L’Intelligenza artificiale non è immune dagli attacchi informatici

I sistemi basati sull’Intelligenza artificiale sono immuni dagli attacchi informatici? Pare di no. Le tecniche e gli obiettivi dei cyber criminali sono in costante progresso e spesso sfruttano l’attualità o i temi emergenti nel dibattito pubblico, come l’Intelligenza artificiale.
“Si potrebbero raggruppare gli attacchi all’AI in due macrocategorie – spiega all’Ansa Pierluigi Paganini, ceo di Cyberhorus e professore di Cybersecurity presso l’Università Luiss Guido Carli -. Cioè gli attacchi contro i sistemi e gli attacchi ai modelli di Intelligenza artificiale”.
Ad esempio, con l’aumento di popolarità del software di Intelligenza artificiale ChatGpt è stata osservata la creazione di nuovi virus e minacce informatiche, così come la creazione di e-mail che distribuiscono phishing.

Manipolazione dei dati di addestramento o modifica dei parametri del modello

“Alla prima categoria – continua Paganini – appartengono gli attacchi all’infrastruttura su cui si basa un sistema di AI, ad esempio, alle reti o ai server che lo ospitano, alle comunicazioni tra le componenti e l’accesso non autorizzato ai dati ed al modello stesso. Gli attacchi appartenenti alla seconda categoria prendono di mira specificamente il modello di AI utilizzato dal sistema. Un esempio è la manipolazione dei dati di addestramento o la modifica dei parametri del modello. In un attacco basato sulla manipolazione dei dati l’attaccante modifica o manipola i data set utilizzati per l’addestramento o l’alimentazione di un modello di Intelligenza artificiale con l’intento di interferire con il suo comportamento”.

Fornire ai sistemi dati studiati per influenzarne il comportamento

“Immaginiamo, ad esempio, di addestrare un sistema per il riconoscimento di un attacco informatico – osserva Paganini -: qualora un attaccante riuscisse a fornire false informazioni sugli attacchi nel set di addestramento potrebbe portare il modello a non riconoscere correttamente un attacco quando questo si verifica. In realtà i modelli possono essere attaccati non solo in fase di addestramento, ma anche in fase di esercizio, ovvero fornendo ai sistemi basati sull’AI dati studiati per influenzarne il comportamento e indurre il sistema a prendere decisioni errate”.

Eludere le limitazioni imposte per l’iterazione con gli umani

“Un’altra tecnica di attacco ai dati, nota come attacco di inferenza, consiste nel tentativo di ottenere informazioni sensibili dal modello di AI mediante una serie di interrogazioni ad hoc – puntualizza il ceo -. Questi attacchi potrebbero essere sfruttati per eludere le limitazioni imposte al modello nell’iterazione con gli umani. Una ulteriore tecnica di attacco potrebbe avere come obiettivo quello di ‘avvelenare’ il modello di Intelligenza artificiale usato da un sistema. Può essere condotto in diverse fasi del processo di addestramento, dalla raccolta dei dati all’addestramento stesso. Talvolta si parla anche di ‘modifica dei pesi del modello’, ovvero della capacità di un attaccante di modificare direttamente i pesi del modello durante la fase di addestramento”.

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Lavoro: sempre meno occupati giovani. In dieci anni -7,6% 

Come esito della radicale transizione demografica, si stima che nel 2040 le forze lavoro saranno diminuite dell’1,6%. Ma intanto nei primi nove mesi del 2022 ogni giorno in media 8.500 italiani si sono dimessi, +30,1% rispetto allo stesso periodo del 2019, e ogni giorno, in media, 49.500 italiani hanno iniziato un nuovo lavoro (+6,2%). Inoltre, nel decennio 2012-2022 gli occupati 15-34enni sono diminuiti del 7,6%, quelli con 35-49 anni del 14,8%, mentre i 50-64enni sono aumentati del 40,8% e gli over 65 del 68,9%. Insomma, i lavoratori invecchiano, ma quelli giovani in Italia sono diventati una rarità. Emerge dal 6° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon e il contributo di Credem, Edison e Michelin.

La precarietà è giovane e donna 

La ricerca di un’occupazione migliore per i giovani significa meno precaria ed è la bussola che orienta decisioni e comportamenti.
La fascia della precarietà è infatti ancora ampia: complessivamente, il 21,3% dei lavoratori italiani è occupato con forme contrattuali non standard, e la percentuale oscilla dal 27,9% delle lavoratrici (16,5% uomini) al 39,3% dei lavoratori 15-34enni.
Tra gli occupati giovani, la percentuale dei contratti non standard raggiunge il 46,3% tra le femmine (34,2% maschi). Il part-time involontario, con meno ore lavorate e quindi retribuzioni più basse, coinvolge il 10,3% dei lavoratori italiani: 16,7% delle donne (5,7% uomini) e 13,9% dei 15-34enni. Tra gli occupati giovani, la percentuale del part-time involontario raggiunge il 20,9% tra le femmine (9,0% maschi). 

Difficoltà di carriera e retribuzioni insoddisfacenti

Se potesse, il 46,7% degli occupati italiani lascerebbe l’attuale lavoro: il 50,4% dei giovani, il 45,8% degli adulti, il 58,6% degli operai, il 41,6% degli impiegati e solo il 26,9% dei dirigenti.
Anche perché il 64,4% degli occupati dichiara di lavorare solo per ricavare i soldi necessari per vivere, in particolare, questo vale per il 69,7% dei giovani e per il 75,6% degli operai.
Quali sono le ragioni dell’inquietudine nel rapporto con il proprio lavoro? Difficoltà di carriera (65,0%), retribuzioni insoddisfacenti (44,2%, giovani 53,0%), e paura di perdere il posto di lavoro (42,6%). Si tratta di una precarietà attuale e concreta, più tangibile di quella preconizzata dagli annunciati rivolgimenti legati all’innovazione tecnologica.

Meglio da remoto, ma alternando la presenza in ufficio

Lavora da remoto il 12,2% degli occupati (4,9% 2019). Il lavoro da casa piace perché consente una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro (81,3%), riduce lo stress legato al lavoro in presenza (74,8%), permette di lavorare in contesti migliori (74,1%,), migliora la qualità della vita (70,4%).
Ma il giudizio sullo smartworking è positivo solo se viene alternato con giorni di lavoro in presenza (72,4%), perché non è vero che da remoto si lavora meno (71,8%), e si rischia di perdere il senso di appartenenza aziendale (54,4%). In merito al welfare aziendale, se le integrazioni del reddito sono largamente apprezzate, i lavoratori si attendono anche il supporto al raggiungimento di una più alta qualità della vita.

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Italiani aperti alle esperienze immersive del Metaverso 

Il 92% degli italiani sa cosa sia il Metaverso, il 77% è in grado di descriverlo, e più della metà è in grado di definirlo come un mondo virtuale in cui le dinamiche di interrelazione consentono di performare diverse attività. E sono i Millennials, non i giovanissimi, ad approfondire e conoscere maggiormente le tematiche legate a Metaverso e realtà immersive, come criptovalute, avatar, NFT, Extended reality (AR, VR) e AI. In generale, nei confronti del Metaverso gli italiani mostrano attitudini di apertura, piuttosto che di scetticismo. L’Osservatorio Metaverso, promosso da Ipsos e Vincenzo Cosenza, evidenzia infatti che il 52% ritiene che le esperienze nel Metaverso possano essere emozionanti, e concepisce le realtà immersive come un modo di migliorare le attività online, non come un’alternativa alla realtà fisica.

Un modo per migliorare le attività online

La sperimentazione nelle attività fatte nel Metaverso per ora è piuttosto diversificata. Il 32% ha svolto più di cinque attività (giocare, trascorrere tempo con amici, acquistare oggetti reali, esplorare città), e i mondi virtuali più visitati sono Fortnite e Minecraft. Come ogni nuova innovazione tecnologica si accompagna a un po’ di ansia verso la privacy (38%) e si teme la confusione tra realtà fisica e virtuale (40%). L’atteggiamento generale è concepire il Metaverso come un modo per migliorare attività quali come gaming (48%), film e concerti (45%) educazione e apprendimento (41%) e shopping (40%).
Tuttavia, il 37% ritiene il Metaverso ancora troppo costoso (44% GenZ), e solo il 10% possiede visori per le realtà immersive.

Come costruire valore per i Brand?

In merito alle prospettive dei Brand si riscontra poca memorabilità rispetto alle attività intraprese: il 60% non riesce a citare spontaneamente una marca che abbia usato il Metaverso, a parte Google, Meta, FB, o Microsoft. Rispetto alle diverse categorie di Brand in media le opinioni oscillano tra ‘sfrutta le opportunità per guadagnare di più’ e ‘vuole abbracciare le nuove tendenze digitali’, che lasciano trasparire un cortocircuito tra propensione e conversione per i Brand. 
In pratica, finora le possibilità del Metaverso non sembrano essersi ancora convertite in valore per i Brand. Questo perché i Brand hanno lavorato su aspetti più ‘tattici’ rispetto a puntare su elementi che rispondano ai bisogni delle persone.

Le Metapersonas

Lo studio evidenzia quattro Metapersonas differenziate per livelli di adozione e coinvolgimento.
Se per i Pionieri (37%) il Metaverso è una nuova frontiera in cui sentirsi perfettamente a proprio agio, senza paura di confusione tra virtuale e reale, mentre ai Distanti e Impauriti (30%) non interessa. Lo ritengono troppo costoso, non si sentono parte di questa realtà virtuale e la vedono addirittura come una minaccia per l’identità e l’integrità personale.
Gli Immersi (20%), caratterizzati da un atteggiamento entusiasta e positivo, lo considerano come un altro mondo, dove possono esprimersi liberamente dando il meglio di sé e delle proprie capacità. E per i Funzionali (13%), molto attenti a efficienza e praticità, è principalmente uno strumento per svolgere attività utili nella vita quotidiana.

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Settimana di quattro giorni, gli italiani super favorevoli 

I dipendenti italiani stanno guidando la spinta globale verso una settimana lavorativa di quattro giorni. Ma, mentre cresce il desiderio di mantenere una certa flessibilità, non si vuole nemmeno limitare le possibili prospettive di carriera. Un nuovo studio condotto da Unispace, azienda specializzata nella progettazione degli ambienti professionali, ha identificato le nuove tendenze in merito.  

In Italia è un vero e proprio “sogno”

Secondo il rapporto intitolato “Returning for Good – Tendenze globali del luogo di lavoro” di Unispace, che ha combinato i risultati di un sondaggio condotto su 9.500 dipendenti e 6.650 datori di lavoro in 17 paesi, la settimana lavorativa di quattro giorni è più desiderata in Italia rispetto a qualsiasi altro paese. Quasi due terzi (62%) degli impiegati del Belpaese sarebbero disposti ad andare in ufficio ogni giorno se venisse adottata questa modalità di lavoro. Anche il 43% dei datori di lavoro sarebbe favorevole ad accogliere questo cambiamento se i dipendenti si presentassero in ufficio tutti i giorni.

Il lavoro ibrido può limitare le opportunità di carriera?

Lo studio ha rilevato che questa opinione è influenzata dalla preoccupazione che il lavoro ibrido possa limitare le opportunità di carriera. Quasi tre quarti (71%) dei dipendenti ritiene che le possibilità di promozione, gli aumenti salariali e i bonus siano più “difficili” per chi non lavora in presenza. L’opinione è condivisa anche dal 79% delle aziende. Inoltre, il rapporto indica che due quinti della forza lavoro italiana attualmente operano in spazi condivisi (“hot-desking”). Tuttavia, l’84% di loro sarebbe più incline ad aumentare il tempo trascorso in ufficio se avesse una postazione di lavoro assegnata. Questo potrebbe essere un problema per i datori di lavoro, poiché negli ultimi due anni le aziende italiane hanno ridotto la metratura degli uffici del 36%, rispetto alla media mondiale del 10%. Ciò potrebbe essere dovuto alla continua lotta tra i dipendenti e le aziende per trovare un equilibrio tra lavoro in presenza e lavoro da remoto.

Un equilibrio da trovare

Nonostante i professionisti italiani trascorrano più tempo in ufficio rispetto alla media mondiale (60% rispetto al 50% a livello globale), un quarto degli intervistati ha dichiarato di non apprezzare la mancanza di uno spazio privato. Poco più della metà (51%) ha affermato di non riuscire a svolgere il proprio lavoro in modo efficace in ufficio a causa delle interruzioni e delle numerose riunioni.
Questo suggerisce che i dipendenti stiano cercando di trovare un equilibrio tra la vita lavorativa e quella personale. Tuttavia, se i problemi relativi all’ambiente di lavoro non vengono affrontati, è probabile che la richiesta di un modello di lavoro ibrido continuerà a esistere anche in futuro. 

Intrattenimento: TV o libri? Le abitudini degli italiani

Che tipo di intrattenimento preferiscono gli italiani nel tempo libero? Guardano la tv in streaming, giocano sulle piattaforme online o con lo smartphone, ascoltano musica online, e leggono.
Secondo un’indagine a cura della società di ricerche di mercato Hubits Lab, l’88% dei nostri connazionali ama guardare la tv in streaming, l’86 % sceglie i libri, cartacei o nelle forme elettroniche, il 78% ascolta musica in streaming, il 75% si dedica al gaming e il 75% sceglie cinema, teatro o concerti. Ma quali forme di intrattenimento emergenti crescono di più nell’ultimo anno? “Le spese più performanti nel campo dell’intrattenimento sono ora dedicate ai libri”, spiega Pamela Saiu, responsabile Mondadori Media-Hubits.

Tornano in auge libri e fumetti 

In particolare, “il 74% degli italiani nel 2022 ha comprato almeno un libro. Il 62% ha scelto il cartaceo, il 18% l’e-book, il 15% fumetti/manga o graphic novel, il 10% un audiolibro e il 7% i podcast”, continua Saiu. Inoltre, il 45% degli intervistati ha comprato da 1 a 3 libri, il 32% da 4 a 11 libri e l’1% ne ha scelto uno.
“Il libro cartaceo è sicuramente la categoria preferita da regalare, seguita quasi a pari merito dagli strumenti fisici per musica e video come CD, vinili, Dvd e Blu Ray”, sottolinea Saiu. Ma sono i fumetti tra i fenomeni emergenti più importanti.

Film, serie tv, musica e gaming

Quanto ai video, “il 60% degli italiani ha visto film o serie tv tramite abbonamenti, oppure on demand in streaming o comprando un DVD o Blue-Ray – precisa Saiu. – Hanno comprato abbonamenti a piattaforme musicali, come ad esempio Spotify, un vinile, un CD o una musicassetta, il 46% dei soggetti intervistati. Mentre hanno aperto il portafoglio per il gaming il 38% del campione: il 21% ha comprato videogiochi per console, il 15% delle App per giocare al telefonino, l’11% per giochi online per PC”. 
Sul fronte degli abbonamenti in streaming, si evidenzia una sorta di stanchezza da parte del pubblico. Ora le piattaforme sono perfino troppe, e i clienti non hanno ben chiaro per quanto tempo le pellicole resteranno nelle sale per poi entrare nei circuiti in streaming. Con l’aumentare dell’offerta in streaming si assiste perciò a un calo complessivo degli abbonati.

Andiamo al cinema? 

Per evitare di pagare cifre elevate nel segmento piattaforme tv si assiste anche all’incremento di abbonamenti in condivisione tra famiglie e amici, e nuove forme di abbonamenti ibridi ‘calmierati’ con presenza di spot pubblicitari, quindi a costi inferiori.
In ogni caso, riporta Ansa, l’ascolto della musica e l’abitudine al gaming crescono entrambe del 25% nell’ultimo anno, così come andare a cinema/concerti/teatro.
“Andiamo di meno al cinema rispetto al periodo pre-Covid anche a causa del calo delle grosse produzioni che necessitano organizzazioni imponenti e che hanno fermato a lungo le riprese – sottolinea Marco Cino, managing director dell’agenzia Echo -. Ci aspettiamo però un recupero del segmento cinema, vista l’uscita recente di film importanti”.

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Piscine prefabbricate vs piscine in cemento

Se stai pensando di far installare una piscina nel tuo giardino, probabilmente ti starai chiedendo  quale possa essere la scelta migliore tra una piscina prefabbricata e una piscina in cemento.

Non ti preoccupare, è un dubbio “classico” che tutti si pongono e che è possibile risolvere approfondendo l’argomento. Non esiste infatti una soluzione migliore dell’altra a prescindere, ma tutto dipende dalle tue aspettative e necessità.

Vediamo allora di seguito quelli che sono i vantaggi e gli svantaggi di entrambe le opzioni, così da aiutarti a prendere una decisione consapevole.

Tipi di piscine disponibili

Ci sono diversi tipi di piscine disponibili sul mercato, ma le due soluzioni principali sono le piscine in acciaio prefabbricate e le piscine in cemento.

Le prime sono realizzate direttamente in fabbrica e poi trasportate sul sito di installazione, dove vengono assemblate.

Le piscine in cemento, invece, vengono costruite direttamente sul luogo di installazione dopo che lo scavo iniziale è stato effettuato.

Caratteristiche delle piscine prefabbricate e di quelle in cemento

Le piscine prefabbricate sono disponibili in diverse forme e dimensioni, e generalmente sono realizzate in monoblocco. La struttura è solitamente in acciaio, coperta da uno strato di vetroresina.

Le piscine in cemento, invece, sono realizzate con uno stampo di cemento armato, che viene solitamente rivestito con piastrelle o con uno strato di PVC.

Vantaggi e svantaggi delle piscine prefabbricate

Le piscine prefabbricate hanno diversi vantaggi rispetto alle piscine in cemento. In primo luogo, sono generalmente meno costose da installare, in quanto queste operazioni richiedono meno tempo e meno manodopera.

Inoltre, le piscine prefabbricate sono disponibili in una vasta gamma di forme e dimensioni, e possono essere personalizzate per adattarsi alle esigenze specifiche del proprietario. Provando ad immaginare quale potrebbe essere uno svantaggio nello scegliere una piscina prefabbricata, potremmo citare il fatto che spesso ci si deve attenere alle dimensioni di trasporto massime possibili, dato che non parliamo di una struttura che viene realizzata sul luogo bensì in fabbrica.

Dunque se desideri ad esempio far realizzare una piscina olimpica o quasi, le strutture prefabbricate non fanno per te.

Vantaggi e svantaggi delle piscine in cemento

Le piscine in cemento sono generalmente più resistenti delle piscine prefabbricate, in quanto sono realizzate con uno stampo di cemento armato.

Inoltre, le piscine in cemento possono essere personalizzate più facilmente rispetto alle piscine prefabbricate, e possono essere progettate per adattarsi perfettamente al terreno circostante.

Tuttavia, le piscine in cemento richiedono più tempo e più manodopera per essere installate, e per questo sono più costose delle piscine prefabbricate.

Confronto tra piscine prefabbricate e piscine in cemento

Per aiutarti a decidere quale tipo di piscina sia la scelta migliore per te, ecco un confronto definitivo tra le due:

  • Costi: le piscine prefabbricate sono generalmente meno costose delle piscine in cemento, anche se i costi possono variare a seconda delle dimensioni, della forma e delle funzionalità richieste.
  • Tempi di costruzione: le piscine prefabbricate richiedono meno tempo per essere installate rispetto alle piscine in cemento.
  • Dimensioni: le piscine prefabbricate non possono essere grandi quanto quelle in cemento per motivo logistici e di trasporto.
  • Manutenzione: entrambe le tipologie di piscine necessitano di manutenzione periodica per fare in modo che tutto funzioni sempre a dovere.

Considerazioni finali e raccomandazioni

In sintesi, la scelta tra una piscina prefabbricata e una piscina in cemento dipende dalle tue esigenze specifiche e dal tuo budget.

Se stai cercando una piscina a basso costo e facile da installare, una piscina prefabbricata potrebbe essere la scelta migliore.

Se invece stai cercando una piscina più resistente e personalizzabile, una piscina in cemento potrebbe fare al caso tuo.

Ad ogni modo, ti consigliamo di consultare un professionista del settore che possa aiutarti a fare chiarezza in maniera completa.

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Il turismo italiano riprende quota: atteso un 2023 da record

Secondo i primi dati provvisori del 2023, il settore turistico sembra riprendersi definitivamente dalla pandemia, con un aumento del 45,5% delle presenze rispetto allo stesso bimestre del 2022. Sia le presenze straniere (+70,5%) che quelle domestiche (+28,8%) sono cresciute in modo significativo. Se questi dati saranno confermati nei prossimi mesi, nel 2023 il settore potrebbe registrare il pieno recupero dei livelli pre-pandemici. Il Direttore della Direzione Centrale per le statistiche ambientali e territoriali, Sandro Cruciani, ha affermato ciò nel corso dell’audizione alla Commissione attività produttive della Camera sul Piano strategico del turismo. 

L’Italia è il quarto paese Ue per numero di presenze

Nel 2022, l’Italia si è confermata come il quarto Paese dell’Unione europea per numero di presenze, con il 14,5% di quelle registrate nell’intera UE in quell’anno. L’incremento annuo delle presenze è stato del 39,3% rispetto al 2021. Tuttavia, il numero di presenze nel 2022 è ancora inferiore di circa 34 milioni a quello osservato nel 2019, con un saldo pari a -7,8%. L’Italia si è classificata al secondo posto tra i paesi dell’UE per numero di presenze straniere, subito dopo la Spagna, con i flussi inbound che rappresentano il 48,6% del totale delle presenze nelle strutture ricettive del nostro Paese, quasi tornati ai livelli pre-pandemici. 

I brand più dinamici

L’Istat ha individuato 21 “brand turistici” territoriali che hanno risposto alla crisi del 2020-21 in modo migliore rispetto al resto d’Italia, tra cui il Lago di Garda, la Valle d’Itria e le Cinque Terre. Anche le aree che ancora soffrono il contraccolpo della pandemia, come la Gallura e Costa Smeralda, la Costiera amalfitana e la Costiera sorrentina e Capri, hanno registrato tassi di crescita superiori alla media nazionale.

L’appeal dei piccoli borghi

Man on ci sono sono le località di vacanza più blasonate ad attrarre i turisti. Esiste un altro “segmento turistico di particolare interesse” rappresentato dai 350 borghi dell’Associazione dei borghi più belli d’Italia. La performance turistica dei borghi italiani è stata decisamente migliore della media nazionale: “in questo piccolo universo molto specializzato le presenze del 2022 hanno superato i livelli 2019 del 13,7%” riferisce l’analisi dell’Istat.

Riprendono consensi anche le grandi città

La categoria delle “Grandi città” (composta dai 12 comuni italiani con più di 250mila abitanti) ha mostrato decisi segnali di ripresa rispetto al 2021, con un incremento delle presenze pari al 104,4% contro il +39,3% medio nazionale – questa è anche la categoria che ha tuttavia subito le maggiori perdite durante il periodo pandemico e che ancora non ha raggiunto i livelli del 2019 (-21,0% contro il -7,8% della media nazionale).

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Cybercrime, è la terza economia al mondo

Il Rapporto Annuale sulle Minacce Informatiche di Thales in Italia evidenzia un preoccupante aumento del numero di attacchi informatici, tanto da essere una vera e propria economia mondiale. Eppure, una grandissima parte di questi reati non viene denunciata per timore di perdere credibilità. 
“Si stima che il mondo del Cyber Crime sia la terza economia mondiale, subito dopo Stati Uniti e Cina”, a dirlo a Roma in occasione della cerimonia di premiazione dei vincitori di Cyber X Mind4Future, il programma di formazione evoluta ed esperienziale sui temi della sicurezza cibernetica ideato da Leonardo e il centro di competenze Cyber4.0, è stato Tommaso Profeta, Managing Director della Divisione Cyber & Security Solutions di Leonardo.  “Una dimensione rilevantissima – ha sottolineato Profeta – da cui si capisce quale sia la necessità di dotarsi di figure professionali capaci di fronteggiare la minaccia. Ad oggi sono 3,4 milioni le persone che mancano nel mondo per colmare questo gap”. Numeri che testimoniano la necessità di puntare in modo deciso sulla formazione di giovani esperti e acne in generale di aumentare la consapevolezza dei pericoli del mondo digitale, tanto che l’85% degli attacchi vanno a buon fine a causa di un qualche errore umano.

Una Academy per imparare

In questo senso si inserisce la Cyber & Security Academy di Leonardo, che rappresenta un’importante risposta a questa esigenza, offrendo un’alta formazione sia a operatori tecnici che a personale non specializzato ma con ruoli chiave all’interno di aziende o pubblica amministrazione. Il nuovo direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Bruno Frattasi, sottolinea come la sicurezza informatica sia un problema che coinvolge l’intera cittadinanza, non solo le imprese o le pubbliche amministrazioni, e come sia necessario prevenire la diffusione di dati personali o il blocco di servizi alla cittadinanza. 

In Italia il 51% delle aziende non ha un piano di protezione

Il Rapporto Annuale sulle Minacce Informatiche pubblicato da Thales fa emergere ulteriore segnali allarmanti. Ad esempio, si scopre che non solo il numero di cyberattacchi in Italia sia in sensibile aumento, ma anche che più della metà delle aziende (51%) non ha un piano per proteggersi. E’ evidente dunque l’urgente necessità di investire nella sicurezza cibernetica, anche perchè “c’è una parte di questi attacchi che non conosciamo, una parte sommersa che per molti motivi non conosciamo” ha detto Frattasi. “Si tratta a volte si tratta di attacchi ‘invisibili’ ossia non individuabili se non con molto ritardo, ma c’è anche riluttanza a dire di essere attaccati, si teme di perdere la reputazione e non ci si vuole mostrare parte sommersa che forse pesa di più deboli”.

Gli italiani e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr): quanto ne sanno?

Cosa pensano gli italiani della straordinaria opportunità offerta dal Pnrr? Quanti lo conoscono profondamente e quanto sono fiduciosi che possa avere un impatto sul rilancio del nostro Paese? Per scoprirlo l’Ipsos ha condotto una rilevazione ad hoc, poi diventata un approfondimento sulle pagine del  Corriere Della Sera a cura di Nando Pagnoncelli , presidente di Ipsos.

Scarsa conoscenza del Pnrr tra gli italiani

La grande importanza che il piano riveste non sembra essere nota a tutti; secondo i dati dell’ultimo sondaggio Ipsos, solo il 12% delle persone in Italia dichiara di conoscerlo profondamente, mentre il 44% afferma di conoscerlo solo in parte. Del campione intervistato, il 28% ne ha sentito soltanto parlarne, mentre per il 16% è un concetto totalmente sconosciuto.

Missioni Pnrr: salute, prioritaria tra tutti i temi

Chieste ai nostri connazionali quali fossero le due missioni più importanti contenute nel Pnrr, la risposta è andata nettamente verso la salute (50%). Segue a una certa distanza la rivoluzione verde e la transizione ecologica (27%), e poi le voci relative a istruzione e ricerca scientifica (24%), inclusione sociale ed economica (20%), infrastrutture per la mobilità sostenibile (19%) e digitalizzazione, innovazione, competitività ed cultura (14%). Un risultato prevedibile, specie a fronte dell’esperienza della pandemia che ha messo a dura prova il sistema sanitario nazionale. Lo stesso tema rappresentava la priorità per tutti i cittadini indipendentemente dalle caratteristiche sociodemografiche, orientamento politico o grado di conoscenza del piano. 

Poca fiducia nel successo del Pnrr 

In generale emerge un discreto scetticismo sulla reale possibilità che quest’iniziativa abbia successo nel rimettere in moto l’Italia: un cittadino su due non nutre molta (36%) o nessuna fiducia nell’operazione (13%). La quota più alta riguardante coloro convinti che si arriverà almeno al 90% della realizzazione dei progetti è soltanto del 3%, mentre quella relativa all’esecuzione ottimale è ancora più ridotta: 36%.  Le motivazioni alla base dello scetticismo spaziano da incapacità degli italiani a portare a compimento progetti effettuabili fino all’incapacità da parte del governo dello stato di metterli effettivamente in pratica.Nel dettaglio, i nostri connazionali dibattano in merito le capacità del governo (43% tra gli elettori M5S e PD), comuni e sindaci nel portare a termine i progetti (13%). Ma non manca anche “l’accusa” di scarso coraggio verso la politica (secondo il 12% degli intervistati)  preoccupata soprattutto dalla perdita del consenso popolare a seguito di alcune riforme impopolari.

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Lavoro ibrido: più tempo libero uguale a più salute, anche mentale

Secondo una ricerca condotta da IWG il tempo risparmiato grazie alla riduzione del pendolarismo porta a molteplici benefici per la salute e il benessere di chi lavora: perdita di peso, migliori abitudini alimentari, migliore salute mentale e sonno più lungo. Di fatto, con il lavoro ibrido i lavoratori sono più sani perché hanno più tempo da dedicare a esercizio fisico, riposo e alimentazione corretta.
Oggi il lavoratore ibrido medio dedica all’esercizio fisico 4,7 ore la settimana rispetto alle 3,4 precedenti la pandemia. Le attività più comuni? Camminate, la corsa, ed esercizi per la resistenza. Quanto al sonno, il tempo in più trascorso a letto ogni mattina equivale a tre giorni (71 ore) di sonno in più all’anno.

Dieta più sana ed esercizio fisico: i risultati si vedono alla bilancia

Per il 70% degli intervistati lavorare in modalità ibrida permette di preparare una colazione sana ogni giorno, mentre il 54% ha più tempo da dedicare alla preparazione di pasti nutrienti durante la settimana. Inoltre, consumano più frutta (46%) e verdura fresca (44%), il 20% mangia più pesce e un quarto ha diminuito il consumo di dolci. Inoltre, grazie a più esercizio fisico, riposo migliore e alimentazione più sana il 27% degli intervistati dichiara di aver perso peso dall’inizio della pandemia. Due su cinque (42%) hanno perso tra i 5 e i 9,9 kg, mentre il 23% ha perso più di 10 kg. I principali fattori che hanno contribuito alla perdita di peso sono stati poter dedicare più tempo all’esercizio fisico (65%) e cucinare pasti sani (54%).

Più produttivi, ma meno stressati

Di fatto, il lavoro ibrido ha ridotto gli spostamenti, quindi ha portato a un risparmio di tempo, ma ha anche portato aumenti di produttività. Quasi quattro persone su cinque (79%) affermano di essere più produttive rispetto al periodo pre-pandemico, soprattutto grazie a minori livelli di stress (47%) e più tempo a disposizione per rilassarsi dopo il lavoro (46%). Secondo una ricerca di Nicholas Bloom, economista della Stanford Graduate School of Business, grazie al lavoro ibrido la produttività complessiva è aumentata del 3%-4%. E con una maggiore produttività al lavoro e più tempo libero i vantaggi sono sia per le aziende sia per il personale.

Le attività che migliorano il benessere

L’81% degli intervistati, riporta Ansa, dichiara di avere più tempo libero rispetto a prima del 2020, e la maggior parte lo impiega in attività che incrementano la salute e il benessere, come trascorrere più tempo con famiglia e amici (55%), fare esercizio fisico (52%) o una breve passeggiata durante la giornata (67%). Tutti fattori che hanno un effetto positivo anche sulla salute mentale. Non sorprende quindi che due terzi degli intervistati (66%) ritengano che la loro salute mentale sia migliorata. 

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