La COP28 Dubai 2023 conferma la paura per il Climate Change

La 28sima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite, conosciuta anche come COP 28, si inserisce nell’ambito della convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC, United Nations Framework Convention on Climate Change). Quest’anno la COP 28 si tiene a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre 2023.

In un mondo che sta affrontando conseguenze sempre più gravi legate al cambiamento climatico, la COP28 assume un ruolo centrale nel cercare soluzioni e impegni concreti per affrontare la crisi ambientale.
Ma da una ricerca Ipsos condotta in 31 Paesi emergono dati allarmanti. A causa della frequenza e gravità degli eventi meteorologici estremi, il 57% della popolazione mondiale riferisce come la propria area di residenza sia stata colpita dal cambiamento climatico.

L’impatto sulla popolazione

Non stupisce che l’Italia, dopo un anno devastante in termini di danni ambientali dovuti a temperature record e alluvioni, sia tra i Paesi che si dichiarano più colpiti, con due persone su tre personalmente impattate dal cambiamento climatico.

Nei prossimi dieci anni il 71% della popolazione globale prevede un impatto significativo, con un allarmante 88% in Corea del Sud. Tra i Paesi più preoccupati troviamo l’Italia, dove quattro persone su cinque non vedono un orizzonte roseo.
Per i prossimi 25 anni la prospettiva di sfollamento coinvolge il 38% della popolazione globale, con punte al 68% in Turchia e 61% in Brasile.

Preoccupa anche l’informazione carente

La carenza di informazioni adeguate sul cambiamento climatico emerge come una preoccupazione diffusa.
Il 59% degli intervisti globali ritiene che i governi non forniscano informazioni sufficienti, mentre il 61% pensa lo stesso per le aziende. In Italia questi dati salgono al 66%, sia per il governo sia per le aziende.

A livello globale, in media solo il 24% crede che i mezzi di informazione rappresentino accuratamente gli impatti del cambiamento climatico, mentre per il 42% sono addirittura sottovalutati.
L’Italia si distacca, anche se di poco, dalla media globale dimostrandosi più critica verso il servizio svolto dai mezzi di informazione. Il 57% pensa che il sistema informativo sottostimi gli effetti del cambiamento climatico.

Agire si può?

La mancanza di informazioni trasparenti ha alimentato la sfiducia pubblica. La COP28 si svolge in un contesto in cui la fiducia nei confronti delle azioni governative e aziendali per affrontare il cambiamento climatico è bassa.
Infatti, passando in rassegna le azioni concrete messe in campo, a livello globale solo il 36% degli intervistati ritiene che il proprio governo stia lavorando duramente per affrontare le conseguenze del climate change.

In 21 dei 31 Paesi esaminati, tra cui l’Italia, più della metà della popolazione ritiene che il proprio governo non faccia abbastanza per combatterlo.
È evidente, quindi, la richiesta per una leadership politica globale più incisiva e impegnata per raggiungere gli obiettivi climatici stabiliti a livello internazionale.

Come ridurre il consumo di plastica in casa

La plastica è un materiale pratico e resistente, ma notoriamente ha anche un impatto negativo sull’ambiente.

Ogni anno infatti, miliardi di tonnellate di plastica finiscono nelle discariche o negli oceani, causando danni alla fauna selvatica e all’ecosistema.

Ovviamente ci sono molti modi per ridurre il consumo di plastica in casa, per la gioia di chi ha a cuore la salute del pianeta.

Sono infatti sufficienti piccoli cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane per fare la differenza e rispettare veramente l’ambiente.

6 consigli per ridurre il consumo di plastica in casa

1. Elimina le bottiglie d’acqua in plastica

Le bottiglie d’acqua in plastica sono uno dei principali responsabili dell’inquinamento da plastica. Ogni anno, vengono vendute miliardi di bottiglie d’acqua in tutto il mondo, e solo una piccola parte di queste viene riciclata.

Per ridurre il consumo di bottiglie d’acqua in plastica, è possibile:

  • Comprare una borraccia riutilizzabile e portare sempre con sé l’acqua quando si va fuori casa.
  • Installare uno dei moderni purificatori acqua domestica e bere l’acqua del rubinetto.
  • Utilizzare l’acqua del rubinetto anche per cucinare.
  • Acquistare acqua sfusa al distributore e adoperare bottiglie in vetro.

2. Non adoperare le buste di plastica

Le buste di plastica sono un altro prodotto usa e getta che contribuisce non poco all’inquinamento globale legato a questo materiale.

Per ridurre il consumo di buste di plastica, è possibile:

  • Portare sempre con sé una borsa riutilizzabile quando si va a fare la spesa.
  • Riciclare le buste di plastica, quando possibile.
  • Adoperare le buste o sacchetti biodegradabili
  • Adoperare sacchetti di carta

3. Preferisci i prodotti sfusi

I prodotti sfusi sono un modo semplice ma efficace per ridurre il consumo di plastica. Invece di acquistare prodotti confezionati in plastica, è possibile acquistare prodotti sfusi come frutta, verdura, cereali, legumi, etc.

In molti supermercati e negozi di alimentari è possibile trovare prodotti sfusi, che possono essere conservati e trasportati direttamente all’interno di sacchetti di carta.

Per acquistare questi prodotti, è possibile anche decidere di portare con sé i propri contenitori riutilizzabili.

4. Riutilizza i contenitori di plastica

Invece di buttare i contenitori di plastica, è possibile riutilizzarli. I contenitori di plastica possono essere utilizzati per conservare gli alimenti, per riporre piccoli oggetti, etc.

Utilizzare più volte un contenitore significa evitare di produrne altri e dunque contribuire ad inquinare meno, per questo è importante.

5. Scegli prodotti con packaging ecosostenibile

Il 60% dei rifiuti prodotti ogni anno in Europa è dovuto al packaging, che spesso è superfluo o addirittura inutile.

Quando si acquistano dei prodotti, è possibile (o per meglio dire è giusto) scegliere quelli con packaging ecosostenibile. Il packaging ecosostenibile è realizzato con materiali riciclabili, biodegradabili o compostabili.

Nulla a che vedere con la plastica dunque, e si tratta tra l’altro di materiali che possono essere facilmente riutilizzati e riciclati.

6. Ricicla i rifiuti in plastica

Riciclare i rifiuti è un modo importante per ridurre l’inquinamento da plastica. Quando si riciclano i rifiuti in plastica, questi vengono trasformati in nuovi prodotti, riducendo la necessità di produrre nuova plastica.

Fai dunque sempre attenzione a differenziare correttamente i tuoi rifiuti e a riporre sempre nell’apposito contenitore qualsiasi rifiuto in plastica.

Conclusione

Riducendo il consumo di plastica in casa, possiamo fare la differenza per l’ambiente. Bastano piccoli cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane per contribuire a ridurre l’inquinamento dovuto alla plastica e a proteggere il nostro pianeta.

I vantaggi sono tangibili sia per noi che per le generazioni future, le quali potranno vivere in un mondo certamente più sano, salubre e “green”.

Sei pronto a fare la tua parte?

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Elettricità, quanto mi costi! L’Italia al sesto posto tra i paesi dove è più cara 

In Italia, il costo dell’elettricità per cucinare con un forno elettrico si attesta a 77 euro all’anno, cifra che rappresenta un aumento del 42% rispetto alla Svezia, del 63% rispetto alla Francia e addirittura del 107% rispetto agli spagnoli. La disparità è attribuibile alle tariffe energetiche, con l’Italia posizionata al sesto posto tra i paesi dell’Unione Europea per costi dell’energia elettrica nel primo semestre dell’anno, con una media di 0,378€/kWh.
Insomma, nel Belpaese la bolletta pesa quasi quanto che in nazioni considerate “care” come i Paesi Bassi, il Belgio e la Germania.

Frigorifero, lavastoviglie, lavapiatti: quanto incidono sul budget familiare? 

L’analisi di Facile.it ha rivelato che, a causa di queste tariffe elevate, gli italiani spendono di più per l’uso di elettrodomestici rispetto ad altri paesi europei. Ad esempio, per lavare 220 carichi di biancheria all’anno, gli italiani devono mettere in conto circa 111 euro, mentre i francesi solo 68 euro e gli spagnoli 53 euro.
Pure l’utilizzo del frigorifero rappresenta un costo maggiore in Italia, con una spesa annua di circa 193 euro, rispetto ai 126 euro degli irlandesi e ai 93 euro degli spagnoli.
La situazione si riflette anche nell’uso della lavastoviglie, dove gli italiani spendono 92 euro all’anno, superati solo dai Paesi Bassi con 116 euro. Tuttavia, ci sono paesi come Grecia, Francia, Spagna e Ungheria dove la bolletta è notevolmente inferiore.

Anche guardare la TV ha un costo maggiore in Italia 

Inoltre, gesti quotidiani come guardare la televisione o asciugarsi i capelli hanno costi differenti da un paese all’altro. Ad esempio, i 49 euro spesi dagli italiani per quattro ore di televisione al giorno si riducono a 32 euro in Irlanda.
Anche l’uso di un phon per cinque minuti al giorno ha costi variabili, con 23 euro in Italia, 14 euro in Francia e 7 euro in Ungheria.

In Ungheria si spende meno di un terzo che in Italia

Facendo riferimento al consumo medio di una famiglia italiana (2.700 kWh), le bollette dell’energia elettrica potrebbero ammontare a circa 1.021 euro in Italia nel 2023. In confronto, paesi come Germania e Paesi Bassi avrebbero bollette più elevate, mentre in Svezia, Irlanda, Grecia, Francia, Portogallo e Spagna i costi sarebbero notevolmente inferiori.
L’Ungheria spicca per le tariffe estremamente basse, con una spesa annua di soli 313 euro per una famiglia con consumi equivalenti. Insomma, in Italia la bolletta per l’energia elettrica si rivela veramente “pesante”, anche in confronto ai vicini europei.

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Nuova mod malevola di WhatsApp sferra più di 340.000 attacchi in un mese

Gli utenti ricorrono spesso a versioni modificate di terze parti delle app di messaggistica più diffuse per aggiungere ulteriori funzioni. Tuttavia, alcune di queste mod, pur migliorando le funzionalità, nascondono anche malware. Kaspersky ha identificato una nuova mod di WhatsApp che non solo offre funzionalità aggiuntive, come messaggi programmati e opzioni personalizzabili, ma contiene anche un modulo spyware dannoso.

Con una portata che ha superato le 340.000 unità neo solo mese di ottobre, questo malware colpisce a livello mondiale, in particolare, gli utenti di lingua araba e azera.
La minaccia è emersa recentemente, diventando attiva a metà agosto 2023.
La nuova versione dannosa di Whatsapp si sta diffondendo poi all’interno di un altro popolare servizio di messaggistica, Telegram.

Due componenti sospetti non presenti nella versione originale

Se da un lato la modifica ha lo scopo di migliorare l’esperienza dell’utente, dall’altro raccoglie illegalmente informazioni personali dalle vittime. 
Il file manifest del client WhatsApp modificato include infatti componenti sospetti, un servizio e un ricevitore di trasmissione, non presenti nella versione originale.

Il ricevitore avvia una funzionalità, lanciando il modulo spia quando il telefono è acceso o in carica. Una volta attivato, l’impianto dannoso invia una richiesta con informazioni sul dispositivo al server dell’aggressore. Questi dati comprendono l’IMEI, il numero di telefono, i codici del Paese e della rete e altro ancora.

La diffusione nei canali di Telegram

Ma l’impianto dannoso trasmette anche i contatti e i dettagli dell’account della vittima ogni cinque minuti, oltre a impostare registrazioni del microfono e esfiltrare i file da una memoria esterna.
Inoltre, la versione dannosa si è diffusa attraverso popolari canali Telegram, che in alcuni casi contano quasi due milioni di iscritti.

I ricercatori di Kaspersky hanno avvisato Telegram del problema.
Azerbaigian, Arabia Saudita, Yemen, Turchia ed Egitto hanno registrato il più alto numero di attacchi. E sebbene la maggior parte degli utenti sia di lingua araba e azera, il fenomeno interessa anche Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Germania e altri Paesi.

Il Trojan-Spy.AndroidOS.CanesSPy

“Le persone si fidano delle app provenienti da fonti molto seguite, ma i truffatori sfruttano proprio questa fiducia – commenta Dmitry Kalinin, Security Expert di Kaspersky -. La diffusione di mod dannose attraverso popolari piattaforme di terze parti evidenzia l’importanza di utilizzare client IM ufficiali. Tuttavia, se avete bisogno di alcune funzioni extra non presenti nel client originale, dovreste considerare l’impiego di una soluzione di sicurezza affidabile prima di installare software di terze parti, in modo da evitare la compromissione dei vostri dati. Per una protezione efficace, è consigliabile scaricare sempre le applicazioni da app store o siti Web ufficiali”.

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Gestione dei figli e della casa, c’è parità tra mamma e papà?

Nelle famiglie italiane, per i padri oggi non esistono più differenze di genere nella gestione della casa e dei figli. Di tutt’altro avviso, invece, le madri: in base alle opinioni femminili, il contributo maschile non supera il 30% nelle responsabilità domestiche e nell’assistenza ai figli. Queste visioni divergenti emergono dalla nuova edizione dell’osservatorio “Parents” di Eumetra, che ha coinvolto un campione di oltre 2.100 genitori in attesa del primo figlio e con figli di età compresa tra 0 e 11 anni.

Il 70% delle madri si occupa della casa

Il rapporto mette in luce come, ancora oggi, il 70% delle madri si occupi esclusivamente o principalmente delle attività quotidiane in casa e della cura dei figli. Questo dato è addirittura in crescita rispetto al 2018, quando il 66% delle madri aveva questa responsabilità.

Matteo Lucchi, amministratore delegato di Eumetra, commenta che nonostante i padri desiderino essere sempre più presenti e coinvolti nella vita famigliare, emergono differenze nella suddivisione dei compiti che sono ancora molto marcate e in alcuni casi addirittura crescenti. Ad esempio, mentre nel 2018 le decisioni importanti per i figli erano prese dalla madre nel 28% dei casi, oggi questa percentuale è salita al 46%.
La parità tra le mura domestiche sembra ancora essere lontana, e il coinvolgimento dei padri nella gestione della casa e nella cura dei figli non sembra ancora sufficiente a ridurre il peso del “carico mentale” che grava sulle spalle delle madri.

Mamme e papà diversi anche nelle scelte di acquisto 

Le differenze tra madri e padri emergono anche nella maggior parte delle scelte d’acquisto, ad eccezione delle vacanze e del tempo libero, dove le scelte sono condivise nel 75% delle famiglie.
Nelle altre categorie, le madri si sentono responsabili principali per l’acquisto di prodotti come allattamento/svezzamento, alimentazione, igiene e cura, farmaci e salute, puericultura leggera (ciucci e biberon), materiale scolastico e abbigliamento.

Matteo Lucchi aggiunge che anche in questo caso i padri dichiarano una forte condivisione delle scelte d’acquisto, indicando un desiderio di essere protagonisti nella vita quotidiana dei figli che non sempre si traduce in realtà. La condivisione delle scelte d’acquisto è invece più equa per passeggini e seggiolini, giochi e giocattoli, prodotti tecnologici e finanziari.

Il futuro fa paura a tutti

Il rapporto rivela che la stragrande maggioranza delle famiglie, soprattutto quelle con figli pre-adolescenti, è molto preoccupata per il proprio futuro, soprattutto in relazione alla situazione economica. Le madri sono più preoccupate dei padri, ma in miglioramento rispetto all’anno precedente. I principali motivi di preoccupazione riguardano l’incremento dei prezzi e il cambiamento climatico.
I genitori con figli tra i 7 e gli 11 anni, che sono particolarmente colpiti dall’aumento dei prezzi, sono i più preoccupati in questo contesto. Inoltre, cresce la preoccupazione per la perdita del posto di lavoro, con un aumento del 7-8% rispetto al 2022, sia tra le madri che tra i padri.

Consumi: nel 2022 spesa in ripresa, ma ferma in termini reali

L’anno passato la spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è stimata dall’Istat in valori correnti a 2.625 euro, in aumento del +8,7% rispetto ai 2.415 euro del 2021.
Un incremento che però non corrisponde a un maggiore livello di spesa per consumi anche in termini reali.

Infatti, considerata la forte accelerazione dell’inflazione registrata nel 2022 (+8,7% la variazione dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA), secondo l’Istat la spesa in termini reali sostanzialmente rimane inalterata.
Poiché la distribuzione dei consumi è asimmetrica, ed è più concentrata nei livelli medio-bassi della popolazione, la maggioranza delle famiglie spende un importo inferiore al valore medio.

Il 50% delle famiglie non ha speso più di 2.197 euro

Se si osserva il valore mediano, ovvero il livello di spesa per consumi che divide il numero di famiglie in due parti uguali, il 50% delle famiglie residenti in Italia ha speso nel 2022 una cifra non superiore a 2.197 euro (2.023 euro nel 2021).

Le famiglie hanno posto in essere strategie di risparmio per far fronte al forte aumento dei prezzi che ha caratterizzato il 2022, in parte grazie a quanto accumulato negli anni di crisi dovuta al Covid.
Nel 2020 e nel 2021, infatti, il tasso di risparmio lordo delle famiglie consumatrici è stato, rispettivamente, del 15,6% e del 13,2%, prima di ridiscendere ai livelli pre-Covid attestandosi attorno all’8%.

Vendita beni alimentari: aumenti in valore non in volume

In molti casi si è trattato anche di modificare le proprie scelte di acquisto, in particolare nel comparto alimentare. Il 29,5% delle famiglie intervistate nel 2022 dichiara, infatti, di aver provato a limitare, rispetto a un anno prima, la quantità e/o la qualità del cibo acquistato.

Un comportamento che trova conferma anche nei dati Istat sul commercio al dettaglio, che registrano in media, nel 2022, per la vendita di beni alimentari, un aumento tendenziale in valore (+4,6%), soprattutto nei discount, e una diminuzione in volume (-4,3%).

Cibi e bevande: prezzi a +9,3%

Più in dettaglio, nel 2022, a fronte del marcato incremento dei prezzi di beni alimentari e bevande analcoliche (+9,3% la variazione su base annua dell’IPCA), le spese delle famiglie per l’acquisto di questi prodotti sono cresciute del 3,3% rispetto all’anno precedente, pari a 482 euro mensili, il 18,4% della spesa totale.

Il 21,5% della spesa alimentare è destinato alla carne, il 15,7% a cereali e a prodotti a base di cereali, il 12,7% a ortaggi, tuberi e legumi, il 12,0% a latte, altri prodotti lattiero-caseari e uova, l’8,5% alla frutta e il 7,9% a pesce e frutti di mare.

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Stangata Rc auto: come risparmiare?

In un anno i premi medi delle Rc sono aumentati a doppia cifra, e hanno interessato tutta la penisola.
Da settembre 2022 a settembre 2023 il premio medio pagato dagli automobilisti italiani è infatti cresciuto del 27,9%, arrivando a 614,39 euro, ovvero, oltre 130 euro in più rispetto a 12 mesi fa.

La classifica delle regioni che hanno registrato gli incrementi maggiori è guidata dall’Umbria, dove lo scorso mese le tariffe sono salite mediamente del 37,9% rispetto all’anno precedente. Seguono Lazio, che ha segnato un aumento dei premi medi pari al 36%, e Sardegna (+34,4%). 
I dati emergono dall’analisi dell’Osservatorio di Facile.it su un campione di oltre 11 milioni di preventivi e relative quotazioni tra settembre 2022 e 2023.

Campania maglia nera dell’Rc

In valori assoluti non stupisce notare come la Campania indossi ancora una volta la maglia nera, dal momento che a settembre 2023 per assicurare un’auto nella regione occorrevano, in media, 1.062,49 euro, il 73% in più rispetto alla media nazionale.
Seppur a distanza, sul podio delle aree più costose seguono Calabria, con un premio medio di 673,07 euro, e Puglia (665,36 euro).

Sul versante opposto si posiziona il Friuli-Venezia Giulia, che anche quest’anno guadagna il primato di regione meno cara sul fronte Rc auto. Il mese scorso occorrevano infatti mediamente 415,92 euro per assicurare il proprio veicolo a quattro ruote.
Seguono Trentino-Alto Adige (443,88 euro), e Lombardia (474,38 euro).

Quando conviene cambiare compagnia

Secondo quanto registra invece l’Osservatorio assicurativo di Segugio.it il premio medio Rc auto a settembre 2023 ha raggiunto i 441,2 euro, e rispetto allo stesso mese del 2021 è in aumento su tutto il territorio.
Gli assicurati possono però controbilanciare l’incremento dei costi cambiando compagnia in seguito alla comparazione.
Segugio.it ha svolto un’analisi per valutare la riduzione media di prezzo qualora un cliente passi alla compagnia più conveniente partendo da quella attuale, nell’ipotesi prudenziale che quest’ultima sia la seconda in ordine di prezzo.

In questo modo i clienti potrebbero risparmiare in media il 29,2%, con picchi in Molise (40,5%), Calabria (39,3%) e Basilicata (38,3%).

Garanzie accessorie: l’assistenza stradale è la più scelta

Questo dimostra come la dispersione di prezzo, legata alla forte concorrenza fra compagnie, sia molto ampia e consenta significative opportunità di risparmio per i consumatori.
In ogni caso, tra le garanzie accessorie sottoscritte dagli guidatori italiani emerge come tra coloro che ne hanno inserita una in fase di preventivo, la più scelta sia stata ancora una volta l’assistenza stradale, selezionata dal 43,6% degli automobilisti.

Tra le coperture aggiuntive più richieste, seguono, seppure a grande distanza, la garanzia infortuni conducente (19,2%), la tutela legale (14,8%) e la copertura furto e incendio (10,6%).

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Grandi dimissioni e nomadismo digitale, perchè aumentano in Italia? 

Il mondo del lavoro non è più a misura di italiani. Lo rivela un recente studio condotto dall’Unicusano, che evidenzia come nell’ultimo anno ben il 90% degli italiani ha manifestato una profonda insoddisfazione per il proprio lavoro. Tanto che il 43% degli intervistati ha preso la decisione di abbandonarlo. Sorprendentemente, per il 97% di quanti hanno fatto questa scelta, non esisteva un “piano B”. La tendenza ha riguardato soprattutto le donne e i giovani sotto i 27 anni. Ben il 77% ha preferito rinunciare a contratti e carriere professionali a favore di una maggiore libertà personale.
Un altro dato allarmante emerso dallo studio dell’Unicusano riguarda il benessere psicoprofessionale dei lavoratori. Su 25 milioni di occupati nel 2022, in base ai dati Istat, solo l’11% è riuscito a raggiungere un equilibrio psicoprofessionale ideale. Si tratta di meno di tre milioni di persone.

Il principale accusato? Il burnout

Il principale fattore che ha gravato sulle spalle dei lavoratori, costringendoli a ripetute assenze, è stato il burnout, uno stato di esaurimento nervoso a livello fisico, mentale ed emotivo causato da diversi fattori legati al lavoro. Questo malessere ha colpito quasi il 50% degli italiani. Il fenomeno della “Great Resignation,” come è stato chiamato in America dopo la fine della pandemia, ha raggiunto anche l’Italia. Unicusano ha identificato diverse motivazioni alla base di questa tendenza, che vanno dall’insoddisfazione personale alla ricerca di condizioni economiche migliori, dalla desiderata flessibilità nell’organizzazione dell’orario di lavoro alla rottura dei rapporti interpersonali con i colleghi. In particolare, gli italiani stanno cercando un nuovo equilibrio tra vita privata e professionale, che oggi appare sbilanciato verso quest’ultima, a causa di una società che sembra essere diventata “iper-competitiva, iper-veloce e iper-digitalizzata”.

Quiet quitting e job creeper

In Italia, sono emersi anche altri fenomeni preoccupanti, come il “quiet quitting,” in cui oltre due milioni di lavoratori si limitano a svolgere il minimo indispensabile, non sentendosi valorizzati né emotivamente coinvolti nel loro lavoro. C’è anche il “job creeper,” che colpisce il 6% delle persone, le quali sono sopraffatte dal peso del lavoro fino al punto di fondere insieme sfera lavorativa e privata. A alimentare il fenomeno delle “Grandi Dimissioni” sono soprattutto i giovani tra i 24 e i 35 anni, noti come “flow generation.” 

I nomadi digitali

Questi giovani hanno un futuro incerto, sono lontani dal concetto di lavoro a tempo indeterminato e si dedicano a nuove professioni, con un’identità che muta in base alle sfide del futuro digitalizzato. Nati dalla crisi del 2008 e da un’economia basata sul consumo eccessivo, hanno abbracciato il nomadismo digitale come forma di espressione. Al giorno d’oggi, sono 35 milioni in tutto il mondo, con un valore economico di 787 miliardi di dollari. La pandemia ha tolto tempo, ma ha anche regalato tempo, e i nuovi nomadi digitali lo sanno bene. Questi individui hanno lottato negli ultimi tre anni per ottenere spazio e tempo per la loro vita, passioni, talenti, aspirazioni e affetti. Lavorano da remoto, ovunque nel mondo, e lo fanno con entusiasmo nell’85% dei casi. Rappresentano una risposta alla precarietà auto-imposta e una sfida che i reparti HR devono raccogliere per permettere a tutti di crescere, mettendo in primo piano ciò che davvero conta: le persone.

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Assegno Unico: cosa succede se non si presenta l’ISEE?

L’Assegno Universale Unico (AUU) è il contributo economico fornito dall’INPS a tutte le famiglie con figli a carico che riunisce e sostituisce i bonus di maternità e i bonus regionali precedentemente esistenti. Ma se per presentare la richiesta dell’Assegno Unico 2023 è necessario fornire in anticipo l’ISEE, è comunque possibile richiederlo anche in assenza dell’Indicatore della situazione economica e sociale. In tal caso l’importo sarà quello minimo, ovvero 50 euro mensili per ogni figlio minore a carico presente all’interno del nucleo familiare. L’assegno unico per i figli, in quanto di portata universale, è quindi riconosciuto anche a coloro che non dispongono di una dichiarazione ISEE, o che scelgono di non presentarla. 

Per chi non lo presenta l’importo è pari a un ISEE superiore a 40.000 euro

Nel caso l’ISEE non venga presentato, si avrà quindi sempre diritto all’Assegno, ma sarà pari all’importo dovuto relativamente a un ISEE superiore a 40.000 euro. Viceversa, chi ha un ISEE inferiore a 15.000 euro avrà diritto alla agevolazione più alta per ciascun figlio. Alcuni mesi fa, però, il Ministro della Famiglia e delle Pari Opportunità ha dichiarato durante la presentazione della legge di Bilancio l’intenzione di rivedere il ‘fattore ISEE’ per determinare gli importi degli assegni unici e universali, legandoli al nuovo quoziente familiare.

Tutti gli aumenti in vigore dal 1° gennaio 2023

La legge di bilancio approvata nello scorso dicembre 2022, in vigore dal 1° gennaio 2023, ha introdotto alcune novità per l’Assegno Unico e Universale. Anzitutto, un aumento del 50% dell’assegno unico per le famiglie con figli di meno di un anno, un aumento del 50% dell’assegno unico per i figli con un’età compresa tra 1 e 3 anni, per nuclei familiari con almeno 3 figli e con ISEE fino a 40.000 euro. Inoltre, un aumento del 50% dell’assegno per le famiglie con 4 o più figli. La legge ha inoltre confermato gli aumenti già stati previsti nel 2022 per i figli disabili sopra i 18 anni senza che vi sia limite d’età.

L’assegno viene versato direttamente sul conto corrente del richiedente

In ogni caso, il processo di invio telematico AUU 2023 è attivo dal 1° marzo. L’assegno sarà versato direttamente sul conto corrente intestato al richiedente, come indicato durante la domanda. Il contributo viene elargito mensilmente e verrà accreditato entro 30 giorni dalla presentazione della domanda, seguito da un versamento mensile regolare. Nel caso di ritardi nel pagamento, eventuali somme arretrate saranno pagate in un’unica soluzione durante la prima mensilità disponibile.
Ma è necessario modificare la domanda di Assegno Unico già presentata per aggiornare il proprio ISEE? La risposta è negativa. È sufficiente compilare un modulo sul sito dell’INPS, o recarsi presso le sedi territoriali dell’INPS o un CAF convenzionato con l’INPS per ricevere assistenza gratuita.

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L’e-commerce aiuta le imprese e combatte l’inflazione

Grazie all’adozione del canale digitale le imprese italiane che vendono online registrano un incremento medio di fatturato (+8,8%), marginalità (+8,1%) ed export (+8,1%). Sono alcuni dati emersi dallo studio realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con Amazon Italia.
“I maggiori benefici si riscontrano per le Pmi, con una quota maggiore di piccole e medie imprese che riporta un aumento del fatturato (+9,3%), della marginalità (+64%) e dell’export (+3%) rispetto alle grandi imprese”, commenta Lorenzo Tavazzi, Partner e Responsabile Area Scenari e Intelligence The European House – Ambrosetti.
Di fatto, se in Italia il commercio elettronico vale 48 miliardi di euro di transato, 71 miliardi di euro di fatturato, e conta 380mila occupati, l’e-commerce rappresenta anche, e soprattutto, una leva strategica di sviluppo per le imprese.

Per 7 imprese su 10 aumenta la brand awareness

“Chi vende online riconosce, inoltre, benefici anche sul canale fisico, riscontrando in particolare un aumento di brand awareness (7 imprese su 10), un’innovazione dell’offerta basata su esperienza multicanale e un miglioramento del servizio di post-vendita (6 su 10), oltre a un ampliamento della base di clientela nazionale ed estera (6 su 10)”, aggiunge Tavazzi.
Se tali effetti di sviluppo fossero applicati a tutte le imprese italiane il cui business è suscettibile di essere integrato con il canale digitale, potremmo avere un effetto volano per il sistema Paese di oltre 110 miliardi di euro (+6% del Pil al 2022). Rilevanti anche gli effetti pro-competitivi dell’e-commerce: per 7 imprese su 10 i canali di vendita online e offline sono complementari, con valori più elevati tra le Pmi (+10,3% rispetto la media delle altre imprese), determinando benefici in termini di brand awareness e miglioramento del servizio di post-vendita.

Export digitale: per 6 imprese su 10 incrementa la base clienti

Un ulteriore elemento di sviluppo è l’export digitale. Le imprese dichiarano un aumento delle esportazioni grazie all’adozione del canale online superiore all’8%, con 6 imprese su 10 che riportano anche un aumento della base clienti nazionale ed estera. Ma il commercio elettronico contribuisce anche al contenimento del carovita e al miglioramento dell’offerta retail. In un contesto in cui l’incremento dei prezzi è il problema maggiormente sentito dai cittadini, nell’ultimo anno l’e-commerce ha infatti permesso a 6 italiani su 10 di aumentare o mantenere invariato il proprio potere di acquisto.

Online i prezzi sono più stabili  

Il modello econometrico e statistico elaborato da The European House – Ambrosetti, confermato dal confronto con i dati Istat, mostra che in Italia i prezzi dei beni acquistati online si sono dimostrati più stabili del livello generale dei prezzi, con un effetto trascinamento sulla crescita dei prezzi generali.
Se non ci fosse stato l’effetto della diffusione dell’e-commerce negli ultimi 6 anni l’inflazione sarebbe stata in media il 5% più alta. Inoltre, al crescere del commercio online, anche i consumi crescono significativamente. Per ogni punto percentuale in più di diffusione dell’e-commere, i consumi in Italia aumentano di 845 milioni di euro.

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