Consumi: nel 2022 spesa in ripresa, ma ferma in termini reali

L’anno passato la spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è stimata dall’Istat in valori correnti a 2.625 euro, in aumento del +8,7% rispetto ai 2.415 euro del 2021.
Un incremento che però non corrisponde a un maggiore livello di spesa per consumi anche in termini reali.

Infatti, considerata la forte accelerazione dell’inflazione registrata nel 2022 (+8,7% la variazione dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA), secondo l’Istat la spesa in termini reali sostanzialmente rimane inalterata.
Poiché la distribuzione dei consumi è asimmetrica, ed è più concentrata nei livelli medio-bassi della popolazione, la maggioranza delle famiglie spende un importo inferiore al valore medio.

Il 50% delle famiglie non ha speso più di 2.197 euro

Se si osserva il valore mediano, ovvero il livello di spesa per consumi che divide il numero di famiglie in due parti uguali, il 50% delle famiglie residenti in Italia ha speso nel 2022 una cifra non superiore a 2.197 euro (2.023 euro nel 2021).

Le famiglie hanno posto in essere strategie di risparmio per far fronte al forte aumento dei prezzi che ha caratterizzato il 2022, in parte grazie a quanto accumulato negli anni di crisi dovuta al Covid.
Nel 2020 e nel 2021, infatti, il tasso di risparmio lordo delle famiglie consumatrici è stato, rispettivamente, del 15,6% e del 13,2%, prima di ridiscendere ai livelli pre-Covid attestandosi attorno all’8%.

Vendita beni alimentari: aumenti in valore non in volume

In molti casi si è trattato anche di modificare le proprie scelte di acquisto, in particolare nel comparto alimentare. Il 29,5% delle famiglie intervistate nel 2022 dichiara, infatti, di aver provato a limitare, rispetto a un anno prima, la quantità e/o la qualità del cibo acquistato.

Un comportamento che trova conferma anche nei dati Istat sul commercio al dettaglio, che registrano in media, nel 2022, per la vendita di beni alimentari, un aumento tendenziale in valore (+4,6%), soprattutto nei discount, e una diminuzione in volume (-4,3%).

Cibi e bevande: prezzi a +9,3%

Più in dettaglio, nel 2022, a fronte del marcato incremento dei prezzi di beni alimentari e bevande analcoliche (+9,3% la variazione su base annua dell’IPCA), le spese delle famiglie per l’acquisto di questi prodotti sono cresciute del 3,3% rispetto all’anno precedente, pari a 482 euro mensili, il 18,4% della spesa totale.

Il 21,5% della spesa alimentare è destinato alla carne, il 15,7% a cereali e a prodotti a base di cereali, il 12,7% a ortaggi, tuberi e legumi, il 12,0% a latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova, l’8,5% alla frutta e il 7,9% a pesce e frutti di mare.

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Grandi dimissioni e nomadismo digitale, perchè aumentano in Italia? 

Il mondo del lavoro non è più a misura di italiani. Lo rivela un recente studio condotto dall’Unicusano, che evidenzia come nell’ultimo anno ben il 90% degli italiani ha manifestato una profonda insoddisfazione per il proprio lavoro. Tanto che il 43% degli intervistati ha preso la decisione di abbandonarlo. Sorprendentemente, per il 97% di quanti hanno fatto questa scelta, non esisteva un “piano B”. La tendenza ha riguardato soprattutto le donne e i giovani sotto i 27 anni. Ben il 77% ha preferito rinunciare a contratti e carriere professionali a favore di una maggiore libertà personale.
Un altro dato allarmante emerso dallo studio dell’Unicusano riguarda il benessere psicoprofessionale dei lavoratori. Su 25 milioni di occupati nel 2022, in base ai dati Istat, solo l’11% è riuscito a raggiungere un equilibrio psicoprofessionale ideale. Si tratta di meno di tre milioni di persone.

Il principale accusato? Il burnout

Il principale fattore che ha gravato sulle spalle dei lavoratori, costringendoli a ripetute assenze, è stato il burnout, uno stato di esaurimento nervoso a livello fisico, mentale ed emotivo causato da diversi fattori legati al lavoro. Questo malessere ha colpito quasi il 50% degli italiani. Il fenomeno della “Great Resignation,” come è stato chiamato in America dopo la fine della pandemia, ha raggiunto anche l’Italia. Unicusano ha identificato diverse motivazioni alla base di questa tendenza, che vanno dall’insoddisfazione personale alla ricerca di condizioni economiche migliori, dalla desiderata flessibilità nell’organizzazione dell’orario di lavoro alla rottura dei rapporti interpersonali con i colleghi. In particolare, gli italiani stanno cercando un nuovo equilibrio tra vita privata e professionale, che oggi appare sbilanciato verso quest’ultima, a causa di una società che sembra essere diventata “iper-competitiva, iper-veloce e iper-digitalizzata”.

Quiet quitting e job creeper

In Italia, sono emersi anche altri fenomeni preoccupanti, come il “quiet quitting,” in cui oltre due milioni di lavoratori si limitano a svolgere il minimo indispensabile, non sentendosi valorizzati né emotivamente coinvolti nel loro lavoro. C’è anche il “job creeper,” che colpisce il 6% delle persone, le quali sono sopraffatte dal peso del lavoro fino al punto di fondere insieme sfera lavorativa e privata. A alimentare il fenomeno delle “Grandi Dimissioni” sono soprattutto i giovani tra i 24 e i 35 anni, noti come “flow generation.” 

I nomadi digitali

Questi giovani hanno un futuro incerto, sono lontani dal concetto di lavoro a tempo indeterminato e si dedicano a nuove professioni, con un’identità che muta in base alle sfide del futuro digitalizzato. Nati dalla crisi del 2008 e da un’economia basata sul consumo eccessivo, hanno abbracciato il nomadismo digitale come forma di espressione. Al giorno d’oggi, sono 35 milioni in tutto il mondo, con un valore economico di 787 miliardi di dollari. La pandemia ha tolto tempo, ma ha anche regalato tempo, e i nuovi nomadi digitali lo sanno bene. Questi individui hanno lottato negli ultimi tre anni per ottenere spazio e tempo per la loro vita, passioni, talenti, aspirazioni e affetti. Lavorano da remoto, ovunque nel mondo, e lo fanno con entusiasmo nell’85% dei casi. Rappresentano una risposta alla precarietà auto-imposta e una sfida che i reparti HR devono raccogliere per permettere a tutti di crescere, mettendo in primo piano ciò che davvero conta: le persone.

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Assegno Unico: cosa succede se non si presenta l’ISEE?

L’Assegno Universale Unico (AUU) è il contributo economico fornito dall’INPS a tutte le famiglie con figli a carico che riunisce e sostituisce i bonus di maternità e i bonus regionali precedentemente esistenti. Ma se per presentare la richiesta dell’Assegno Unico 2023 è necessario fornire in anticipo l’ISEE, è comunque possibile richiederlo anche in assenza dell’Indicatore della situazione economica e sociale. In tal caso l’importo sarà quello minimo, ovvero 50 euro mensili per ogni figlio minore a carico presente all’interno del nucleo familiare. L’assegno unico per i figli, in quanto di portata universale, è quindi riconosciuto anche a coloro che non dispongono di una dichiarazione ISEE, o che scelgono di non presentarla. 

Per chi non lo presenta l’importo è pari a un ISEE superiore a 40.000 euro

Nel caso l’ISEE non venga presentato, si avrà quindi sempre diritto all’Assegno, ma sarà pari all’importo dovuto relativamente a un ISEE superiore a 40.000 euro. Viceversa, chi ha un ISEE inferiore a 15.000 euro avrà diritto alla agevolazione più alta per ciascun figlio. Alcuni mesi fa, però, il Ministro della Famiglia e delle Pari Opportunità ha dichiarato durante la presentazione della legge di Bilancio l’intenzione di rivedere il ‘fattore ISEE’ per determinare gli importi degli assegni unici e universali, legandoli al nuovo quoziente familiare.

Tutti gli aumenti in vigore dal 1° gennaio 2023

La legge di bilancio approvata nello scorso dicembre 2022, in vigore dal 1° gennaio 2023, ha introdotto alcune novità per l’Assegno Unico e Universale. Anzitutto, un aumento del 50% dell’assegno unico per le famiglie con figli di meno di un anno, un aumento del 50% dell’assegno unico per i figli con un’età compresa tra 1 e 3 anni, per nuclei familiari con almeno 3 figli e con ISEE fino a 40.000 euro. Inoltre, un aumento del 50% dell’assegno per le famiglie con 4 o più figli. La legge ha inoltre confermato gli aumenti già stati previsti nel 2022 per i figli disabili sopra i 18 anni senza che vi sia limite d’età.

L’assegno viene versato direttamente sul conto corrente del richiedente

In ogni caso, il processo di invio telematico AUU 2023 è attivo dal 1° marzo. L’assegno sarà versato direttamente sul conto corrente intestato al richiedente, come indicato durante la domanda. Il contributo viene elargito mensilmente e verrà accreditato entro 30 giorni dalla presentazione della domanda, seguito da un versamento mensile regolare. Nel caso di ritardi nel pagamento, eventuali somme arretrate saranno pagate in un’unica soluzione durante la prima mensilità disponibile.
Ma è necessario modificare la domanda di Assegno Unico già presentata per aggiornare il proprio ISEE? La risposta è negativa. È sufficiente compilare un modulo sul sito dell’INPS, o recarsi presso le sedi territoriali dell’INPS o un CAF convenzionato con l’INPS per ricevere assistenza gratuita.

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L’e-commerce aiuta le imprese e combatte l’inflazione

Grazie all’adozione del canale digitale le imprese italiane che vendono online registrano un incremento medio di fatturato (+8,8%), marginalità (+8,1%) ed export (+8,1%). Sono alcuni dati emersi dallo studio realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Amazon Italia.
“I maggiori benefici si riscontrano per le Pmi, con una quota maggiore di piccole e medie imprese che riporta un aumento del fatturato (+9,3%), della marginalità (+64%) e dell’export (+3%) rispetto alle grandi imprese”, commenta Lorenzo Tavazzi, Partner e Responsabile Area Scenari e Intelligence The European House – Ambrosetti.
Di fatto, se in Italia il commercio elettronico vale 48 miliardi di euro di transato, 71 miliardi di euro di fatturato, e conta 380mila occupati, l’e-commerce rappresenta anche, e soprattutto, una leva strategica di sviluppo per le imprese.

Per 7 imprese su 10 aumenta la brand awareness

“Chi vende online riconosce, inoltre, benefici anche sul canale fisico, riscontrando in particolare un aumento di brand awareness (7 imprese su 10), un’innovazione dell’offerta basata su esperienza multicanale e un miglioramento del servizio di post-vendita (6 su 10), oltre a un ampliamento della base di clientela nazionale ed estera (6 su 10)”, aggiunge Tavazzi.
Se tali effetti di sviluppo fossero applicati a tutte le imprese italiane il cui business è suscettibile di essere integrato con il canale digitale, potremmo avere un effetto volano per il sistema Paese di oltre 110 miliardi di euro (+6% del Pil al 2022). Rilevanti anche gli effetti pro-competitivi dell’e-commerce: per 7 imprese su 10 i canali di vendita online e offline sono complementari, con valori più elevati tra le Pmi (+10,3% rispetto la media delle altre imprese), determinando benefici in termini di brand awareness e miglioramento del servizio di post-vendita.

Export digitale: per 6 imprese su 10 incrementa la base clienti

Un ulteriore elemento di sviluppo è l’export digitale. Le imprese dichiarano un aumento delle esportazioni grazie all’adozione del canale online superiore all’8%, con 6 imprese su 10 che riportano anche un aumento della base clienti nazionale ed estera. Ma il commercio elettronico contribuisce anche al contenimento del carovita e al miglioramento dell’offerta retail. In un contesto in cui l’incremento dei prezzi è il problema maggiormente sentito dai cittadini, nell’ultimo anno l’e-commerce ha infatti permesso a 6 italiani su 10 di aumentare o mantenere invariato il proprio potere di acquisto.

Online i prezzi sono più stabili  

Il modello econometrico e statistico elaborato da The European House – Ambrosetti, confermato dal confronto con i dati Istat, mostra che in Italia i prezzi dei beni acquistati online si sono dimostrati più stabili del livello generale dei prezzi, con un effetto trascinamento sulla crescita dei prezzi generali.
Se non ci fosse stato l’effetto della diffusione dell’e-commerce negli ultimi 6 anni l’inflazione sarebbe stata in media il 5% più alta. Inoltre, al crescere del commercio online, anche i consumi crescono significativamente. Per ogni punto percentuale in più di diffusione dell’e-commere, i consumi in Italia aumentano di 845 milioni di euro.

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Italiani preoccupati per inflazione e aumento dei prezzi

L’inflazione continua a essere una delle principali preoccupazioni sia a livello globale sia in Italia. Secondo l’indagine “What Worries the World”, l’inflazione è il principale motivo di ansia in tutto il mondo per il 15° mese consecutivo, menzionata dal 40% degli intervistati. In Italia, il 30% del campione è preoccupato per l’inflazione e l’aumento dei prezzi, mentre percentuali simili temono la povertà e le disuguaglianze sociali (29%) e il cambiamento climatico (28%). Tuttavia, la principale preoccupazione in Italia è rappresentata dalla disoccupazione, citata dal 38% degli italiani.

Aumenta il pessimismo riguardo la condizione economica

Nel giugno del 2023, l’Osservatorio sull’Inflazione registra una crescita del pessimismo tra gli italiani riguardo alla propria condizione economica. Le spese energetiche hanno distolto risorse da altri tipi di acquisti, e gli aumenti dei prezzi stanno incidendo su quei consumi considerati “comprimibili”. Gli italiani non rinunciano completamente agli acquisti, ma piuttosto cercano di scendere a compromessi rispetto alle loro abitudini d’acquisto. Insomma, i nostri connazionali si stanno ingegnando a trovare soluzioni alternative per continuare a condurre la propria vita senza troppe privazioni.

Strategie di risparmio

Per mantenere inalterate le proprie scelte di consumo, i consumatori cercano principalmente promozioni e offerte, modificano i luoghi di acquisto e fanno scorta di prodotti. Le strategie adottate dai consumatori variano a seconda delle categorie di prodotto, quindi è essenziale per le aziende comprendere e monitorare queste dinamiche specifiche. Un aspetto rilevante è l’emergere dell’idea che gli aumenti dei prezzi possano essere speculativi, sia da parte delle aziende produttrici e fornitori di materie prime, sia da parte dei distributori. Questa percezione solleva interrogativi riguardo alle dinamiche di mercato e alle politiche dei prezzi adottate da diverse entità nel sistema economico.

Un pizzico di ottimismo

Nonostante le preoccupazioni riguardo all’inflazione, gli italiani mostrano un leggero ottimismo per il futuro. Si aspettano una stabilizzazione generale dei prezzi, ma temono aumenti per alcune categorie di prodotto specifiche, come carburanti e utenze. In sintesi, l’inflazione continua a essere una questione di grande rilievo per i cittadini sia in Italia che a livello internazionale. Gli italiani cercano di affrontare gli aumenti dei prezzi scendendo a compromessi e adottando strategie di consumo più oculate, ma rimane la preoccupazione riguardo a potenziali speculazioni da parte di alcuni attori del mercato.

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L’e-commerce combatte inflazione e caro vita

La pressione inflattiva nel 2022 è arrivata a sfiorare il 12%, riducendo il reddito disponibile soprattutto delle famiglie meno abbienti, per una crescita della povertà assoluta pari a più 300mila famiglie rispetto al 2021.Non sorprende che l’inflazione rappresenti il problema più sentito per la maggioranza degli italiani: per quasi il 90% dei cittadini il proprio potere d’acquisto nell’ultimo anno si è ridotto.
La ricerca condotta da The European House – Ambrosetti, in collaborazione con Amazon, mostra però il ruolo positivo svolto dall’e-commerce in questo contesto. Secondo gli intervistati l’e-commerce ha facilitato l’accesso a prezzi bassi e a una maggiore reperibilità, ampiezza e varietà dell’offerta.
In un momento in cui l’inflazione è in cima all’agenda politica ed economica, rappresentando una grande preoccupazione per molte famiglie italiane, la ricerca analizza l’impatto dell’e-commerce sul potere d’acquisto degli italiani, e più in generale, sulle imprese.

Più consumi e ricchezza grazie al commercio elettronico

La percezione degli italiani è stata confermata anche dai risultati dell’analisi economico-statistica realizzata da Ambrosetti con il supporto di Istat.
In Italia i prezzi online si sono dimostrati più stabili anche in periodi caratterizzati da alta inflazione, sostenendo quasi 40 miliardi di euro di consumi negli ultimi 3 anni. Inoltre, il modello econometrico di Ambrosetti ha dimostrato statisticamente che in Italia un aumento di un punto percentuale della diffusione dell’e-commerce riduce l’inflazione (-0,02 punti) e aumenta i consumi (+845 milioni di euro). Senza l’effetto della diffusione dell’e-commerce negli ultimi 6 anni l’inflazione sarebbe stata in media il 5% più alta. E la diffusione del commercio elettronico ha reso disponibile circa 1 miliardo di euro di ricchezza per le famiglie italiane tra il 2020 e il 2022.

Il ruolo socio-economico delle piattaforme online

I risultati della ricerca confermano quindi il ruolo socio-economico dell’e-commerce nel nostro Paese.
In particolare di Amazon, che offre un’esperienza di acquisto conveniente grazie a prezzi bassi, ampia selezione, consegne veloci, contribuendo al tempo stesso alla crescita delle imprese e dell’economia in generale. Nell’ultimo anno sono state incrementate le iniziative promozionali per i clienti Prime e quelli non Prime, offrendo occasioni di risparmio lungo tutto il corso dell’anno. È stata poi ampliata la selezione dei prodotti disponibili con consegne veloci e senza costi aggiuntivi. Ed è stata intensificata la comunicazione delle diverse opzioni per spendere meno, creando una pagina dedicata sul sito amazon.it dei 7 modi per risparmiare.

Anche un impulso al Made in Italy

Tra le iniziative di Amazon rientrano i Made in Italy Days, che hanno permesso ai clienti Amazon nel mondo di acquistare più di 18.000 offerte su prodotti originali Made in Italy. Un impulso all’internazionalizzazione delle aziende italiane che ha fatto registrare vendite dall’estero per oltre il 50%. Ma Amazon continua a investire anche per far sì che la piattaforma sia un luogo in cui i clienti possano continuare a fare acquisti con fiducia. Solo nel 2022 sono stati investiti globalmente oltre 1,2 miliardi di dollari, dedicando 15.000 persone all’attività di protezione dei clienti, dei partner e dello store.

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Lavoro: sempre meno occupati giovani. In dieci anni -7,6% 

Come esito della radicale transizione demografica, si stima che nel 2040 le forze lavoro saranno diminuite dell’1,6%. Ma intanto nei primi nove mesi del 2022 ogni giorno in media 8.500 italiani si sono dimessi, +30,1% rispetto allo stesso periodo del 2019, e ogni giorno, in media, 49.500 italiani hanno iniziato un nuovo lavoro (+6,2%). Inoltre, nel decennio 2012-2022 gli occupati 15-34enni sono diminuiti del 7,6%, quelli con 35-49 anni del 14,8%, mentre i 50-64enni sono aumentati del 40,8% e gli over 65 del 68,9%. Insomma, i lavoratori invecchiano, ma quelli giovani in Italia sono diventati una rarità. Emerge dal 6° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon e il contributo di Credem, Edison e Michelin.

La precarietà è giovane e donna 

La ricerca di un’occupazione migliore per i giovani significa meno precaria ed è la bussola che orienta decisioni e comportamenti.
La fascia della precarietà è infatti ancora ampia: complessivamente, il 21,3% dei lavoratori italiani è occupato con forme contrattuali non standard, e la percentuale oscilla dal 27,9% delle lavoratrici (16,5% uomini) al 39,3% dei lavoratori 15-34enni.
Tra gli occupati giovani, la percentuale dei contratti non standard raggiunge il 46,3% tra le femmine (34,2% maschi). Il part-time involontario, con meno ore lavorate e quindi retribuzioni più basse, coinvolge il 10,3% dei lavoratori italiani: 16,7% delle donne (5,7% uomini) e 13,9% dei 15-34enni. Tra gli occupati giovani, la percentuale del part-time involontario raggiunge il 20,9% tra le femmine (9,0% maschi). 

Difficoltà di carriera e retribuzioni insoddisfacenti

Se potesse, il 46,7% degli occupati italiani lascerebbe l’attuale lavoro: il 50,4% dei giovani, il 45,8% degli adulti, il 58,6% degli operai, il 41,6% degli impiegati e solo il 26,9% dei dirigenti.
Anche perché il 64,4% degli occupati dichiara di lavorare solo per ricavare i soldi necessari per vivere, in particolare, questo vale per il 69,7% dei giovani e per il 75,6% degli operai.
Quali sono le ragioni dell’inquietudine nel rapporto con il proprio lavoro? Difficoltà di carriera (65,0%), retribuzioni insoddisfacenti (44,2%, giovani 53,0%), e paura di perdere il posto di lavoro (42,6%). Si tratta di una precarietà attuale e concreta, più tangibile di quella preconizzata dagli annunciati rivolgimenti legati all’innovazione tecnologica.

Meglio da remoto, ma alternando la presenza in ufficio

Lavora da remoto il 12,2% degli occupati (4,9% 2019). Il lavoro da casa piace perché consente una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro (81,3%), riduce lo stress legato al lavoro in presenza (74,8%), permette di lavorare in contesti migliori (74,1%,), migliora la qualità della vita (70,4%).
Ma il giudizio sullo smartworking è positivo solo se viene alternato con giorni di lavoro in presenza (72,4%), perché non è vero che da remoto si lavora meno (71,8%), e si rischia di perdere il senso di appartenenza aziendale (54,4%). In merito al welfare aziendale, se le integrazioni del reddito sono largamente apprezzate, i lavoratori si attendono anche il supporto al raggiungimento di una più alta qualità della vita.

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Il turismo italiano riprende quota: atteso un 2023 da record

Secondo i primi dati provvisori del 2023, il settore turistico sembra riprendersi definitivamente dalla pandemia, con un aumento del 45,5% delle presenze rispetto allo stesso bimestre del 2022. Sia le presenze straniere (+70,5%) che quelle domestiche (+28,8%) sono cresciute in modo significativo. Se questi dati saranno confermati nei prossimi mesi, nel 2023 il settore potrebbe registrare il pieno recupero dei livelli pre-pandemici. Il Direttore della Direzione Centrale per le statistiche ambientali e territoriali, Sandro Cruciani, ha affermato ciò nel corso dell’audizione alla Commissione attività produttive della Camera sul Piano strategico del turismo. 

L’Italia è il quarto paese Ue per numero di presenze

Nel 2022, l’Italia si è confermata come il quarto Paese dell’Unione europea per numero di presenze, con il 14,5% di quelle registrate nell’intera UE in quell’anno. L’incremento annuo delle presenze è stato del 39,3% rispetto al 2021. Tuttavia, il numero di presenze nel 2022 è ancora inferiore di circa 34 milioni a quello osservato nel 2019, con un saldo pari a -7,8%. L’Italia si è classificata al secondo posto tra i paesi dell’UE per numero di presenze straniere, subito dopo la Spagna, con i flussi inbound che rappresentano il 48,6% del totale delle presenze nelle strutture ricettive del nostro Paese, quasi tornati ai livelli pre-pandemici. 

I brand più dinamici

L’Istat ha individuato 21 “brand turistici” territoriali che hanno risposto alla crisi del 2020-21 in modo migliore rispetto al resto d’Italia, tra cui il Lago di Garda, la Valle d’Itria e le Cinque Terre. Anche le aree che ancora soffrono il contraccolpo della pandemia, come la Gallura e Costa Smeralda, la Costiera amalfitana e la Costiera sorrentina e Capri, hanno registrato tassi di crescita superiori alla media nazionale.

L’appeal dei piccoli borghi

Man on ci sono sono le località di vacanza più blasonate ad attrarre i turisti. Esiste un altro “segmento turistico di particolare interesse” rappresentato dai 350 borghi dell’Associazione dei borghi più belli d’Italia. La performance turistica dei borghi italiani è stata decisamente migliore della media nazionale: “in questo piccolo universo molto specializzato le presenze del 2022 hanno superato i livelli 2019 del 13,7%” riferisce l’analisi dell’Istat.

Riprendono consensi anche le grandi città

La categoria delle “Grandi città” (composta dai 12 comuni italiani con più di 250mila abitanti) ha mostrato decisi segnali di ripresa rispetto al 2021, con un incremento delle presenze pari al 104,4% contro il +39,3% medio nazionale – questa è anche la categoria che ha tuttavia subito le maggiori perdite durante il periodo pandemico e che ancora non ha raggiunto i livelli del 2019 (-21,0% contro il -7,8% della media nazionale).

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Gli italiani e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr): quanto ne sanno?

Cosa pensano gli italiani della straordinaria opportunità offerta dal Pnrr? Quanti lo conoscono profondamente e quanto sono fiduciosi che possa avere un impatto sul rilancio del nostro Paese? Per scoprirlo l’Ipsos ha condotto una rilevazione ad hoc, poi diventata un approfondimento sulle pagine del  Corriere Della Sera a cura di Nando Pagnoncelli , presidente di Ipsos.

Scarsa conoscenza del Pnrr tra gli italiani

La grande importanza che il piano riveste non sembra essere nota a tutti; secondo i dati dell’ultimo sondaggio Ipsos, solo il 12% delle persone in Italia dichiara di conoscerlo profondamente, mentre il 44% afferma di conoscerlo solo in parte. Del campione intervistato, il 28% ne ha sentito soltanto parlarne, mentre per il 16% è un concetto totalmente sconosciuto.

Missioni Pnrr: salute, prioritaria tra tutti i temi

Chieste ai nostri connazionali quali fossero le due missioni più importanti contenute nel Pnrr, la risposta è andata nettamente verso la salute (50%). Segue a una certa distanza la rivoluzione verde e la transizione ecologica (27%), e poi le voci relative a istruzione e ricerca scientifica (24%), inclusione sociale ed economica (20%), infrastrutture per la mobilità sostenibile (19%) e digitalizzazione, innovazione, competitività ed cultura (14%). Un risultato prevedibile, specie a fronte dell’esperienza della pandemia che ha messo a dura prova il sistema sanitario nazionale. Lo stesso tema rappresentava la priorità per tutti i cittadini indipendentemente dalle caratteristiche sociodemografiche, orientamento politico o grado di conoscenza del piano. 

Poca fiducia nel successo del Pnrr 

In generale emerge un discreto scetticismo sulla reale possibilità che quest’iniziativa abbia successo nel rimettere in moto l’Italia: un cittadino su due non nutre molta (36%) o nessuna fiducia nell’operazione (13%). La quota più alta riguardante coloro convinti che si arriverà almeno al 90% della realizzazione dei progetti è soltanto del 3%, mentre quella relativa all’esecuzione ottimale è ancora più ridotta: 36%.  Le motivazioni alla base dello scetticismo spaziano da incapacità degli italiani a portare a compimento progetti effettuabili fino all’incapacità da parte del governo dello stato di metterli effettivamente in pratica.Nel dettaglio, i nostri connazionali dibattano in merito le capacità del governo (43% tra gli elettori M5S e PD), comuni e sindaci nel portare a termine i progetti (13%). Ma non manca anche “l’accusa” di scarso coraggio verso la politica (secondo il 12% degli intervistati)  preoccupata soprattutto dalla perdita del consenso popolare a seguito di alcune riforme impopolari.

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Lavoro ibrido: più tempo libero uguale a più salute, anche mentale

Secondo una ricerca condotta da IWG il tempo risparmiato grazie alla riduzione del pendolarismo porta a molteplici benefici per la salute e il benessere di chi lavora: perdita di peso, migliori abitudini alimentari, migliore salute mentale e sonno più lungo. Di fatto, con il lavoro ibrido i lavoratori sono più sani perché hanno più tempo da dedicare a esercizio fisico, riposo e alimentazione corretta.
Oggi il lavoratore ibrido medio dedica all’esercizio fisico 4,7 ore la settimana rispetto alle 3,4 precedenti la pandemia. Le attività più comuni? Camminate, la corsa, ed esercizi per la resistenza. Quanto al sonno, il tempo in più trascorso a letto ogni mattina equivale a tre giorni (71 ore) di sonno in più all’anno.

Dieta più sana ed esercizio fisico: i risultati si vedono alla bilancia

Per il 70% degli intervistati lavorare in modalità ibrida permette di preparare una colazione sana ogni giorno, mentre il 54% ha più tempo da dedicare alla preparazione di pasti nutrienti durante la settimana. Inoltre, consumano più frutta (46%) e verdura fresca (44%), il 20% mangia più pesce e un quarto ha diminuito il consumo di dolci. Inoltre, grazie a più esercizio fisico, riposo migliore e alimentazione più sana il 27% degli intervistati dichiara di aver perso peso dall’inizio della pandemia. Due su cinque (42%) hanno perso tra i 5 e i 9,9 kg, mentre il 23% ha perso più di 10 kg. I principali fattori che hanno contribuito alla perdita di peso sono stati poter dedicare più tempo all’esercizio fisico (65%) e cucinare pasti sani (54%).

Più produttivi, ma meno stressati

Di fatto, il lavoro ibrido ha ridotto gli spostamenti, quindi ha portato a un risparmio di tempo, ma ha anche portato aumenti di produttività. Quasi quattro persone su cinque (79%) affermano di essere più produttive rispetto al periodo pre-pandemico, soprattutto grazie a minori livelli di stress (47%) e più tempo a disposizione per rilassarsi dopo il lavoro (46%). Secondo una ricerca di Nicholas Bloom, economista della Stanford Graduate School of Business, grazie al lavoro ibrido la produttività complessiva è aumentata del 3%-4%. E con una maggiore produttività al lavoro e più tempo libero i vantaggi sono sia per le aziende sia per il personale.

Le attività che migliorano il benessere

L’81% degli intervistati, riporta Ansa, dichiara di avere più tempo libero rispetto a prima del 2020, e la maggior parte lo impiega in attività che incrementano la salute e il benessere, come trascorrere più tempo con famiglia e amici (55%), fare esercizio fisico (52%) o una breve passeggiata durante la giornata (67%). Tutti fattori che hanno un effetto positivo anche sulla salute mentale. Non sorprende quindi che due terzi degli intervistati (66%) ritengano che la loro salute mentale sia migliorata. 

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