Grandi Dimissioni: 3 sviluppatori italiani su 4 vogliono cambiare lavoro

Un settore che non esula dal fenomeno delle Grandi Dimissioni è quello della tecnologia, e a confermarlo sono i professionisti di un ecosistema simbolo del mondo tecnologico: gli sviluppatori di software. Secondo la ricerca The State of Software Development in Italy, condotta da BitBoss, emerge come 3 developer su 4 sarebbero intenzionati a cambiare il proprio posto di lavoro se dovessero emergere nuove opportunità. Il 31,7% dei developer con un regolare contratto di lavoro sarebbe infatti alla ricerca attiva di un posto più in linea con le proprie aspettative, mentre il 42,7% si dice aperto a ogni opportunità che possa portare un miglioramento alla propria vita professionale.

GenZ: reinventarsi come freelance 

In particolare, il 60,9% degli sviluppatori dipendenti della GenerazioneZ dichiara di essere intenzionato a rivedere la propria attuale vita professionale, reinventandosi come freelance, imprenditore o semplicemente cambiando azienda. Solo il 6,5% non ha intenzione di spostarsi dall’attuale luogo di lavoro nel prossimo futuro.
“I dati che abbiamo raccolto non mostrano insoddisfazione da parte degli sviluppatori riguardo al proprio posto di lavoro – afferma Davide Leoncino, co-founder e responsabile marketing di BitBoss -. Al contrario, quasi 8 sviluppatori su 10 si dicono sostanzialmente soddisfatti della propria situazione professionale, tuttavia esiste una forte inclinazione a cercare sempre nuove opportunità”.

Flessibilità lavorativa e stipendi adeguati

Quali sono le condizioni che potrebbero spingere gli sviluppatori a dare una svolta alla propria carriera? Il 76,7% degli sviluppatori dipendenti sarebbe disposto a cambiare posto di lavoro se venisse offerto uno stipendio più alto, mentre per il 45% un avanzamento di carriera rappresenterebbe un fattore fondamentale nella scelta. Il 78,4% degli sviluppatori inoltre afferma di valutare molto più positivamente l’offerta di un nuovo lavoro nel caso in cui l’azienda offra la possibilità di lavorare da remoto, anche in forma ibrida. Assumerebbe un ruolo importante anche la qualità del team di lavoro. Per 4 sviluppatori su 10 lavorare con un team non adeguato basterebbe per cercare nuove opportunità lavorative.

Rimanere al passo con le nuove tecnologie

Quanto al mondo degli sviluppatori freelance, il 79,6% non è disposto a sacrificare la propria libertà in favore di un contratto di lavoro in azienda a tempo indeterminato. La flessibilità di luogo e orario di lavoro è un valore fondamentale per il 76,7% dei developer freelance, mentre la libertà di poter scegliere in autonomia i propri clienti e progetti è imprescindibile per 1 sviluppatore su 2. Inoltre, la capacità di rimanere al passo con le nuove tecnologie e innovazioni è un tema fondamentale per poter analizzare la predisposizione dei professionisti del codice a cambiare la propria vita professionale. Tanto che il 95,9% degli sviluppatori ritiene di avere tutte le competenze necessarie per riadattarsi e riuscire a trovare una nuova occupazione in breve tempo, anche mettendo in conto un periodo di formazione o aggiornamento.

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I trend della Mobilità condivisa nel 2023

Raggiungimento degli obiettivi climatici, inversione di tendenza del traffico e città senza auto sono solo alcuni esempi delle sfide che richiedono soluzioni di mobilità innovative. Ma quali sono i trend che muoveranno l’industria della mobilità nel 2023? E in che modo la tecnologia contribuirà a nuove soluzioni per il trasporto? Gli esperti di mobilità condivisa di Invers hanno individuato cinque tendenze. Le cifre del car sharing nel 2022 mostrano una crescita costante del mercato: “Ci aspettiamo che il mercato del car sharing cresca di almeno il 20%”, afferma Bharath Devanathan, Chief Business Officer di Invers.

Ma i piani di espansione sono evidenti anche nei recenti sviluppi del mercato, come l’acquisizione di WeShare da parte di Miles e di ShareNow da parte di Stellantis/Free2Move.

Attenzione rivolta alla redditività

Allo stesso tempo, aumenterà la pressione sugli operatori affinché diventino redditizi. Nel mercato della micromobilità condivisa si prevede che gli operatori si ritirino ulteriormente dalle città meno redditizie per concentrarsi sui mercati più redditizi. Per aumentare la redditività, alcuni operatori di car sharing stanno esternalizzando compiti operativi su larga scala a fornitori di servizi specializzati, altri si stanno concentrando sull’aumento dell’utilizzo dei veicoli, offrendo un veicolo su piattaforme MaaS o in modelli di business complementari (carsharing aziendale durante la settimana e carsharing peer-to-peer nel fine settimana). Nuovi concetti di condivisione della flotta e API unificate supporteranno questo approccio.

Periodi di noleggio più lunghi e ancora più sostenibili

Continua la tendenza, sebbene ancora giovane, ad abbonarsi all’auto. I fornitori tradizionali di car sharing stanno andando oltre il noleggio a breve termine e si rivolgono al mercato a lungo termine. Inoltre, si rivolgono a nuovi segmenti di clientela e contrastano i rischi monitorando i dati di utilizzo dei veicoli e interrompendo l’accesso se necessario. Se il car sharing è già più sostenibile dell’utilizzo di veicoli privati, i servizi di car sharing di numerosi operatori saranno sempre più elettrici. Nella città di Amburgo, ad esempio, le società di car sharing Miles, ShareNow, Sixt e WeShare hanno concordato di aumentare la percentuale di veicoli elettrici delle flotte ad almeno l’80% entro il 2023/24.

Le città e l’edilizia riconoscono il potenziale del car sharing

L’idea della mobilità condivisa sta acquisendo importanza anche nell’edilizia residenziale, con numerosi costruttori che stanno integrando soluzioni di mobilità condivisa nelle offerte. Il vantaggio? Invece di un certo numero di posti auto per unità residenziale, possono fornire spazio solo per un numero minore di veicoli in condivisione.

Questa tendenza è particolarmente evidente nei Paesi Bassi, in Germania e in Italia. Inoltre, singole città e comuni stanno promuovendo i concetti di condivisione attraverso politiche più favorevoli al car sharing, soprattutto per quanto riguarda le tariffe dei parcheggi. In molti casi si collegano tali politiche alla promozione della mobilità elettrica. Colonia, Amburgo e Monaco offrono già parcheggi gratuiti per i veicoli elettrici, accelerando la tendenza verso flotte di veicoli elettrici puri.

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Le aziende europee devono ancora attrezzarsi per il lavoro ibrido “sicuro”

La maggior parte delle aziende europee non è ancora pronta per affrontare la sfida legata alla sicurezza informatica negli ambienti di lavoro ibrido e da remoto. E la difficoltà a implementare misure preventive di protezione dei dati in questi ambienti riguarda anche le aziende italiane.
Secondo una ricerca condotta da Canon le principali fonti di preoccupazione si riferiscono alla difficoltà nella gestione degli aggiornamenti da remoto, del comportamento dei dipendenti e dei dati off-site. Difficoltà riconducibili prevalentemente al non disporre di soluzioni e strumenti adatti a garantire livelli di protezione adeguati alle minacce informatiche. Tra i primi ostacoli riscontrati, la scarsa cultura sulla prevenzione.

La difficoltà nel fornire ai lavoratori patch e aggiornamenti IT 

L’82% degli ITDM italiani (79% a livello europeo) incontra continuamente difficoltà nel fornire ai lavoratori da remoto le patch e gli aggiornamenti IT necessari a garantire sicurezza, mentre il 76% (77% in Europa) ritiene che i dipendenti, quando si trovano fuori sede, non rispettino le policy di sicurezza. La protezione dei documenti sensibili stampati e gestiti dai dipendenti a casa è un altro punto dolente: il 77% degli ITDM italiani (75% Europa) ha difficoltà a configurare in modo adeguato stampanti e scanner remoti, mentre il 77% (73% Europa) è preoccupato poiché i dipendenti non gestiscono con la dovuta sicurezza i dati stampati da tali dispositivi.

I problemi di conformità con il GDPR

A fronte di queste criticità nella sicurezza, l’82% delle aziende italiane (70% a livello europeo) fatica a tenere il passo con il regolamento GDPR, e il 51% (46% a livello europeo) ha riscontrato problemi di conformità e di audit sulla sicurezza informatica.
Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che solo il 18% delle aziende italiane (in linea con il dato europeo) attualmente è in grado di tracciare l’intero ciclo di vita di un documento, dall’accesso alla condivisione fino alla cancellazione, passando per la stampa e l’archiviazione. I dati sono pertanto esposti al rischio di intrusioni e attacchi.

Le funzionalità di sicurezza integrate in scanner e stampanti

A fronte di tali problematiche emerge l’attenzione nei confronti delle funzionalità di sicurezza integrate in scanner e stampanti come priorità per le aziende. Il 91% degli ITDM italiani (82% a livello europeo) concorda nel dire che ciò potrebbe rappresentare un elemento di attenzione per i futuri acquisti. Per proteggersi da ulteriori minacce e soddisfare le aspettative di conformità al GDPR, il 93% (82% a livello europeo) ritiene interessanti i prodotti dotati di funzioni di sicurezza, mentre l’89% (83% a livello europeo) è interessato a soluzioni che aggiungano valore all’investimento. Come ad esempio, riporta Adnkronos, quelle che forniscono controlli dello stato di efficienza della sicurezza, o i servizi di cancellazione dei dati.

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Investimenti nel digitale: in Italia +2,1% nel 2023 

Secondo la ricerca degli Osservatori Startup Intelligence e Digital Transformation Academy della School of Management del Politecnico di Milano, dopo l’aumento del 2022 (+4%), per il 2023 si stima un rialzo del 2,1% dei budget ICT delle imprese italiane, comprese le Pmi (+2,4%). Le grandi imprese concentreranno gli investimenti su Sistemi di Information Security (50%), Business Intelligence, Big Data e Analytics (46%) e Cloud (30%), Software di profilazione e gestione dei contatti (CRM) e Software Gestionali (ERP). Ma il digitale è anche lo strumento per supportare i processi di transizione sostenibile. Il 29% delle Pmi e il 65% delle grandi imprese investe nel digitale per raggiungere obiettivi in questo ambito. In particolare, con sistemi di Big Data e Analytics, soluzioni di Industria 4.0 e tecnologie per lo smart working.

Aumentano i budget ICT

Nel 2023 il 43% delle grandi o grandissime imprese e il 43% delle Pmi aumenteranno i budget per le tecnologie digitali, un incremento trainato dalle imprese di taglia media. Si conferma la propensione a dedicare budget per l’innovazione digitale anche in altre funzioni esterne alla Direzione ICT, come fa già il 61% delle grandi imprese.
Il 41% delle imprese ha già definito una Direzione Innovazione o un singolo ruolo dedicato alla gestione dell’innovazione, sempre più spesso posizionata in stretto rapporto con il vertice aziendale. Ma è centrale anche integrare gli spunti di innovazione con i bisogni delle aree di business: più del 50% delle grandi imprese ha già definito ruoli di Innovation Champion. Nelle Pmi sono ancora rari ruoli dedicati all’Innovazione Digitale (8%), prediligendo una gestione occasionale (60%), o il ricorso a consulenti esterni (13%).

Come misurare l’impatto dell’innovazione in azienda?

Le grandi imprese identificano tra le principali sfide future la necessità di comprendere come misurare in modo efficace l’impatto portato dall’innovazione in azienda. Solo l’8% ha però già definito modelli strutturati di misurazione. Tra le dimensioni misurate spiccano i risultati di business e il consumo di risorse impiegate nei processi di innovazione, elementi di più facile e immediata quantificazione. Grandi imprese e Pmi si dedicano poi in maniera sempre più diffusa all’adozione di meccanismi per stimolare l’ecosistema esterno di innovazione, e oggi l’83% delle grandi imprese adotta pratiche di Open Innovation. 

Open Innovation e collaborazione

A riprova di questa diffusione, il 45% delle grandi imprese già possiede un budget dedicato all’Open Innovation. Tra le azioni inbound più adottate, le collaborazioni con Università e Centri di Ricerca (67%), attività di scouting e intelligence di start up (52%), Partner scouting su imprese consolidate (46%), Call4ideas o Call4startup (37%) e Hackathon (36%).
Poco diffusi, seppur in crescita, i fondi di Corporate Venture Capital per investire nell’equity di startup (8%). Anche tra le Pmi l’adozione di Open Innovation è in crescita costante, seppur interessi ancora solo il 44% di esse.
Il 52% delle grandi imprese collabora già attivamente con startup, mentre il 24% ha in programma di farlo in futuro. Tra le Pmi l’11% già collabora e 24% ha in programma di farlo.

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Dispositivi tecnologici vintage, quali mancano di più agli italiani?

La cabina telefonica, ma anche il Gameboy e il mangianastri per ascoltare le cassette musicali. Sono alcuni dei dispositivi tecnologici vintage che, anche se sembrano appartenere a un’altra era geologica, maggiormente mancano gli italiani. Un po’ a sorpresa, i nostri connazionali sono dei nostalgici, e rimpiangono gli oggetti d’antan. Alcuni oggetti tech del passato sono evidentemente entrati nel nostro cuore tanto che vorremmo tornassero in auge. Per scoprire quali siano i preferiti, Facile.it ha esplorato questo argomento e ha commissionato un’indagine specifica agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat. 

I primi tre posti in classifica vanno a…

Al primo posto degli oggetti del passato che gli italiani vorrebbero far tornare in auge c’è la cabina telefonica, indicata dal 33,3% dei rispondenti. Sebbene non siano mai diventate un simbolo nazionale come invece accaduto oltremanica, evidentemente questi oggetti hanno fatto breccia nel cuore di molti italiani e, curiosamente, in particolare tra i più giovani; tra gli under 24 la percentuale dei “nostalgici” sale al 36,1% e al 36,9% tra i 25-34 enni. Forse perché non hanno mai avuto il “piacere” di fare ore di coda per aspettare il proprio turno o vedere la chiamata interrotta all’improvviso perché erano finiti i gettoni. Al secondo posto si posiziona il lettore mp3, con una percentuale di nostalgici pari al 26,9%. Il primo lettore mp3 risale al 1998 (l’MPMan di origine sudcoreana), ma il vero boom per questo dispositivo è arrivato dopo il 2001 a seguito del lancio sul mercato dell’iPod di casa Apple e delle numerose reinterpretazioni fatte dalle altre società tech. Non è stato solo un vero e proprio oggetto icona per i primi anni 2000, ma ha contribuito a rivoluzionare l’industria discografica traghettandola dal mondo analogico a quello digitale.
Sul gradino più basso del podio si posiziona un oggetto cult per tutti gli amanti dei videogiochi, il Gameboy, indicato dal 21,1% dei rispondenti. La console portatile di casa Nintendo è stata prodotta, nella sua prima versione, tra l’89 e il 2003 ed è stata una delle più vendute di sempre, con oltre 100 milioni di copie in tutto il mondo. Un vero e proprio must have per i ragazzi dell’epoca e ancora tanto amato, anche dai più giovani, tanto è vero che, guardando all’indagine, la percentuale di nostalgici sale addirittura al 47,4% tra i rispondenti con età compresa tra i 18 e i 24 anni.

Nostalgia per il Walkman

Al quarto posto della classifica degli oggetti tecnologici del passato che vorremmo tornassero in auge si posiziona il Walkman, con il 19,7% delle preferenze. Il dispositivo di casa Sony, diventato per antonomasia il mangiacassette portatile, è arrivato sul mercato nel 1979 e ha contribuito a rivoluzionare il modo di ascoltare musica di un’intera generazione, gettando le basi per i suoi successori, da cui fu spodestato: il lettore CD portatile prima e il lettore MP3 dopo. Subito dietro al Walkman si posiziona quello che può esserne considerato il “cugino” maggiore, ovvero il mangianastri, oggetto che vorrebbero tornasse in auge il 18,8% dei partecipanti all’indagine. Al sesto posto della classifica c’è il registratore VHS, con il 18,6% delle preferenze. Scendendo i vari gradini della hit, si posizionano nell’ordine: il proiettore di diapositive (18,3%), la radiolina (16,7%), lo Scacciapensieri (il “Game & Watch” della Nintendo – 9%), il cercapersone (7,7%), il floppy disk (7,3%), il Blackberry (7,1%) e la Tv a tubo catodico (3,4%).

Natale 2022: quest’anno acquisti digitali in anticipo 

Il 2022 sta volgendo al termine, e in questi ultimi mesi prima delle festività natalizie non si parla di acquisti dell’ultimo minuto, ma di una anticipazione già a inizio novembre nelle ricerche dei regali da porre sotto l’albero. Complice l’inflazione in aumento e la scarsità di forniture, il comportamento dei consumatori è cambiato rispetto allo scorso anno, e la prima evidenza è l’atteggiamento degli acquirenti, ora più preparati al risparmio dopo i difficili avvenimenti di questi ultimi anni. Si stima infatti che durante il Black Friday e il Cyber Monday il 78% dei consumatori abbia speso la metà del proprio budget per i regali di Natale, per un volume totale di vendite online stimate in aumento del 72% tra lunedì 19 novembre e il 25 novembre.
Un’attitudine sostenuta anche da Calicantus, che ha fatto il punto sui comportamenti di acquisto più rilevanti in vista del Natale.

L’integrazione di negozi digitali e fisici

“Le persone preparano il terreno alla corsa ai regali tramite il digitale, che permette di pianificare gli acquisti dei prodotti con settimane di anticipo”, afferma Valentino Bergamo, ceo di Calicantus. È un vantaggio temporale che si estende anche nella sinergia tra i canali di acquisto, ovvero, tra il negozio fisico, il marketplace digitale e lo shop online.
Infatti è l’omnicanalità il secondo tema di grande interesse, che ha preso piede dopo che la pandemia aveva fortemente limitato l’esperienza di acquisto nei punti vendita fisici da parte degli utenti. La ripresa dell’operatività dei negozi quest’anno richiama un numero maggiore di visitatori, rendendo quindi indispensabile l’integrazione di negozi digitali e fisici. 

I consumatori arriveranno in negozio in maniera mirata

Secondo una ricerca di Adyen e KPMG, il 63% degli italiani preferisce acquistare presso retailer che utilizzano la tecnologia per migliorare l’esperienza di acquisto sinergicamente online e offline. Di fatto, il retail fisico influenza oggi gli ordini via web, e la fusione tra store digitale e tradizionale aumenterà progressivamente il valore di ciascun canale. Inoltre, anche la sostenibilità entra nel podio delle tematiche di grande importanza per questo Natale 2022: “grazie all’esperienza digitale, i consumatori giungeranno in negozio in maniera mirata, evitando così sprechi di tempo e di carburante”, ribadisce Bergamo.

Principi etici e ricerca del valore guidano lo shopping

Secondo Salesforce la fiducia nelle aziende che pongono attenzione al rispetto per l’ambiente nelle fasi di produzione richiamerà l’attenzione dell’83% dei consumatori di tutto il mondo, mentre il 64% si allontanerà dai marchi che non rispecchiano i valori condivisi dalla popolazione. Principi etici e ricerca del valore sembrano dunque guidare i consumatori nello shopping per le prossime festività. Ma secondo un’altra ricerca di Google il 75% degli acquirenti non è disposto a rinunciare alla qualità, nonostante le grandi sfide economiche e sociali dei nostri tempi.

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I consumatori italiani vogliono essere phygital

Secondo il 65% degli italiani, la maggior parte dei brand e dei retailer è ancora lontana dall’offrire un buon livello di soluzioni integrate tra canale fisico e online. I consumatori italiani, invece, cercano un’esperienza congiunta tra canale fisico e digitale. In pratica, sono sempre più phygital. Ad esempio, per quasi la metà degli italiani (47%) il bisogno di rassicurazione nella fase post-vendita viene infatti soddisfatta anche dall’online, che supplisce alla mancanza di ‘fisicità’ con regole chiare e codificate.
Il punto vendita fisico è invece nettamente preferito per fare la spesa alimentare. Gli aspetti più graditi? La possibilità di vedere e toccare con mano i prodotti, poterli avere subito, e poter interagire con il personale di vendita.

L’acquisto online attiva maggiormente le leve del desiderio

È quanto emerge da Gli italiani e le esperienze di acquisto Phygital, la ricerca di BVA Doxa in collaborazione con Salesforce Italia. I driver di scelta che spingono a fare spese in digitale sono la possibilità di avere prezzi migliori e offerte convenienti (61%), e la comodità di effettuare gli acquisti da casa (58%). Molto gradita anche la possibilità di orientarsi nella scelta leggendo recensioni e valutazioni di altri utenti (44%). L’acquisto online è in grado di attivare maggiormente le leve del desiderio e dell’immaginazione (45%), e solo il 7% ritiene che il canale fisico faccia viaggiare con l’immaginazione nella fase di scelta. Entrambi i canali sono in grado di far nascere il ‘colpo di fulmine’ per un prodotto, ma per il 33% il canale digitale rischia di deludere più facilmente le aspettative (9%).

Le soluzioni di acquisto integrate più richieste

La soluzione di acquisto integrata più richiesta è la possibilità di acquistare un prodotto online per poi scegliere la modalità di ritiro/consegna in negozio/a casa (97%). Tra le altre azioni phygital più gradite sono molto apprezzate la possibilità di guardare e confrontare i prodotti da casa (95%), e conoscere quali siano immediatamente disponibili nello store (90%). Ma se le soluzioni phygital incontrano il gradimento del 96% del campione esiste ancora una quota di consumatori che ritiene i negozi ancora non del tutto in grado di offrire questo tipo di servizi. Solo il 21% dichiara che i negozi hanno realizzato gran parte di queste soluzioni.

I comportamenti del customer journey

Quando si considera il customer journey la maggioranza degli italiani già oggi mette in atto comportamenti phygital per gli acquisti. La diffusione di questi comportamenti di acquisto integrati è più marcata per alcune categorie di prodotti: elettronica (52%), grandi e piccoli elettrodomestici (47%) e capi di abbigliamento (43%). Tra i vantaggi individuati nel muoversi in modo soddisfacente tra online e fisico, emergono la possibilità di avere un’esperienza d’acquisto più consapevole e informata (57%), un customer journey più comodo (57%), usufruire di una soluzione in grado di adattarsi alle proprie esigenze (54%), e una maggiore sicurezza negli acquisti (51%).

GenZ, Millennials e le elezioni 2022: come si sono espressi? 

Le analisi post-voto di Ipsos, effettuate dal team di Public Affairs dopo le elezioni politiche dello scorso 25 settembre, rivelano come ogni partito risulti più o meno attrattivo da specifiche categorie o fasce sociali. Emergono evidenti differenze di atteggiamento verso la politica tra i giovanissimi fino ai 26 anni (GenZ) e i giovani adulti tra i 27 e 41 anni (Millennials). Se tra i GenZ, ad esempio, FdI ha un consenso molto limitato, tra i Millennials questo si avvicina sensibilmente al dato medio nazionale. Millennials e GenZ premiano poi il M5S, sovrarappresentato di diversi punti per entrambe le generazioni, così come SI/Verdi, anche se molto più tra la GenZ.

I partiti e l’astensione

Al contrario, su partiti come Lega e IV/Azione il giudizio è opposto: la Lega (e in parte Forza Italia) è più votata rispetto alla media nazionale da Millennials e meno dalla GenZ, mentre il contrario è vero per il terzo polo. Un’altra costante poi è la scarsa attrattività del PD. Il livello di astensione tra la GenZ si colloca poco sotto alla media nazionale (35%), superiore solo a quella dei Boomers (30%). Significativamente più alta l’astensione di Millennials e GenX (45% e 40%). In generale, la GenZ ha una visione più ottimista e fiduciosa, mentre i Millennials sono molto più arrabbiati e percepiscono un sentimento di esclusione sociale, che si riversa sui livelli di interesse e partecipazione.

Due modi diversi di vivere la democrazia

L’atteggiamento più positivo e ottimista della GenZ per la democrazia si riflette anche sulla validità del progetto europeo (messa in discussione dal 36% dei GenZ, dal 46% dei Millennials e dal 47% della GenX) e sull’interesse per la politica (su una scala da 1 a 10, il voto medio è 5,9 per la GenZ e 4,8 per i Millennials). L’unico elemento che accomuna le due generazioni e le contrappone a Boomers (nati tra 1946-1964) e Silent (1928-1945) è il tema delle ‘nuove famiglie’: entrambe rifiutano nettamente l’idea che l’unica ‘vera’ famiglia sia quella ‘tradizionale’, un’idea invece maggioritaria nella popolazione più anziana.

Il confronto con le altre generazioni

Nel suo ottimismo, la GenZ assume un profilo di attitudini simile alle generazioni più anziane, in particolare nell’interesse verso la politica. Sono infatti GenZ, Boomers e Silent le generazioni dove questo dato raggiunge la sufficienza, mentre Millennials e GenX sono decisamente più in basso. Le fasce di età intermedie (tardi Millennials e GenX) sono le più propense all’astensione o al voto di protesta. Nel corso degli ultimi 20-30 anni si è assistito a un decadimento del dibattito pubblico e una trasformazione della politica da scontro di ideali/valori a un confronto privo di visioni e aspirazioni. La GenZ non ha vissuto questo decadimento, e rivela un minore attaccamento a partiti e ideologie.

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I giovani e i pagamenti digitali

Il 90% dei giovani, e l’85% nella fascia d’età compresa fra 18-30 anni, possiede una carta di debito, il 77% una prepagata e il 58% una carta di credito. Negli ultimi anni poi è arrivato il boom delle app di pagamento, conosciute dal 96%, e utilizzate da quasi due terzi (62%), contro il 56% di tutta la popolazione. Ma tra gli under 30 iniziano a farsi strada anche i mobile payment/wallet, noti al 93% e utilizzati dal 37%. A questi si aggiunge il Buy Now Pay Later, conosciuto dal 60% e preso in considerazione per gli acquisti futuri dal 46%. Insomma, le nuove forme di pagamento conquistano i giovani. È quanto emerge dall’Osservatorio Compass, condotto dalla società del credito al consumo del Gruppo Mediobanca.

Sicurezza, praticità, comodità le caratteristiche più apprezzate

Se si parla di acquisti in un punto vendita fisico, in cima alle preferenze ci sono le carte di debito/bancomat (56% dei giovani e 63% totale). Al secondo posto, resistono i contanti (29%), utili specialmente nelle ‘microtransazioni’, al terzo le carte prepagate (25%), poi le app di pagamento (19%) e il mobile payment (16%). Quando si tratta, invece, di acquisti online, 4 under 30 su 10 (42%) preferiscono le carte di debito/bancomat, seguite dalle app di pagamento (38% e 43% sul totale) e dalle carte prepagate (34%). Il motivo? Da un sistema di pagamento i giovani pretendono tre caratteristiche: sicurezza, praticità, comodità.

Il Buy Now Pay Later attira gli under 30

Si tratta di nuove forme di pagamento sempre più smart e tecnologiche. Il Buy Now Pay Later, ad esempio, viene utilizzato soprattutto per acquistare abbigliamento (22%), beni tecnologici (21%) e accessori (18%). Circa la metà degli under 30 vorrebbe provare questa forma di dilazione in futuro, perché la considera un aiuto nei momenti in cui si concentrano più spese, e la ritengono vantaggiosa perché la si può usare per gli acquisti online facendo tutto da remoto. Inoltre, riferisce Adnkronos, ne apprezzano la possibilità di poter godere immediatamente del prodotto pagandolo successivamente, concedendosi uno sfizio ma senza indebitarsi.

“La strada della digitalizzazione nei pagamenti è segnata”

“Strumenti sicuri, pratici, comodi, senza rischi né sorprese: è questo che i giovani vogliono da un sistema di pagamento. In questo senso va letto il successo delle carte di pagamento tra gli under 30. Ora, con app, wallet e mobile payment – ha commentato Luigi Pace, Direttore Centrale Marketing & Innovation Compass – la strada della digitalizzazione dei pagamenti è segnata. Il Buy Now Pay Later, che ancora in Italia ha tanto potenziale di crescita, si inserisce in questo contesto aggiungendo un ulteriore tassello: la possibilità di dividere in più importi mensili il costo di acquisto di un prodotto, e soprattutto di farlo in modo semplice e comodo, senza nessun costo accessorio per il cliente, sia online sia nei negozi fisici”. 

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I leader della supply chain puntano su intelligenza artificiale e automazione

I Chief Supply Chain Officer (Csco), ovvero i top manager che si occupano delle catene di approvvigionamento, stanno facendo i conti con una sfida significativa: affrontare tutte le difficoltà legate a una pandemia globale da Covid-19, all’inflazione, ai cambiamenti climatici e agli eventi geopolitici e al contempo organizzare, pianificare e gestire le loro catene di approvvigionamento a prova di futuro.
Uno studio dell’IBM Institute for Business Value (IBV), “Own Your Transformation”, condotto su 1.500 Csco e Chief Operating Officer (Coo), mette in luce che i manager stanno scommettendo sull’innovazione e sull’intelligenza artificiale per ottimizzare questi processi, reinventando le operazioni della filiera. I risultati chiave dello studio evidenziano che i Csco stanno adottando l’IA e tecnologie di automazione per fornire interconnettività con partner e fornitori e per consentire operazioni sostenibili e intelligenti. Quasi la metà (47%) dei Chief Supply Chin Officer intervistati ha affermato di aver introdotto nuove tecnologie di automazione negli ultimi due anni, un approccio che può aggiungere prevedibilità, flessibilità e intelligenza alle fasi della catena di approvvigionamento e di utilizzare l’intelligenza artificiale per monitorare le prestazioni. Il report ha anche rilevato che la sostenibilità è sia una sfida sia una leva verso il cambiamento.

Contrastare i fattori di stress

“Per combattere efficacemente i fattori di stress delle catene di approvvigionamento, come l’inflazione, è imperativo che i Csco si concentrino sull’utilizzo di analisi, intelligenza artificiale e processi di automazione per costruire supply chain intelligenti, resilienti e sostenibili”, afferma Jonathan Wright, IBM Consulting Global Managing Partner, Sustainability Services and Global Business Transformation. “Automazione e l’intelligenza artificiale possono consentire ai Csco e alle loro imprese di raccogliere dati, identificare i rischi, convalidare la documentazione e fornire audit trail, anche in periodi di forte inflazione, gestendo al contempo anche il consumo di carbonio, energia e acqua”.

Le priorità e chi le chiede

In base ai dati emersi dal rapporto si scopre inoltre che 1 Csco su 2 (il 52%) pone la sostenibilità in cima alla lista delle priorità di cambiamento per le quali l’infrastruttura tecnologica può fornire una spinta concreta. Il 50% dichiara che i propri investimenti in sostenibilità accelereranno la crescita aziendale. Gli stessi manager affermano poi che le maggiori pressioni verso la trasparenza e la sostenibilità provengono da: investitori (56%), membri del consiglio di amministrazione (50%) e clienti (50%). 

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