Mercato immobiliare, aumenta il volume delle compravendite nel I trimestre 2025

Secondo i dati ISTAT su base congiunturale nel I trimestre 2025 l’indice destagionalizzato delle compravendite immobiliari accelera la crescita già osservata negli ultimi tre trimestri 2024, trainato soprattutto dal Nord e dal Mezzogiorno. Solo il Centro è in controtendenza.

Il primo trimestre 2025 apre l’anno con 228.623 compravendite. I volumi intermediati aumentano rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+8,7%), quando il mercato immobiliare aveva registrato una contrazione del -4,0% sul I trimestre 2023
Aumentano anche le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare risultano in crescita. Nello stesso periodo del 2024 i mutui segnavano un -12,0% rispetto al I trimestre 2023.

Comparto abitativo: in calo solo Centro e Sud

Le 228.623 compravendite immobiliari includono le convenzioni notarili di compravendita e le altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari.
Il dato è in crescita rispetto al trimestre precedente (+1,5% destagionalizzato) e su base annua (+8,7% dato grezzo).

Nel confronto congiunturale le compravendite del comparto abitativo aumentano nel Nord-Ovest (+5,1%) e nelle Isole (+1,7%), risultano stabili nel Nord-Est (+0,3%) e in diminuzione al Centro (-2,1%) e al Sud (-0,9%).
Le compravendite di immobili a uso economico aumentano in tutte le aree (Nord-Ovest +4,6%, Nord-Est +1,8%, Centro +1,3%, Sud e Isole +0,4%).

La maggior parte delle convenzioni riguarda immobili a uso abitativo

Il 93,8% delle convenzioni stipulate riguarda i trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo (214.545), il 5,8% a uso economico (13.311) e lo 0,3% a uso speciale/multiproprietà (767).

Rispetto al I trimestre 2024 le transazioni immobiliari crescono nel comparto abitativo (+9,5%) e rimangono stabili nel comparto economico (-0,5%). A livello territoriale, il comparto abitativo aumenta su base annua nel Nord-Ovest (+17,2%), nel Nord-Est (+13,2%), nelle Isole (+6,9%) e al Sud (+6,1%), mentre diminuisce al Centro (-4,0%). Il comparto economico cala al Centro (-8,7%) e nel Nord-Est  (-4,8%), mentre cresce al Sud (+9,3%), nel Nord-Ovest e nelle Isole (+1,2%). Nell’ambito del comparto abitativo le compravendite aumentano nei piccoli (+9,6%) come nei grandi centri (+9,2%), mentre nel comparto economico calano nei grandi centri (-2,1%) e restano stabili nei piccoli (+0,5%).

I mutui sono 88.820, +31,5%

Anche nel caso dei mutui, l’indice destagionalizzato mostra una crescita più sostenuta rispetto a quella registrata nei tre trimestri precedenti.
Nel I trimestre 2025 le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare sono 88.820.
Rispetto al trimestre precedente la variazione percentuale è +6,4% (dato destagionalizzato), mentre su base annua è +31,5% (dato grezzo).

Su base congiunturale l’aumento interessa il Nord-Ovest (+11,0%), il Sud (+6,1%), il Nord-Est e le Isole (entrambi +5,5%). Il Centro, al contrario, è in calo (-0,7%).
Su base annua invece la crescita interessa tutto il territorio nazionale: Nord-Ovest +40,5%, Nord-Est +35,0%, Sud +31,3%, Isole +28,9%, Centro +13,2%, e sia i piccoli sia i grandi centri, rispettivamente +32,9% e +29,8%.

Pubblicato
Categorie: Economy

L’Italia che assume: servono laureati, tecnici ITS e diplomati, ma la metà dei profili è “introvabile”

Le imprese italiane sanno di cosa hanno bisogno. Il problema è che, troppo spesso, non riescono a trovarlo. A dirlo è l’ultima fotografia scattata dal Sistema informativo Excelsior, sviluppato da Unioncamere con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sostenuto dal Programma nazionale Giovani, donne e lavoro cofinanziato dall’Unione europea. I dati arrivano in occasione della 34ª edizione di Job&Orienta, il salone veronese dedicato a scuola, formazione e lavoro.

Quest’anno le aziende avevano programmato l’ingresso di 670mila laureati, 120mila diplomati ITS Academy, oltre 1,3 milioni di diplomati delle scuole superiori e 2,3 milioni di qualificati professionali. Numeri imponenti, che però si scontrano con una dura realtà: quasi un profilo su due è difficile da reperire. Per i tecnici ITS la percentuale schizza al 57,3%, mentre tra i laureati la difficoltà supera il 50%.

Unioncamere: “Serve un orientamento più precoce”

“Il divario tra ciò che le imprese cercano e ciò che il mercato offre resta molto ampio”, osserva Andrea Prete, presidente di Unioncamere. Un fenomeno tutt’altro che esclusivamente italiano, ma che nel nostro Paese pesa come un macigno sulla competitività.

Secondo Prete, servono tre mosse decisive: orientamento scolastico avviato prima, un rapporto più stretto tra università e imprese per trattenere i giovani talenti, e un dialogo più fluido tra formazione e mondo produttivo.

A “caccia” di laureati, ma difficili da trovare

Le lauree più gettonate restano economia (193mila ingressi potenziali) e ingegneria (127mila). Seguono gli indirizzi dedicati all’insegnamento e alla formazione e quelli sanitari e paramedici. Per i giovani sotto i 30 anni, spiccano le opportunità nelle aree statistiche e motorie.

A complicare il quadro è il mismatch più duro proprio nelle discipline STEM: chimica e farmaceutica (72,4% di difficoltà di reperimento), area sanitaria (70,8%) e medico-odontoiatrica (67,2%).

Tecnici ITS sempre più richiesti, ma quasi impossibili da reperire

Sul fronte ITS le imprese cercano soprattutto profili legati ai servizi alle aziende, alla meccatronica e all’innovazione di prodotto.

Le opportunità per gli under 30 sono altissime, in particolare nei settori della mobilità e dell’energia sostenibile. Eppure oltre metà dei tecnici non si trova, con tassi di irreperibilità che sfiorano il 94% nella sostenibilità energetica.

Diplomati e qualificati: carenze nei percorsi tecnici

Tra i diplomati, amministrazione–finanza–marketing guida la classifica delle richieste, seguita dal turismo e dagli indirizzi tecnici. Anche qui, quasi 634mila profili risultano introvabili.

Nel mondo della formazione professionale, ristorazione, logistica e meccanica restano gli ambiti più richiesti, ma oltre 1 milione di profili IeFP (47%) è difficile da trovare, con criticità che superano il 60% nelle competenze meccaniche, termoidrauliche ed elettriche.

Un’emergenza strutturale che chiede risposte

Il 2025 conferma dunque un trend che non è più un’eccezione ma una costante: l’Italia cerca competenze che non ha, mentre i giovani faticano a orientarsi in un mercato del lavoro che cambia a velocità record.

Un nodo da sciogliere con politiche lungimiranti, formazione mirata e un orientamento che accompagni davvero le scelte dei ragazzi. Perché senza un incontro tra domanda e offerta, la crescita rischia di restare solo sulla carta.

Pubblicato
Categorie: Economy

Salute e benessere: per gli italiani sono sinonimo di sostenibile

Il 92% degli italiani sono consapevoli della connessione tra salute e ambiente, ma allo stesso tempo si sentono schiacciati da preoccupazioni globali (guerre, cambiamento climatico, deterioramento ambientale) e dalla sensazione che il proprio destino dipenda soprattutto da fattori economici incontrollabili (62,4%).

In Italia la sostenibilità sociale ha il volto della fragilità.
Quasi nove cittadini su dieci guardano con paura al futuro del pianeta, e oltre l’80% teme per il futuro del Paese. Inoltre, più di sette italiani su dieci vivono con ansia il proprio domani.
Sono i segnali d’allarme che emergono dall’indagine realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia in occasione della Social Sustainability Week.

Sostenibilità sociale e Sistema Sanitario Nazionale

Il 46% degli italiani dichiara di avere fiducia nel Sistema Sanitario Nazionale, mentre il 54% esprime scetticismo o sfiducia.
La sostenibilità sociale tocca direttamente anche il rapporto con il SSN. Si tratta di una criticità che non riguarda la qualità del personale, considerato preparato dal 58% degli intervistati, ma piuttosto la capacità organizzativa e la carenza di risorse. Tanto che l’81% ritiene che il numero degli operatori sanitari sia insufficiente.

Questa percezione porta oltre la metà del campione (53%) a considerare indispensabile una assicurazione integrativa, e spinge il 67% a ritenere inevitabile il ricorso alla sanità privata, segnale di un bisogno crescente di sicurezza e accessibilità nelle cure. 

Il ruolo sociale delle imprese

In un contesto in cui le istituzioni e i soggetti collettivi sono percepiti come meno efficaci, si ampliano le aspettative nei confronti delle imprese, chiamate sempre più a svolgere un ruolo sociale.
Quando organizzazioni e aziende parlano di sostenibilità trasmettono speranza o interesse (54%). Solo l’8% si dichiara indifferente.

Al mondo del lavoro gli italiani chiedono innanzitutto stabilità contrattuale, considerata prioritaria dal 53% degli intervistati, relazioni positive tra colleghi, indicate dal 47% e flessibilità e smart working (34%). L’attenzione alla salute e la domanda di un’ampia offerta di welfare aziendale (26%) superano, anche se di poco, la rilevanza attribuita all’assenza di discriminazione e pari opportunità (23%) e alla formazione (22%).

“Il lavoro diventa il luogo in cui si cerca stabilità”

Il 60% ritiene tuttavia insufficiente l’attuale impegno aziendale per il benessere e il 61% del campione pensa che le aziende dovrebbero promuovere servizi psicologici. Ma solo il 16% conosce aziende che li offrono.

“La crescente vulnerabilità e la carenza dei presìdi collettivi spingono le persone a rivolgere alle imprese aspettative un tempo rivolte alle istituzioni – dichiara Cristina Cenci, antropologa e Senior Partner di Eikon -. Il lavoro diventa il luogo in cui si cercano stabilità, relazioni sane e tutela del benessere. Questa trasformazione segnala un cambiamento profondo nei bisogni comunitari. Le aziende che sapranno accoglierlo contribuiranno a rafforzare nuove forme di sicurezza condivisa”.

Pubblicato
Categorie: Economy

Imprese, quanto è difficile il passaggio generazionale?

Il passaggio generazionale è da sempre un momento delicato per le famiglie dell’imprenditoria italiana. Non si tratta solo di cedere un ruolo o un’azienda, ma di riuscire a trasferire valori, visione e senso di responsabilità. Un tema che oggi, più che mai, preoccupa gli imprenditori italiani.

Lo conferma una ricerca condotta da Nexta Società Benefit, partner che affianca le imprese familiari nei loro percorsi di crescita. Lo studio, avviato nel giugno 2025 e concluso in autunno, ha coinvolto 45 famiglie concentrate soprattutto tra Lombardia e Veneto, con presenze significative anche in Emilia-Romagna, Toscana e Puglia.

Il timore del “vuoto” generazionale

Un dato colpisce più degli altri: quattro imprenditori su dieci temono che la nuova generazione possa non essere presente in azienda. Il 22% immagina un coinvolgimento minimo, mentre il 20% vede un ingresso più numeroso, da tre a cinque giovani.

Si tratta di imprese solide: il 30% supera i 100 milioni di fatturato e opera in settori che vanno dall’agroalimentare alla manifattura, dall’impiantistica alla chimica, fino ai comparti più innovativi. Il campione spazia da realtà alla seconda generazione fino a famiglie giunte ormai alla quinta, con un 20% di prime generazioni impegnate nella costruzione del proprio modello di governance.

Aumentano gli scambi e le forme di amministrazione

Nonostante i timori, emerge un lento ma percepibile cambiamento nel modo di gestire il patrimonio familiare. Il 26% delle famiglie coinvolge tutti i membri nelle scelte strategiche, mentre il 28% si affida ai componenti più anziani. Un buon 36% continua invece a prendere decisioni in autonomia.

Anche sul fronte aziendale lo scenario è variegato: nel 22% dei casi decide tutta la famiglia, nel 29% un Cda a maggioranza familiare, nel 17% un Cda con prevalenza di membri esterni. Il 27% mantiene la guida diretta dell’imprenditore, mentre il 5% si affida a un amministratore delegato esterno.

Conflitti: ancora poco espressi 

La ricerca mostra che il 44% degli imprenditori non ha mai affrontato apertamente un conflitto familiare, segnale che spesso i problemi restano sotto traccia. Il 26% preferisce prevenirli con il confronto, mentre solo il 16% dichiara di averli risolti definitivamente.

Qui entra in gioco il ruolo dei professionisti: considerati “non necessari” solo dal 22% del campione, sono invece ritenuti fondamentali per facilitare il dialogo, definire i valori comuni, gestire assetti societari e, quando serve, rivedere il modello fiscale.

Senza solidità non si cresce 

Dalle interviste emerge una consapevolezza ormai diffusa: senza crescita, la solidità di lungo periodo rischia di indebolirsi.

Il 34% valuta acquisizioni, un quarto non esclude l’ingresso di fondi (in alcuni casi anche con quote di maggioranza) e il 15% considera perfino la cessione dell’azienda, scelta dolorosa ma talvolta necessaria. Il 24% preferisce invece attendere e osservare l’evoluzione del contesto economico.

Pubblicato
Categorie: Economy

Smart working sempre più adottato in Italia: piace a PA e grandi imprese

Lo smart working torna a vivere una nuova giovinezza, dopo un anno un po’ fiacco. Nel 2025, infatti, il lavoro a distanza torna a crescere in Italia. Oggi circa 3,6 milioni i lavoratori che operano da remoto almeno per una parte della settimana, con un +0,6% rispetto al 2024. Il balzo più significativo arriva dal settore pubblico, con un aumento dell’11%: in totale 555 mila dipendenti della Pubblica Amministrazione lavorano in modalità agile, pari al 17% del totale.

Lo smart working piace soprattutto alle grandi imprese: sono infatti 1,9 milioni (il 53% del personale) gli addetti  coinvolti in forme ibride. Le PMI, invece, rallentano: nelle piccole e medie aziende si registra un calo del 7,7%, e nelle microimprese del 4,8%, dove solo l’8% dei lavoratori mantiene la possibilità del lavoro da remoto.

Verso un modello maturo

L’era dello smart working “d’emergenza” è ormai alle spalle. Oggi il modello più diffuso è quello ibrido, che alterna giorni in presenza e altri a distanza, secondo politiche aziendali o linee guida interne.

Nelle grandi imprese, il 95% ha già adottato progetti strutturati, mentre nella Pubblica Amministrazione la quota sale al 67%. Più indietro le PMI, dove spesso prevale una gestione informale e accordi diretti tra lavoratore e responsabile.

Il fenomeno ha ancora margini di crescita

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, presentata al convegno “Lo Smart Working ai tempi dell’AI”, il fenomeno ha ancora margini di crescita.

Circa un lavoratore su cinque che oggi non lavora da remoto ritiene di poter svolgere almeno metà delle proprie attività da un altro luogo, con la stessa efficacia. Ciò equivarrebbe a un potenziale di 3 milioni di nuovi smart worker, che porterebbero il totale vicino ai livelli record toccati durante la pandemia.

L’AI è la nuova frontiera

L’Intelligenza Artificiale sta ridisegnando il modo di lavorare, liberando tempo dalle attività più ripetitive e aprendo spazi a creatività e innovazione. “Lo smart working – osserva Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio – è ormai parte integrante delle organizzazioni moderne. La sfida non è più se farlo, ma come farlo evolvere”.

Per Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio, “AI e lavoro agile possono diventare alleati preziosi per un lavoro più sostenibile, umano e produttivo, a patto di non dimenticare che la tecnologia deve valorizzare, non sostituire, le persone”.

Pubblicato
Categorie: Economy

Imprese: 17mila attività in più nel III trimestre 2025

In base a Movimprese, l’analisi trimestrale condotta da Unioncamere e InfoCamere, tra luglio e settembre 2025 il Registro delle imprese delle Camere di Commercio registra un saldo positivo di 16.920 attività economiche.

Il dato del trimestre estivo, risultato della differenza fra 61.257 nuove iscrizioni e 44.337 cessazioni di attività, mostra un rafforzamento della vitalità del sistema imprenditoriale italiano. Al saldo corrisponde infatti un tasso di crescita nazionale del +0,29% rispetto al +0,26% registrato nello stesso periodo del 2024.
La dinamica complessiva è trainata soprattutto dalle imprese costituite in tipologie societarie, che determinano l’86% della crescita, e da quelle operanti nei settori dei servizi.

Società di capitali motore della crescita

Al contrario, persistono le difficoltà tra le imprese costituite in forma individuale e tra quelle dei comparti storicamente più rilevanti (Manifattura, Commercio, Agricoltura).
Il motore della crescita rimane rappresentato dalle Società di capitali, che nel trimestre generano la quasi totalità dell’incremento dello stock. Con 14.548 unità in più e un tasso del +0,75% (+0,72% nel 2024), questa forma giuridica si conferma la scelta privilegiata dai neo-imprenditori.

Segnali di ripresa anche per le imprese individuali, che pur continuando ad attrarre il maggior numero di nuove iscrizioni (57% del totale nuove imprese), contribuiscono al saldo con +3.507 unità, pari al +0,12% nel trimestre. Le Società di persone continuano invece nella fase di declino: -1.370 unità, pari al -0,17%.

Marcate differenze tra settori

Quanto alla dinamica settoriale, l’incremento maggiore in termini percentuali si osserva nelle Attività finanziarie e assicurative, che guidano la classifica con un tasso del +1,56%, seguite da Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (+1,43%) e Istruzione (+1,06%).

In forte espansione anche le attività legate a Noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+0,81%) e il comparto del Trasporto e magazzinaggio (+0,70%). Si conferma invece la stagnazione per settori tradizionali come Commercio e Attività manifatturiere, entrambi con una variazione percentuale prossima allo zero (-0,03%).
Le Costruzioni, invece, garantiscono il contributo più elevato in termini assoluti, chiudendo il trimestre con un saldo di +3.317 imprese, seguite da Alloggio e ristorazione (+2.797) e imprese professionali, scientifiche, tecniche (+2.489).

Nota positiva per il comparto artigiano

Il comparto artigiano inverte la tendenza negativa degli anni precedenti e si mostra in ripresa. Il saldo del III trimestre attesta +1.888 unità, con un tasso di crescita dello 0,15%. Questo netto balzo in avanti rispetto al +0,09% tendenziale è trainato principalmente dalle Costruzioni (+1.224 unità, +0,25%) mentre persistono le difficoltà delle attività manifatturiere (-707 imprese).

A livello territoriale la crescita appare diffusa, ma è il Centro l’area più dinamica (+0,35%) con +4.221 imprese, mentre Sud e Isole registrano il saldo assoluto più consistente (+6.202, +0,31%), grazie, in particolare, alla performance della Sicilia (+0,45%).
Tra le province, spiccano per tasso di crescita Ragusa (+0,67%), Roma (+0,57%) e Milano (+0,55%).

Pubblicato
Categorie: Economy

Digitale: un nuovo equilibrio tra innovazione e concretezza

Dopo anni di trasformazioni e accelerazioni l’ecosistema digitale sembra aver trovato un nuovo equilibrio tra innovazione e concretezza.
Se fino a qualche anno fa l’immaginario del settore era dominato da pochi nomi ricorrenti, oggi la scena appare decisamente più frammentata e vivace.

La ventiquattresima edizione di Yoursight, la ricerca realizzata da Engage e Human Highway, traccia una mappa del presente e del futuro del settore digitale. E mostra una progressiva dispersione delle preferenze. Oltre cento marchi vengono citati spontaneamente dai professionisti intervistati, e la quota dei “grandi noti” si riduce anno dopo anno.
Segno di un mercato più aperto e competitivo, dove nuove piattaforme, tool e modelli di business stanno ridisegnando la percezione stessa del digitale.

Metaverso, NFT, smart speaker perdono slancio

L’attenzione degli operatori però non si disperde più su mille fronti come negli anni dell’euforia tecnologica. Oggi il focus si concentra su pochi temi forti, capaci di generare valore reale.
In cima alla lista c’è l’AI, considerata il motore principale dell’evoluzione a breve termine, ma si fanno largo ambiti più “tangibili”, come la misurazione dei dati, la data fusion, i contenuti branded e personalizzati e la Advanced TV, che unisce creatività e tecnologia in chiave addressable.

Fenomeni come Retail Media e metrica dell’attenzione registrano la crescita più marcata, mentre temi come metaverso, NFT e smart speaker perdono slancio. Il mercato, in sostanza, sembra premiare ciò che porta risultati misurabili, a discapito delle soluzioni più sperimentali o ancora immature.

Non si corre più dietro all’hype

E se l’offerta (aziende tecnologiche, piattaforme, agenzie) punta ancora su AI, VR/AR e personalizzazione dei contenuti, la domanda (brand, investitori, clienti) si concentra su aspetti più pragmatici, come metriche di attenzione, efficienza e ROI.
Questa divergenza si accentua, segno che il settore sta cercando un nuovo equilibrio tra entusiasmo tecnologico e realismo operativo.

Il digitale, insomma, non corre più dietro all’hype: sceglie, filtra e costruisce con maggiore consapevolezza, puntando su strumenti che davvero possono fare la differenza.
Nonostante la fiducia nel futuro, il digitale italiano continua a scontare alcune debolezze strutturali. I due principali freni restano la carenza di cultura digitale e la confusione nelle metriche di misurazione, ormai in testa alle preoccupazioni degli operatori.

Gli ostacoli che frenano la crescita 

Dal confronto tra domanda e offerta emerge una distanza di prospettiva: le aziende cercano chiarezza e ritorno misurabile, mentre chi opera sul mercato punta a migliorare qualità e standard di misurazione. In sintesi, il settore è maturo ma ancora alla ricerca di un linguaggio comune per valutare il proprio reale impatto.

Guardando avanti, molti percepiscono l’AI come uno strumento pratico, più che come una forza di trasformazione culturale o creativa. Emerge spesso il concetto di automazione, associato a una visione del lavoro futuro come più veloce, preciso ed efficiente.
L’AI è descritta non come sostituto del lavoro umano, ma come un alleato capace di affiancarlo e potenziarlo, favorendo un approccio collaborativo piuttosto che competitivo.

Pubblicato
Categorie: Digitale

Istat, clima di fiducia: bene per i consumatori, meno per le imprese  

Ci sono due binari paralleli in merito all’analisi del clima di fiducia che l’Istat ha rilevato a settembr. Da una parte ci sono i consumatori, che sembrano guardare al presente e al futuro on un certo ottimismo, dall’altro le imprese che sono decisamente più caute.

Secondo l’Istituto di Statistica, l’indice del clima di fiducia dei consumatori è salito da 96,2 a 96,8, recuperando in parte la flessione di agosto. Per le imprese, invece, l’aumento è appena percettibile: l’indicatore passa da 93,6 a 93,7 punti.

Famiglie più ottimiste sull’economia

Guardando ai consumatori, il miglioramento è diffuso. Cresce la fiducia nell’economia generale del Paese e nelle prospettive future. Il cosiddetto “clima economico” passa da 97 a 98,8 punti, mentre la percezione della situazione attuale sale a 99,9. Anche le aspettative per i prossimi mesi migliorano, seppur di poco, passando da 92,2 a 92,6.

Rimane sostanzialmente stabile invece il giudizio personale, che si attesta a 96. Nel complesso, le famiglie appaiono più propense a valutare positivamente il contesto economico e a considerare l’acquisto di beni durevoli.

Imprese, differenze fra i vari settori

Sul versante delle aziende il quadro è più sfumato. Nelle costruzioni la fiducia cresce leggermente, da 101,3 a 101,5 punti, così come nei servizi di mercato, dove si registra un aumento da 95,1 a 95,6. Resta invece ferma la manifattura, bloccata a 87,3, mentre il commercio al dettaglio arretra da 102,7 a 101,6.

Entrando nel dettaglio, nella manifattura migliorano i giudizi sugli ordini ma peggiorano le attese di produzione. Le scorte risultano stabili. Nel settore delle costruzioni cresce la fiducia sugli ordini, ma si riducono le aspettative sull’occupazione.
Nei servizi di mercato aumentano le attese sugli ordini futuri, mentre peggiorano i giudizi sull’andamento generale. Nel commercio al dettaglio, infine, cala la fiducia sulle vendite correnti, con un incremento delle giacenze di magazzino, anche se le attese per il futuro restano positive.

Un quadro in chiaroscuro

Nel complesso, settembre conferma una sostanziale stabilità per le imprese, con variazioni minime rispetto a luglio. I segnali più incoraggianti arrivano dai giudizi sugli ordini nell’industria e dalle aspettative di crescita nei servizi.

Per i consumatori, invece, si nota un recupero rispetto al mese precedente. La sensazione di un’economia in lieve miglioramento e una maggiore apertura all’acquisto di beni sembrano alimentare un cauto ottimismo verso i mesi a venire.

Pubblicato
Categorie: Economy

Giovani e AI: per i laureati è un’opportunità, ma tanti si sentono impreparati

A rivelarlo è il recente osservatorio di ASUS Business, condotto da Research Dogma, che ha indagato il punto di vista di un campione di giovani laureati e laureandi under 30: nonostante l’incertezza occupazionale e la crescente automazione di alcune posizioni, la nuova generazione guarda all’Intelligenza artificiale come un’opportunità, e non come una minaccia.

Lo studio, tuttavia, svela un paradosso sorprendente. Pur riconoscendo il potenziale dell’AI, la maggior parte dei giovani intervistati si sente ancora impreparata ad affrontarlo.

Solo il 37% sa usare bene software e programmi

I dati raccolti mostrano anche una evidente lacuna nelle competenze digitali delle nuove generazioni. Sebbene oltre la metà degli intervistati si consideri un utente “di buon livello” alle prese con il computer, solo il 37% si dichiara molto preparato nell’uso di programmi e software.

La quota scende drasticamente quando il focus si sposta sull’Intelligenza artificiale, dove solo il 24% dei giovani si considera realmente competente. Questo scenario mette in luce come una generazione nata e cresciuta con la tecnologia dimostri una competenza ancora incompleta sulle tecnologie digitali, nonostante la consapevolezza che nel futuro saranno decisive.

Entusiasti ma anche critici nei confronti dell’evoluzione tecnologica

D’altra parte, il quadro cambia quando si parla di percezione. La ricerca evidenzia infatti un “entusiasmo critico” verso l’evoluzione tecnologica. Quasi la totalità degli intervistati (95%) riconosce che l’AI avrà un impatto significativo sul lavoro, e il 76% ritiene che le competenze in questo ambito saranno sempre più fondamentali. Tuttavia, il 40% ritiene che si tratterà di un impatto meno radicale di quanto spesso si narra.

I giovani dimostrano un approccio lucido e pragmatico, accogliendo l’AI come un alleato per migliorare la produttività, la creatività e per liberare tempo da mansioni ripetitive. L’obiettivo finale è quello di ridefinire le priorità personali e professionali.

Meglio una giusta remunerazione che dichiarazioni astratte

Questo pragmatismo valoriale si riflette anche sulle priorità che i giovani assegnano al lavoro. Al primo posto rimane infatti la giusta remunerazione (53%), seguita dalla flessibilità di orari e giorni di lavoro (46%). Questo indica una generazione che pone al centro della vita professionale il giusto compenso e l’equilibrio tra carriera, crescita individuale e qualità della vita.

“I risultati di questa ricerca offrono un segnale chiaro: i giovani guardano all’AI con uno spirito pragmatico, riconoscendone il potenziale per migliorare produttività e creatività, senza perdere di vista la necessità di un equilibrio tra lavoro e vita personale – commenta Lavinia Fogolari, Head of Marketing SYS di ASUS, come  riporta Adnkronos -. È incoraggiante vedere come questa generazione non consideri la tecnologia una minaccia, bensì un alleato con cui costruire un futuro professionale più sostenibile e motivante”.

Pubblicato
Categorie: Digitale

Come diventare giovani content creator in sicurezza? I consigli per i genitori

Oltre il 30% dei bambini della Generazione Alpha sogna di diventare social media creator, e circa il 32% dei ragazzi tra i 12 e i 15 anni indica lo YouTuber come professione ideale.

Per molti ragazzi i content creator rappresentano veri e propri modelli di riferimento, e il desiderio di emergere online si manifesta spesso già prima dell’adolescenza. In questo contesto, il coinvolgimento dei genitori non è solo utile, ma fondamentale.
Per questo, gli esperti di Kaspersky hanno creato la Digital Schoolbag: A Parent’s Guide for the School Year, una guida che fornisce consigli essenziali per aiutare a proteggere i bambini affrontando le principali regole di sicurezza informatica per il mondo online ma anche offline.

Sii curioso, non critico

Se un bambino dice di voler diventare YouTuber è normale che i genitori si preoccupino. Ma la risposta più costruttiva non è vietarlo, bensì aprire un dialogo. Chiedere perché il bambino desidera aprire un profilo, quali contenuti vorrebbe condividere e scoprire insieme gli ultimi trend online aiuta infatti a entrare nel suo mondo.

Questo atteggiamento ha due vantaggi: da un lato dimostra attenzione autentica per i suoi interessi, creando fiducia, e dall’altro permette di affrontare in modo naturale temi cruciali come la privacy, i limiti dei contenuti e la gestione del tempo online.
Per rendere queste conversazioni più semplici e coinvolgenti, è utile partire da risorse adatte all’età.

Configurare gli account insieme

Invece di consegnare un telefono e lasciare che i propri figli imparino da soli è importante prendersi il tempo necessario per configurare gli account insieme. Che si tratti di YouTube, TikTok, Instagram o un’altra piattaforma, scegliere impostazioni di privacy adeguate (chi può vedere i post, commentare o inviare messaggi), disattivare l’impostazione di geolocalizzazione predefinita, utilizzare una password forte e unica, e abilitare l’autenticazione a due fattori (2FA) per una protezione aggiuntiva.

Questo non solo reduce il rischio di hacking o esposizione, ma insegna anche al proprio figlio buone abitudini di sicurezza digitale fin dall’inizio.

Insegnare cosa non condividere

Quando i bambini pubblicano contenuti online spesso vogliono condividere tutto: dove sono, cosa fanno e con chi sono.
“Crescere” online, però, significa imparare che non tutte le informazioni devono essere rese pubbliche. È quindi importante aiutare i propri figli a capire la differenza tra creare e consumare contenuti divertenti ed essere esposto a materiali o attività potenzialmente pericolosi o dannosi.

Questo significa, ad esempio, non condividere l’indirizzo di casa, il nome della scuola, gli orari, i programmi delle vacanze o i luoghi frequentati regolarmente. Si tratta di dettagli che possono involontariamente rendere i ragazzi e le ragazze più facili da rintracciare, soprattutto se questi dati vengono abbinati a foto, tag di posizione e timestamp.