior numero di nuove iscrizioni (57% del totale nuove imprese), contribuiscono al saldo con +3.507 unità, pari al +0,12% nel trimestre. Le Società di persone continuano invece nella fase di declino: -1.370 unità, pari al -0,17%.

Marcate differenze tra settori

Quanto alla dinamica settoriale, l’incremento maggiore in termini percentuali si osserva nelle Attività finanziarie e assicurative, che guidano la classifica con un tasso del +1,56%, seguite da Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (+1,43%) e Istruzione (+1,06%).

In forte espansione anche le attività legate a Noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+0,81%) e il comparto del Trasporto e magazzinaggio (+0,70%). Si conferma invece la stagnazione per settori tradizionali come Commercio e Attività manifatturiere, entrambi con una variazione percentuale prossima allo zero (-0,03%).
Le Costruzioni, invece, garantiscono il contributo più elevato in termini assoluti, chiudendo il trimestre con un saldo di +3.317 imprese, seguite da Alloggio e ristorazione (+2.797) e imprese professionali, scientifiche, tecniche (+2.489).

Nota positiva per il comparto artigiano

Il comparto artigiano inverte la tendenza negativa degli anni precedenti e si mostra in ripresa. Il saldo del III trimestre attesta +1.888 unità, con un tasso di crescita dello 0,15%. Questo netto balzo in avanti rispetto al +0,09% tendenziale è trainato principalmente dalle Costruzioni (+1.224 unità, +0,25%) mentre persistono le difficoltà delle attività manifatturiere (-707 imprese).

A livello territoriale la crescita appare diffusa, ma è il Centro l’area più dinamica (+0,35%) con +4.221 imprese, mentre Sud e Isole registrano il saldo assoluto più consistente (+6.202, +0,31%), grazie, in particolare, alla performance della Sicilia (+0,45%).
Tra le province, spiccano per tasso di crescita Ragusa (+0,67%), Roma (+0,57%) e Milano (+0,55%).

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