Il passaggio generazionale è da sempre un momento delicato per le famiglie dell’imprenditoria italiana. Non si tratta solo di cedere un ruolo o un’azienda, ma di riuscire a trasferire valori, visione e senso di responsabilità. Un tema che oggi, più che mai, preoccupa gli imprenditori italiani.
Lo conferma una ricerca condotta da Nexta Società Benefit, partner che affianca le imprese familiari nei loro percorsi di crescita. Lo studio, avviato nel giugno 2025 e concluso in autunno, ha coinvolto 45 famiglie concentrate soprattutto tra Lombardia e Veneto, con presenze significative anche in Emilia-Romagna, Toscana e Puglia.
Il timore del “vuoto” generazionale
Un dato colpisce più degli altri: quattro imprenditori su dieci temono che la nuova generazione possa non essere presente in azienda. Il 22% immagina un coinvolgimento minimo, mentre il 20% vede un ingresso più numeroso, da tre a cinque giovani.
Si tratta di imprese solide: il 30% supera i 100 milioni di fatturato e opera in settori che vanno dall’agroalimentare alla manifattura, dall’impiantistica alla chimica, fino ai comparti più innovativi. Il campione spazia da realtà alla seconda generazione fino a famiglie giunte ormai alla quinta, con un 20% di prime generazioni impegnate nella costruzione del proprio modello di governance.
Aumentano gli scambi e le forme di amministrazione
Nonostante i timori, emerge un lento ma percepibile cambiamento nel modo di gestire il patrimonio familiare. Il 26% delle famiglie coinvolge tutti i membri nelle scelte strategiche, mentre il 28% si affida ai componenti più anziani. Un buon 36% continua invece a prendere decisioni in autonomia.
Anche sul fronte aziendale lo scenario è variegato: nel 22% dei casi decide tutta la famiglia, nel 29% un Cda a maggioranza familiare, nel 17% un Cda con prevalenza di membri esterni. Il 27% mantiene la guida diretta dell’imprenditore, mentre il 5% si affida a un amministratore delegato esterno.
Conflitti: ancora poco espressi
La ricerca mostra che il 44% degli imprenditori non ha mai affrontato apertamente un conflitto familiare, segnale che spesso i problemi restano sotto traccia. Il 26% preferisce prevenirli con il confronto, mentre solo il 16% dichiara di averli risolti definitivamente.
Qui entra in gioco il ruolo dei professionisti: considerati “non necessari” solo dal 22% del campione, sono invece ritenuti fondamentali per facilitare il dialogo, definire i valori comuni, gestire assetti societari e, quando serve, rivedere il modello fiscale.
Senza solidità non si cresce
Dalle interviste emerge una consapevolezza ormai diffusa: senza crescita, la solidità di lungo periodo rischia di indebolirsi.
Il 34% valuta acquisizioni, un quarto non esclude l’ingresso di fondi (in alcuni casi anche con quote di maggioranza) e il 15% considera perfino la cessione dell’azienda, scelta dolorosa ma talvolta necessaria. Il 24% preferisce invece attendere e osservare l’evoluzione del contesto economico.