Smart working sempre più adottato in Italia: piace a PA e grandi imprese

Lo smart working torna a vivere una nuova giovinezza, dopo un anno un po’ fiacco. Nel 2025, infatti, il lavoro a distanza torna a crescere in Italia. Oggi circa 3,6 milioni i lavoratori che operano da remoto almeno per una parte della settimana, con un +0,6% rispetto al 2024. Il balzo più significativo arriva dal settore pubblico, con un aumento dell’11%: in totale 555 mila dipendenti della Pubblica Amministrazione lavorano in modalità agile, pari al 17% del totale.

Lo smart working piace soprattutto alle grandi imprese: sono infatti 1,9 milioni (il 53% del personale) gli addetti  coinvolti in forme ibride. Le PMI, invece, rallentano: nelle piccole e medie aziende si registra un calo del 7,7%, e nelle microimprese del 4,8%, dove solo l’8% dei lavoratori mantiene la possibilità del lavoro da remoto.

Verso un modello maturo

L’era dello smart working “d’emergenza” è ormai alle spalle. Oggi il modello più diffuso è quello ibrido, che alterna giorni in presenza e altri a distanza, secondo politiche aziendali o linee guida interne.

Nelle grandi imprese, il 95% ha già adottato progetti strutturati, mentre nella Pubblica Amministrazione la quota sale al 67%. Più indietro le PMI, dove spesso prevale una gestione informale e accordi diretti tra lavoratore e responsabile.

Il fenomeno ha ancora margini di crescita

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, presentata al convegno “Lo Smart Working ai tempi dell’AI”, il fenomeno ha ancora margini di crescita.

Circa un lavoratore su cinque che oggi non lavora da remoto ritiene di poter svolgere almeno metà delle proprie attività da un altro luogo, con la stessa efficacia. Ciò equivarrebbe a un potenziale di 3 milioni di nuovi smart worker, che porterebbero il totale vicino ai livelli record toccati durante la pandemia.

L’AI è la nuova frontiera

L’Intelligenza Artificiale sta ridisegnando il modo di lavorare, liberando tempo dalle attività più ripetitive e aprendo spazi a creatività e innovazione. “Lo smart working – osserva Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio – è ormai parte integrante delle organizzazioni moderne. La sfida non è più se farlo, ma come farlo evolvere”.

Per Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio, “AI e lavoro agile possono diventare alleati preziosi per un lavoro più sostenibile, umano e produttivo, a patto di non dimenticare che la tecnologia deve valorizzare, non sostituire, le persone”.

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Imprese: 17mila attività in più nel III trimestre 2025

In base a Movimprese, l’analisi trimestrale condotta da Unioncamere e InfoCamere, tra luglio e settembre 2025 il Registro delle imprese delle Camere di Commercio registra un saldo positivo di 16.920 attività economiche.

Il dato del trimestre estivo, risultato della differenza fra 61.257 nuove iscrizioni e 44.337 cessazioni di attività, mostra un rafforzamento della vitalità del sistema imprenditoriale italiano. Al saldo corrisponde infatti un tasso di crescita nazionale del +0,29% rispetto al +0,26% registrato nello stesso periodo del 2024.
La dinamica complessiva è trainata soprattutto dalle imprese costituite in tipologie societarie, che determinano l’86% della crescita, e da quelle operanti nei settori dei servizi.

Società di capitali motore della crescita

Al contrario, persistono le difficoltà tra le imprese costituite in forma individuale e tra quelle dei comparti storicamente più rilevanti (Manifattura, Commercio, Agricoltura).
Il motore della crescita rimane rappresentato dalle Società di capitali, che nel trimestre generano la quasi totalità dell’incremento dello stock. Con 14.548 unità in più e un tasso del +0,75% (+0,72% nel 2024), questa forma giuridica si conferma la scelta privilegiata dai neo-imprenditori.

Segnali di ripresa anche per le imprese individuali, che pur continuando ad attrarre il maggior numero di nuove iscrizioni (57% del totale nuove imprese), contribuiscono al saldo con +3.507 unità, pari al +0,12% nel trimestre. Le Società di persone continuano invece nella fase di declino: -1.370 unità, pari al -0,17%.

Marcate differenze tra settori

Quanto alla dinamica settoriale, l’incremento maggiore in termini percentuali si osserva nelle Attività finanziarie e assicurative, che guidano la classifica con un tasso del +1,56%, seguite da Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (+1,43%) e Istruzione (+1,06%).

In forte espansione anche le attività legate a Noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+0,81%) e il comparto del Trasporto e magazzinaggio (+0,70%). Si conferma invece la stagnazione per settori tradizionali come Commercio e Attività manifatturiere, entrambi con una variazione percentuale prossima allo zero (-0,03%).
Le Costruzioni, invece, garantiscono il contributo più elevato in termini assoluti, chiudendo il trimestre con un saldo di +3.317 imprese, seguite da Alloggio e ristorazione (+2.797) e imprese professionali, scientifiche, tecniche (+2.489).

Nota positiva per il comparto artigiano

Il comparto artigiano inverte la tendenza negativa degli anni precedenti e si mostra in ripresa. Il saldo del III trimestre attesta +1.888 unità, con un tasso di crescita dello 0,15%. Questo netto balzo in avanti rispetto al +0,09% tendenziale è trainato principalmente dalle Costruzioni (+1.224 unità, +0,25%) mentre persistono le difficoltà delle attività manifatturiere (-707 imprese).

A livello territoriale la crescita appare diffusa, ma è il Centro l’area più dinamica (+0,35%) con +4.221 imprese, mentre Sud e Isole registrano il saldo assoluto più consistente (+6.202, +0,31%), grazie, in particolare, alla performance della Sicilia (+0,45%).
Tra le province, spiccano per tasso di crescita Ragusa (+0,67%), Roma (+0,57%) e Milano (+0,55%).

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Digitale: un nuovo equilibrio tra innovazione e concretezza

Dopo anni di trasformazioni e accelerazioni l’ecosistema digitale sembra aver trovato un nuovo equilibrio tra innovazione e concretezza.
Se fino a qualche anno fa l’immaginario del settore era dominato da pochi nomi ricorrenti, oggi la scena appare decisamente più frammentata e vivace.

La ventiquattresima edizione di Yoursight, la ricerca realizzata da Engage e Human Highway, traccia una mappa del presente e del futuro del settore digitale. E mostra una progressiva dispersione delle preferenze. Oltre cento marchi vengono citati spontaneamente dai professionisti intervistati, e la quota dei “grandi noti” si riduce anno dopo anno.
Segno di un mercato più aperto e competitivo, dove nuove piattaforme, tool e modelli di business stanno ridisegnando la percezione stessa del digitale.

Metaverso, NFT, smart speaker perdono slancio

L’attenzione degli operatori però non si disperde più su mille fronti come negli anni dell’euforia tecnologica. Oggi il focus si concentra su pochi temi forti, capaci di generare valore reale.
In cima alla lista c’è l’AI, considerata il motore principale dell’evoluzione a breve termine, ma si fanno largo ambiti più “tangibili”, come la misurazione dei dati, la data fusion, i contenuti branded e personalizzati e la Advanced TV, che unisce creatività e tecnologia in chiave addressable.

Fenomeni come Retail Media e metrica dell’attenzione registrano la crescita più marcata, mentre temi come metaverso, NFT e smart speaker perdono slancio. Il mercato, in sostanza, sembra premiare ciò che porta risultati misurabili, a discapito delle soluzioni più sperimentali o ancora immature.

Non si corre più dietro all’hype

E se l’offerta (aziende tecnologiche, piattaforme, agenzie) punta ancora su AI, VR/AR e personalizzazione dei contenuti, la domanda (brand, investitori, clienti) si concentra su aspetti più pragmatici, come metriche di attenzione, efficienza e ROI.
Questa divergenza si accentua, segno che il settore sta cercando un nuovo equilibrio tra entusiasmo tecnologico e realismo operativo.

Il digitale, insomma, non corre più dietro all’hype: sceglie, filtra e costruisce con maggiore consapevolezza, puntando su strumenti che davvero possono fare la differenza.
Nonostante la fiducia nel futuro, il digitale italiano continua a scontare alcune debolezze strutturali. I due principali freni restano la carenza di cultura digitale e la confusione nelle metriche di misurazione, ormai in testa alle preoccupazioni degli operatori.

Gli ostacoli che frenano la crescita 

Dal confronto tra domanda e offerta emerge una distanza di prospettiva: le aziende cercano chiarezza e ritorno misurabile, mentre chi opera sul mercato punta a migliorare qualità e standard di misurazione. In sintesi, il settore è maturo ma ancora alla ricerca di un linguaggio comune per valutare il proprio reale impatto.

Guardando avanti, molti percepiscono l’AI come uno strumento pratico, più che come una forza di trasformazione culturale o creativa. Emerge spesso il concetto di automazione, associato a una visione del lavoro futuro come più veloce, preciso ed efficiente.
L’AI è descritta non come sostituto del lavoro umano, ma come un alleato capace di affiancarlo e potenziarlo, favorendo un approccio collaborativo piuttosto che competitivo.

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Istat, clima di fiducia: bene per i consumatori, meno per le imprese  

Ci sono due binari paralleli in merito all’analisi del clima di fiducia che l’Istat ha rilevato a settembr. Da una parte ci sono i consumatori, che sembrano guardare al presente e al futuro on un certo ottimismo, dall’altro le imprese che sono decisamente più caute.

Secondo l’Istituto di Statistica, l’indice del clima di fiducia dei consumatori è salito da 96,2 a 96,8, recuperando in parte la flessione di agosto. Per le imprese, invece, l’aumento è appena percettibile: l’indicatore passa da 93,6 a 93,7 punti.

Famiglie più ottimiste sull’economia

Guardando ai consumatori, il miglioramento è diffuso. Cresce la fiducia nell’economia generale del Paese e nelle prospettive future. Il cosiddetto “clima economico” passa da 97 a 98,8 punti, mentre la percezione della situazione attuale sale a 99,9. Anche le aspettative per i prossimi mesi migliorano, seppur di poco, passando da 92,2 a 92,6.

Rimane sostanzialmente stabile invece il giudizio personale, che si attesta a 96. Nel complesso, le famiglie appaiono più propense a valutare positivamente il contesto economico e a considerare l’acquisto di beni durevoli.

Imprese, differenze fra i vari settori

Sul versante delle aziende il quadro è più sfumato. Nelle costruzioni la fiducia cresce leggermente, da 101,3 a 101,5 punti, così come nei servizi di mercato, dove si registra un aumento da 95,1 a 95,6. Resta invece ferma la manifattura, bloccata a 87,3, mentre il commercio al dettaglio arretra da 102,7 a 101,6.

Entrando nel dettaglio, nella manifattura migliorano i giudizi sugli ordini ma peggiorano le attese di produzione. Le scorte risultano stabili. Nel settore delle costruzioni cresce la fiducia sugli ordini, ma si riducono le aspettative sull’occupazione.
Nei servizi di mercato aumentano le attese sugli ordini futuri, mentre peggiorano i giudizi sull’andamento generale. Nel commercio al dettaglio, infine, cala la fiducia sulle vendite correnti, con un incremento delle giacenze di magazzino, anche se le attese per il futuro restano positive.

Un quadro in chiaroscuro

Nel complesso, settembre conferma una sostanziale stabilità per le imprese, con variazioni minime rispetto a luglio. I segnali più incoraggianti arrivano dai giudizi sugli ordini nell’industria e dalle aspettative di crescita nei servizi.

Per i consumatori, invece, si nota un recupero rispetto al mese precedente. La sensazione di un’economia in lieve miglioramento e una maggiore apertura all’acquisto di beni sembrano alimentare un cauto ottimismo verso i mesi a venire.

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Giovani e AI: per i laureati è un’opportunità, ma tanti si sentono impreparati

A rivelarlo è il recente osservatorio di ASUS Business, condotto da Research Dogma, che ha indagato il punto di vista di un campione di giovani laureati e laureandi under 30: nonostante l’incertezza occupazionale e la crescente automazione di alcune posizioni, la nuova generazione guarda all’Intelligenza artificiale come un’opportunità, e non come una minaccia.

Lo studio, tuttavia, svela un paradosso sorprendente. Pur riconoscendo il potenziale dell’AI, la maggior parte dei giovani intervistati si sente ancora impreparata ad affrontarlo.

Solo il 37% sa usare bene software e programmi

I dati raccolti mostrano anche una evidente lacuna nelle competenze digitali delle nuove generazioni. Sebbene oltre la metà degli intervistati si consideri un utente “di buon livello” alle prese con il computer, solo il 37% si dichiara molto preparato nell’uso di programmi e software.

La quota scende drasticamente quando il focus si sposta sull’Intelligenza artificiale, dove solo il 24% dei giovani si considera realmente competente. Questo scenario mette in luce come una generazione nata e cresciuta con la tecnologia dimostri una competenza ancora incompleta sulle tecnologie digitali, nonostante la consapevolezza che nel futuro saranno decisive.

Entusiasti ma anche critici nei confronti dell’evoluzione tecnologica

D’altra parte, il quadro cambia quando si parla di percezione. La ricerca evidenzia infatti un “entusiasmo critico” verso l’evoluzione tecnologica. Quasi la totalità degli intervistati (95%) riconosce che l’AI avrà un impatto significativo sul lavoro, e il 76% ritiene che le competenze in questo ambito saranno sempre più fondamentali. Tuttavia, il 40% ritiene che si tratterà di un impatto meno radicale di quanto spesso si narra.

I giovani dimostrano un approccio lucido e pragmatico, accogliendo l’AI come un alleato per migliorare la produttività, la creatività e per liberare tempo da mansioni ripetitive. L’obiettivo finale è quello di ridefinire le priorità personali e professionali.

Meglio una giusta remunerazione che dichiarazioni astratte

Questo pragmatismo valoriale si riflette anche sulle priorità che i giovani assegnano al lavoro. Al primo posto rimane infatti la giusta remunerazione (53%), seguita dalla flessibilità di orari e giorni di lavoro (46%). Questo indica una generazione che pone al centro della vita professionale il giusto compenso e l’equilibrio tra carriera, crescita individuale e qualità della vita.

“I risultati di questa ricerca offrono un segnale chiaro: i giovani guardano all’AI con uno spirito pragmatico, riconoscendone il potenziale per migliorare produttività e creatività, senza perdere di vista la necessità di un equilibrio tra lavoro e vita personale – commenta Lavinia Fogolari, Head of Marketing SYS di ASUS, come  riporta Adnkronos -. È incoraggiante vedere come questa generazione non consideri la tecnologia una minaccia, bensì un alleato con cui costruire un futuro professionale più sostenibile e motivante”.

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Come diventare giovani content creator in sicurezza? I consigli per i genitori

Oltre il 30% dei bambini della Generazione Alpha sogna di diventare social media creator, e circa il 32% dei ragazzi tra i 12 e i 15 anni indica lo YouTuber come professione ideale.

Per molti ragazzi i content creator rappresentano veri e propri modelli di riferimento, e il desiderio di emergere online si manifesta spesso già prima dell’adolescenza. In questo contesto, il coinvolgimento dei genitori non è solo utile, ma fondamentale.
Per questo, gli esperti di Kaspersky hanno creato la Digital Schoolbag: A Parent’s Guide for the School Year, una guida che fornisce consigli essenziali per aiutare a proteggere i bambini affrontando le principali regole di sicurezza informatica per il mondo online ma anche offline.

Sii curioso, non critico

Se un bambino dice di voler diventare YouTuber è normale che i genitori si preoccupino. Ma la risposta più costruttiva non è vietarlo, bensì aprire un dialogo. Chiedere perché il bambino desidera aprire un profilo, quali contenuti vorrebbe condividere e scoprire insieme gli ultimi trend online aiuta infatti a entrare nel suo mondo.

Questo atteggiamento ha due vantaggi: da un lato dimostra attenzione autentica per i suoi interessi, creando fiducia, e dall’altro permette di affrontare in modo naturale temi cruciali come la privacy, i limiti dei contenuti e la gestione del tempo online.
Per rendere queste conversazioni più semplici e coinvolgenti, è utile partire da risorse adatte all’età.

Configurare gli account insieme

Invece di consegnare un telefono e lasciare che i propri figli imparino da soli è importante prendersi il tempo necessario per configurare gli account insieme. Che si tratti di YouTube, TikTok, Instagram o un’altra piattaforma, scegliere impostazioni di privacy adeguate (chi può vedere i post, commentare o inviare messaggi), disattivare l’impostazione di geolocalizzazione predefinita, utilizzare una password forte e unica, e abilitare l’autenticazione a due fattori (2FA) per una protezione aggiuntiva.

Questo non solo reduce il rischio di hacking o esposizione, ma insegna anche al proprio figlio buone abitudini di sicurezza digitale fin dall’inizio.

Insegnare cosa non condividere

Quando i bambini pubblicano contenuti online spesso vogliono condividere tutto: dove sono, cosa fanno e con chi sono.
“Crescere” online, però, significa imparare che non tutte le informazioni devono essere rese pubbliche. È quindi importante aiutare i propri figli a capire la differenza tra creare e consumare contenuti divertenti ed essere esposto a materiali o attività potenzialmente pericolosi o dannosi.

Questo significa, ad esempio, non condividere l’indirizzo di casa, il nome della scuola, gli orari, i programmi delle vacanze o i luoghi frequentati regolarmente. Si tratta di dettagli che possono involontariamente rendere i ragazzi e le ragazze più facili da rintracciare, soprattutto se questi dati vengono abbinati a foto, tag di posizione e timestamp.

Come un aggiornamento DVR ben fatto può salvarti da multe e problemi legali

L’aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) è notoriamente un’attività essenziale per ogni azienda.

Non parliamo semplicemente di un adempimento burocratico da sbrigare frettolosamente, bensì di uno strumento di gestione proattivo che, se implementato correttamente, permette di identificare e mitigare i rischi presenti sul luogo di lavoro.

Il suo scopo è quello di prevenire infortuni, malattie professionali e le conseguenti sanzioni legali che potrebbero derivarne.

Cosa È il DVR e perché è importante

Il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) è un documento obbligatorio che deve essere redatto da tutte le aziende con almeno un lavoratore dipendente o equiparato.

Serve ad identificare i pericoli presenti nell’ambiente lavorativo, valutare i rischi che ne conseguono e definire le misure di prevenzione e protezione necessarie al fine di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Appare dunque evidente l’importanza del DVR, che risiede nella sua capacità di fornire una panoramica completa dei rischi aziendali, permettendo di implementare azioni mirate per ridurli o eliminarli.

Ecco perché un DVR aggiornato è vitale per garantire un ambiente di lavoro sicuro e conforme alle normative vigenti.

Quando è necessario aggiornare il DVR

L’aggiornamento del DVR non va inteso come un’attività da svolgersi una tantum ma al contrario richiede una certa periodicità, ed è necessario quando ci sono modifiche significative nell’organizzazione del lavoro, nonché a seguito di modifiche legislative o normative.

Un aggiornamento tempestivo consente di adeguare le misure di sicurezza, tenendo conto delle nuove condizioni di rischio, così che il DVR possa rimanere uno strumento affidabile ed efficace per la prevenzione.

Come effettuare correttamente un aggiornamento DVR

Un aggiornamento DVR corretto richiede un’analisi approfondita dei rischi, per cui è necessario coinvolgere diverse figure aziendali come il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP), il medico competente e i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS).

Bisognerà poi riesaminare i processi lavorativi, valutare i pericoli esistenti e le relative misure di controllo, oltre a considerare le nuove tecnologie o le modifiche apportate all’ambiente di lavoro.

Non bisogna tralasciare infine l’aggiornamento delle procedure di emergenza, che devono essere adeguate alle nuove condizioni.

Le conseguenze di un DVR obsoleto o incompleto

Un DVR obsoleto o incompleto può comportare gravi conseguenze per l’azienda, che, in caso di controllo da parte degli organi di vigilanza, potrebbe incorrere in sanzioni amministrative e penali.

Alla stessa maniera, in caso di infortunio sul lavoro l’azienda potrebbe essere ritenuta responsabile per negligenza o imperizia, con conseguenti risarcimenti economici significativi.

Bisogna quindi tenere sempre presente che un DVR non aggiornato compromette la sicurezza dei lavoratori ed aumenta il rischio di incidenti e malattie professionali.

Esempi pratici di come un aggiornamento DVR previene problemi

Prendiamo in considerazione l’introduzione di una nuova macchina utensile in sede di lavoro: un aggiornamento DVR ben fatto prevede l’analisi dei rischi specifici legati al macchinario.

Tra questi il rischio di infortuni dovuti a parti in movimento, la presenza di rumore o vibrazioni, l’emissione di sostanze pericolose. Di conseguenza, serve la definizione delle misure di protezione adeguate che includano l’installazione di protezioni, l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (DPI) e la formazione specifica per gli operatori.

In caso invece di modifiche alle normative sulla sicurezza chimica, un aggiornamento DVR prevede la revisione delle schede di sicurezza e l’adeguamento delle procedure di manipolazione e stoccaggio.

Consigli per mantenere il DVR sempre aggiornato

Per mantenere il DVR sempre aggiornato, è consigliabile stabilire un programma di revisione periodica, implementare un sistema di monitoraggio degli infortuni e analizzare le segnalazioni dei lavoratori.

In questo caso è utile partecipare a corsi di aggiornamento sulla sicurezza del lavoro per rimanere informati sulle nuove normative e le migliori pratiche, oltre a documentare ogni aggiornamento del DVR indicando la data, le modifiche apportate e le motivazioni.

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Bonifici istantanei: cosa sapere per non commettere errori 

Ormai lo usiamo tutti, per piccole somme o per importi che dobbiamo trasferire in tempo reale, a qualsiasi ora del giorno o della notte, anche nei festivi: è il bonifico istantaneo. Si tratta di uno strumento sempre più diffuso tra chi ha bisogno di effettuare pagamenti rapidi e tracciabili. Ma conosciamo davvero le sue caratteristiche? Sappiamo quando conviene usarlo? E quali accortezze adottare per non correre rischi?

A fare chiarezza è una nuova guida digitale promossa dall’ABI (Associazione Bancaria Italiana), in collaborazione con le banche e diverse associazioni dei consumatori, nell’ambito del progetto “Trasparenza semplice”. Il documento raccoglie tutte le informazioni utili per comprendere a fondo il funzionamento del bonifico istantaneo e utilizzarlo in modo consapevole e sicuro.

Cos’è il bonifico istantaneo e come si usa

Si tratta di un servizio che permette di inviare denaro in euro da un conto a un altro all’interno dell’area SEPA in meno di dieci secondi. È disponibile 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, e consente al destinatario di ricevere subito l’importo.

A partire dal gennaio 2025 tutte le banche che gestiscono bonifici ordinari saranno tenute anche ad accettare quelli istantanei, mentre da ottobre dello stesso anno dovranno permetterne anche l’invio, usando gli stessi canali previsti per i pagamenti tradizionali.

Quando è utile scegliere questa modalità

Il bonifico istantaneo può risultare particolarmente vantaggioso in situazioni che richiedono prontezza: un pagamento da saldare con urgenza, la ricarica di una carta prepagata, l’acquisto da un privato o il bisogno di inviare soldi a una persona cara senza attese.

Cosa bisogna sapere su limiti e rischi

In genere, è il cliente a definire eventuali limiti d’importo per i bonifici istantanei, anche se ogni banca può prevedere soglie preimpostate per motivi di sicurezza. Tuttavia, è bene ricordare che un bonifico istantaneo non può essere annullato: una volta autorizzato, l’importo viene trasferito immediatamente.

Proprio per la sua rapidità, è fondamentale prestare attenzione a chi si invia il denaro. Le banche, per ridurre il rischio di errori o frodi, effettuano un controllo in tempo reale per verificare se l’IBAN inserito corrisponde al nome del beneficiario. Questa verifica, che oggi è facoltativa, diventerà obbligatoria entro ottobre 2025.

Uno strumento che richiede attenzione

Sebbene offra velocità e praticità, il bonifico istantaneo richiede attenzione, soprattutto nei confronti di possibili truffe online o errori di compilazione. Per questo motivo la guida dell’ABI fornisce indicazioni semplici e chiare, pensate per chiunque voglia saperne di più prima di utilizzare questo strumento.

Il vademecum è consultabile sul sito dell’ABI ed è stato redatto con il contributo delle principali associazioni dei consumatori.

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Parchi divertimento: indicatori positivi per offerta, visitatori e fatturato

Lo confermano i dati ufficiali presentati dal Rapporto Annuale SIAE: nel 2024 i parchi divertimento italiani hanno segnato una crescita significativa in termini di offerta, visitatori e fatturato.
Con 21.104.651 ingressi, in crescita di circa il 7,4% rispetto al 2023, il fatturato della biglietteria sfonda la barriera dei 300 milioni, attestandosi a 306.640.128 euro (+1% sul 2023).

Proprio il differenziale di incremento tra visitatori e fatturato, accompagnato da un calo del 6% del valore medio unitario per visitatore, indica come le politiche di pricing più inclusive adottate negli ultimi anni hanno favorito l’ampliamento del bacino di utenza. 
Sul lato offerta, l’incremento dei giorni di apertura è stato del 4,9%. Complice l’estensione della stagionalità, i parchi a tema hanno saputo creare nuovi concept per valorizzare diversi periodi dell’anno, come Carnevale, Halloween e Natale.

Nuove attrazioni, aree tematiche, tecnologie immersive, soluzioni green

A trainare l’andamento sono gli investimenti in nuove attrazioni, aree tematiche, tecnologie immersive e soluzioni green, che hanno reso l’esperienza sempre più coinvolgente. Solo per la stagione estiva 2025 sono già stati stanziati 220 milioni di euro, con una previsione di 500 milioni nel triennio 25/27.
Il trimestre estivo si conferma centrale: nel 2024 il 64% dei visitatori si è concentrato nei mesi di giugno, luglio e agosto, periodo che ha generato anche il 66% della spesa totale.

Il dato è influenzato dall’apertura dei parchi acquatici, la cui attività è fortemente stagionale.
Ma è da segnalare la performance di dicembre: a fronte di un’offerta più contenuta ha registrato il tasso medio di affluenza giornaliera più alta dell’anno. Con 1.514 visitatori al giorno supera perfino agosto (1.164).

In Piemonte più strutture, ma è il Veneto la locomotiva del settore

Il Piemonte, ricco di parchi faunistici come Zoom Torino e di parchi avventura, è la regione a maggiore concentrazione di strutture censite e con più giorni di apertura.

La locomotiva del settore si conferma tuttavia ancora una volta il Veneto, che raccoglie il 34% della spesa complessiva italiana per parchi e attrazioni e il 23% degli ingressi totali nazionali (4,8 milioni di visitatori). Seguono Lombardia (19%), Emilia-Romagna (19%) e Lazio (15%).
Migliorano in generale le performance di Centro e Sud Italia, mentre nel Nord-Ovest cresce il numero di visitatori nonostante la riduzione delle giornate di apertura.

“La crescita non è un dato estemporaneo”

“I dati SIAE 2024 rafforzano la centralità dell’industria dei parchi divertimento nel panorama turistico nazionale – commenta Luciano Pareschi, presidente AssoParchi –. La crescita non è un dato estemporaneo, ma dipende da una strategia coordinata di sviluppo e investimento che punta su innovazione, destagionalizzazione e qualità dell’esperienza. Abbiamo creduto e continuiamo a credere nel valore culturale, sociale ed economico dei parchi come luoghi capaci di generare indotto, occupazione e attrattività internazionale”.

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Sanità: la nuova cultura della vaccinazione in Italia

Oggi la vaccinazione viene vista come uno strumento per proteggere anzitutto chi è professionalmente, socialmente o fisicamente più esposto (personale sanitario, malati cronici, chi vive o lavora in ambienti dove è più facile contagiarsi), e meno come semplice strategia per evitare di ammalarsi.

Il tema della percezione del rischio appare centrale. Dopo la pandemia è presente una sorta di stanchezza rispetto a quanto vissuto, che si estende anche alle vaccinazioni, sebbene riconosciute come un’arma strategica per superarla.
Anche se il 90% si è vaccinato contro il Covid, solo un terzo pensa di farlo nel futuro. Contro l’influenza, poco più della metà.
È quanto emerge dall’indagine del Censis ‘I nuovi tratti della vaccinazione in Italia’ realizzata con la sponsorizzazione di Pfizer.

Permangono dubbi su efficacia e sicurezza

Il 59,5% pensa che sia più rischioso non vaccinarsi, rischiando di ammalarsi di una malattia prevenibile con la vaccinazione. Tuttavia, nonostante il riconoscimento quasi unanime del ruolo delle vaccinazioni nel debellare malattie come la poliomielite (95,3%) e nella difesa della collettività dalla diffusione delle malattie (84,4%), insieme a quello del suo valore individuale come strumento per evitare la diffusione di malattie e complicanze (85,2%), queste considerazioni non sono sufficienti a superare un atteggiamento culturale che la maggioranza percepisce ancora come più negativo rispetto al passato (85,9%).
E non appaiono del tutto risolti i dubbi sull’efficacia e la sicurezza delle vaccinazioni.

Si consolida la propensione alla prevenzione

Il 36,9% afferma di ricorrere alla vaccinazione per prevenire le malattie, una quota in crescita rispetto al 16,9% del 2014. È evidente l’influsso dell’esperienza di adesione di massa alla vaccinazione per il superamento del Covid.

Aumenta anche la quota di chi esprime piena fiducia nei confronti della vaccinazione (43,0% vs 22,0%), soprattutto cresce nel tempo la quota di chi dichiara di fidarsi delle vaccinazioni garantite dal Ssn (30,7% vs 50,6%).

Il fatto che il 54,6% delle persone si sono dichiarate disponibili a “fare” una dose in più se in questo modo aumenta la copertura e l’efficacia è una dimostrazione della fiducia nei confronti della vaccinazione. I non favorevoli sono in media il 22,3%.

Conoscenza confusa e incertezza nell’adesione

La conoscenza delle vaccinazioni appare collegata all’esperienza diretta e all’adesione a esse. Si tratta di una conoscenza diffusa (71,5% si ritiene informato), che raggiunge il picco con la vaccinazione anti-Covid, conosciuta dal 98,7% della popolazione.

Più basse le percentuali di chi ha effettuato vaccinazioni negli ultimi 3 anni. Esclusa la vaccinazione anti Covid (84,8%) e antinfluenzale (50,0%), il ricorso non è ampio, anche nel caso di categorie più a rischio come i malati cronici. Diversa è la situazione con riferimento alle scelte effettuate dai genitori rispetto alle vaccinazioni dei figli (97,0%), più ridotto il ricorso alla vaccinazione in gravidanza. Tra le donne intervistate solo il 36,7% ha effettuato almeno una vaccinazione e la quota diventa maggioritaria solo per le donne che hanno figli da 0 a 5 anni.