Il 19 ottobre ECCO, il think tank italiano che si occupa di clima, ha pubblicato il Progress Report 2026 sul PNIEC. Il messaggio di fondo è che la transizione rallenta proprio mentre il 2030 si avvicina. Nel 2025 le emissioni sono salite di circa 9 milioni di tonnellate rispetto all’anno precedente. Per stare negli impegni europei l’Italia dovrebbe ora tagliarne circa 95 milioni rispetto ai livelli del 2025 nei prossimi cinque anni, come riportato da EcoDallaCittà.
Il rapporto indica anche un conto possibile: tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro per acquistare diritti di emissione. Aggiunge un dato che pesa, perché dei fondi PNRR destinati alla transizione risulta spesa solo il 45%. Sono cifre nazionali, ma è ragionevole pensare che prima o poi arrivino fino a chi paga una bolletta, gestisce un capannone o amministra un condominio. La domanda pratica è che cosa fare nel proprio piccolo senza aspettare che il quadro generale migliori. Qui sotto metto a confronto tre strade, pensando a una piccola o media impresa o a un ente con consumi elettrici rilevanti.
Primo scenario: aspettare
Non è una scelta sciocca come sembra. Gli incentivi cambiano, i prezzi di moduli e batterie si sono mossi più volte, e rimandare un investimento da centinaia di migliaia di euro ha una sua logica. Il problema è che il quadro descritto da ECCO non promette un assestamento spontaneo. Se l’Italia dovrà comprare quote di emissione, quel costo si scaricherà in qualche forma su fiscalità e prezzi dell’energia, e chi non ha fatto nulla ne sarà esposto per intero.
Aspettare ha senso solo se si usa il tempo per misurare: leggere i consumi a quarto d’ora, capire quando si concentrano, controllare quali contratti scadono e quando. Altrimenti non è prudenza, è rinvio.
Secondo scenario: impianto proprio con accumulo
Il fotovoltaico sul tetto, magari con una batteria, è la risposta più concreta. Produci dove consumi e riduci l’esposizione ai prezzi. C’è poi un dato che riguarda la rete: nel 2025 sono andati persi per distacchi 802 GWh di energia rinnovabile già prodotta, più del doppio del 2024, secondo ECCO nella ripresa di LaNuovaEcologia. Un impianto pensato per l’autoconsumo, in linea di principio, è meno esposto a questo problema, perché l’energia viene usata dietro il contatore e non deve attraversare linee congestionate.
Il rovescio è il tempo. Il rapporto individua in burocrazia, carenza di personale specializzato e congestione delle infrastrutture le cause di una forbice crescente tra potenza installata e potenza davvero connessa. Il ritmo non manca: secondo dati Terna riportati da EcoBlog, a settembre 2026 sono stati collegati 675 MW di nuova capacità rinnovabile. Ma in coda ci si finisce comunque.
Tradotto in pratica: avviare la pratica di connessione prima di firmare con l’installatore, mettere date e penali nel contratto, dimensionare la batteria sui consumi reali e non sul preventivo più elegante. E, visto che parliamo anche di economia circolare, chiedere per iscritto chi ritira e avvia a riciclo moduli e accumulatori a fine vita.
Terzo scenario: contratti di lungo periodo e comunità energetica
Chi non ha un tetto adatto, o non vuole immobilizzare capitale, può guardare altrove. Un contratto di fornitura da fonti rinnovabili a prezzo definito per più anni, da solo o aggregandosi ad altre imprese, dà prevedibilità. Una comunità energetica permette invece di condividere l’energia prodotta localmente tra i soci, ma richiede una governance da costruire e tempi di costituzione che non sono quelli di un ordine a catalogo.
In entrambi i casi guarderei con la lente una clausola sola: che cosa succede in caso di mancata produzione. Se la rete stacca l’impianto da cui ricevi energia, chi sopporta il costo? Dopo i numeri sui distacchi non è un dettaglio. Si spende meno in cassa, ma si dipende dalla serietà di altri, che si tratti della controparte, del gestore o dei soci.
Come scegliere
Nessuna delle tre è giusta in assoluto. Tre domande aiutano a mettere ordine:
- I consumi sono concentrati di giorno o di notte? Se il grosso è diurno, il tetto rende di più.
- Quanto resterai nello stesso immobile? Con una sede in affitto o destinata a cambiare, un investimento fisso è difficile da giustificare.
- Chi seguirà la pratica? Senza un referente interno, i ritardi di connessione diventano mesi.
C’è poi il calore, che nei ragionamenti aziendali tende a sparire. Il rapporto di ECCO segnala la quota di rinnovabili termiche come sostanzialmente ferma. Per chi ha un edificio da riscaldare, sostituire una caldaia con una pompa di calore alimentata dal proprio fotovoltaico significa intervenire su un fronte dove il Paese fatica e dove il singolo può davvero muoversi.
Prendiamo un’ipotetica falegnameria con capannone di proprietà e macchine che girano dalle otto alle diciassette. Sulla carta vince il tetto. Ma a decidere i tempi sarà quasi certamente la pratica di connessione, più del preventivo. Capita spesso che la scelta si giochi lì, allo sportello del distributore, molto prima di salire sul tetto con i pannelli.