Vitamine e sali minerali: durante l’estate cresce la domanda di integratori

Con l’arrivo della bella stagione, è sempre più frequente sentirsi fiacchi o scarichi di energie. Le alte temperature elevate, l’umidità e pure la sudorazione mettono alla prova l’organismo, causando una perdita importante di liquidi e micronutrienti fondamentali per il benessere psicofisico.

Non stupisce, quindi, che gli integratori alimentari a base di vitamine e sali minerali stiano vivendo un vero e proprio boom di vendite in Italia.

Dati in crescita: magnesio e potassio al top

Secondo i dati elaborati da Integratori & Salute, associazione di riferimento del settore che fa capo a Unione Italiana Food, nel 2024 si conferma il trend positivo per queste categorie. I sali minerali si attestano tra i prodotti più venduti: le confezioni commercializzate sono state quasi 15 milioni (+3,4% rispetto al 2023), per un valore di oltre 265 milioni di euro (+6,7%).

Anche le vitamine si difendono bene, con 12,6 milioni di confezioni vendute, e una crescita in valore del +4,2%, trainata soprattutto dai prodotti contenenti vitamine del gruppo B e vitamina C.

In particolare, nei mesi più caldi (luglio-settembre), si è registrato un picco nelle vendite di integratori a base di magnesio e potassio: oltre 3 milioni di confezioni, pari alla metà del totale annuo. Crescono anche gli integratori di ferro (+5,8%) e quelli specifici di magnesio (+15,5%).

La parola dell’esperta: perché integrare è utile

La dott.ssa Franca Marangoni, esperta della Nutrition Foundation of Italy, spiega: “Durante i mesi estivi, il nostro fabbisogno di alcuni micronutrienti aumenta. Il magnesio, ad esempio, è essenziale per prevenire crampi e stanchezza muscolare, mentre il ferro e le vitamine del gruppo B supportano il metabolismo energetico e la funzione mentale.”

Inoltre, in condizioni di sudorazione intensa o attività sportiva prolungata all’aperto, il rischio di carenze si accentua. Integrare in modo mirato, dietro consiglio medico, può aiutare a mantenere l’equilibrio idrosalino e a ridurre la sensazione di affaticamento.

Pelle e sole: il ruolo delle vitamine

Non solo energia: durante l’estate anche la pelle ha bisogno di cure particolari. L’uso di antiossidanti come la vitamina C ed E può proteggere dai danni del sole, mentre la vitamina A e lo zinco contribuiscono a mantenere sana la barriera cutanea.

Conclusione

In sintesi, l’estate 2024 conferma un crescente interesse degli italiani per il benessere, con integratori di vitamine e sali minerali sempre più protagonisti delle scelte in farmacia.
Ma attenzione: l’integrazione deve sempre accompagnarsi a uno stile di vita sano, alimentazione equilibrata e idratazione.

Cani e gatti come “figli”: il ruolo degli animali domestici nelle famiglie italiane

Per la stragrande maggioranza degli italiani, gli animali domestici non sono più semplici compagni di vita, ma veri e propri membri della famiglia.

Lo rivela il primo Rapporto sulle abitudini delle famiglie italiane con animali da compagnia realizzato da Santévet, compagnia specializzata in assicurazioni veterinarie. Secondo lo studio, il 96% delle persone considera il proprio pet un componente familiare a tutti gli effetti.

Una compagnia che riempie la solitudine

In una società dove ci si sente sempre più soli, l’amore incondizionato di un animale si rivela una presenza fondamentale per il benessere emotivo. Nove italiani su dieci dichiarano che il loro amico a quattro zampe è un supporto prezioso contro l’isolamento.

Il dato è particolarmente significativo tra le donne (92%) e gli anziani sopra i 71 anni (82%), ma sorprende anche il forte attaccamento dei giovanissimi (96%) nella fascia 16-25 anni, la cosiddetta Generazione Z.

Donne e giovani: i più legati ai loro pet

Il rapporto evidenzia che le donne sviluppano un legame emotivo particolarmente intenso sia con i cani (83%) che con i gatti (82%). Anche gli uomini mostrano un alto coinvolgimento affettivo, con il 78% che si dichiara legato al proprio cane e il 73% al proprio gatto.

Chi si sente più “genitore” di un animale si colloca nella fascia tra i 26 e i 40 anni, segno di una generazione che ha ridefinito il concetto di nucleo familiare.

Dalla convivenza al pet parenting

È sempre più comune identificarsi come “pet parent”, ovvero come chi si prende cura del proprio animale con la stessa attenzione riservata a un figlio.

Oggi, il 42% degli italiani considera il proprio animale domestico un figlio, e il 40% lo definisce il proprio migliore amico, specialmente tra chi vive con un cane (42%) rispetto ai proprietari di gatti (37%).

Linguaggi unici per “parlare” con il proprio cucciolo

Il rapporto descrive una comunicazione esclusiva tra proprietario e animale, fatta di gesti, parole inventate, suoni e intonazioni speciali: l’80% delle persone riconosce di avere un “codice” tutto loro con il proprio animale.

Questo legame si riflette anche nelle priorità domestiche: il 48% delle famiglie spende di più per l’alimentazione degli animali che per se stessi, e il 23% antepone le spese per la toelettatura a quelle personali.

Cresce la domanda di protezione sanitaria per gli animali

Con l’aumento dell’importanza degli animali nella vita quotidiana, cresce anche la consapevolezza sulla loro salute. Sempre più famiglie italiane valutano positivamente la possibilità di proteggere i propri animali con coperture assicurative specifiche.

Un trend in crescita, che riflette un profondo cambiamento culturale: oggi, prendersi cura di un animale non è più un gesto accessorio, ma una vera scelta di responsabilità affettiva.

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La Lombardia guida l’innovazione ICT in Italia. Più investimenti, preparazione e sostenibilità

Lo confermano i dati dell’Assintel Report Lombardia, curato dall’Istituto Ixé: la Lombardia anche quest’anno si conferma una delle regioni trainanti nel panorama ICT italiano.
Nel 2025, il 32,2% delle imprese lombarde prevede un incremento del budget dedicato alle tecnologie emergenti. La media italiana si attesta al 30,1%.

L’ elevato livello di dotazioni tecnologiche, la forte spinta agli investimenti digitali, una maggiore attenzione alla sostenibilità e una migliore preparazione sul fronte digitale, spesso superiori alla media nazionale, caratterizzano il tessuto imprenditoriale lombardo per l’alta propensione ad aumentare gli investimenti ICT. A dimostrazione di non aver subito rallentamenti durante i periodi di crisi, ma, al contrario, di avere saputo cogliere le opportunità offerte dalla trasformazione digitale.

Servizi di cybersecurity superiori alla media

Le imprese lombarde registrano un tasso di adozione superiore alla media italiana nelle principali aree ICT, con un numero di dotazioni per azienda pari al 6,8% contro il 6,4% della media nazionale.
I servizi di consulenza e system integration sono invece presenti nel 52,5% delle aziende lombarde (+8,2% rispetto Italia), mentre le infrastrutture IT raggiungono il 62% (+3,5%).

Sopra la media nazionale ci sono anche le dotazioni di servizi di sicurezza informatica, presenti nell’81,1% delle imprese lombarde, contro la media nazionale del 76,3%.
Valori superiori al resto d’Italia si registrano poi anche per quanto riguarda la dotazione di servizi per la gestione dei dati, presente nel 46,7% delle imprese lombarde, contro il 41,5% della media nazionale. 

Tecnologie emergenti: AI utilizzata dal 43% delle imprese

Per quanto riguarda la dotazione di tecnologie emergenti la Lombardia mostra maggiore familiarità rispetto ad altre regioni (7,3% imprese lombarde contro una media nazionale del 4%). 

Più in particolare, il 43% delle imprese lombarde utilizza una o più soluzioni di AI, e il 33,5% ha l’intenzione di adottarle nei prossimi anni. Le applicazioni più diffuse includono l’assistenza clienti tramite chatbot, l’automazione di processi ripetitivi e l’analisi predittiva. L’adozione dell’AI risulta particolarmente significativa tra le medie e grandi imprese, mentre i principali ostacoli alla sua adozione sono legati alla capacità di spesa per gli investimenti e alla mancanza di competenze.

Più attenzione a impatto ambientale, lavoro ibrido, competenze

Parallelamente, le imprese del territorio segnalano un’attenzione crescente alla sostenibilità e alla riduzione dell’impatto ambientale, con il 21,5% delle imprese (+5% rispetto media nazionale) che adottano politiche e pratiche volte all’efficienza energetica e alla riduzione delle emissioni.
In Lombardia c’è inoltre maggiore attenzione alla gestione dei processi di lavoro ibrido e da remoto, adottati dal 7,5% delle imprese (+3,3%), e all’internazionalizzazione (8%). 

Nonostante le imprese lombarde siano dotate di maggiori competenze digitali rispetto alla media nazionale (+4,9%), il 60,8% delle aziende lombarde evidenzia la necessità di ampliare le proprie competenze ICT (68,7% media nazionale), sottolineando la centralità della formazione continua per restare competitivi in un mercato in evoluzione.

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Clima, sale la preoccupazione ma cala l’impegno: il paradosso della consapevolezza

La paura degli effetti del cambiamento climatico non è sufficiente a far cambiare – in meglio .- le proprie abitudini. In sintesi, è questo il “verdetto” dellostudio internazionale di Ipsos che fotografa l’attuale rapporto tra opinione pubblica e crisi climatica.

L’indagine, presentata in occasione della Giornata della Terra, si intitola “People and Climate Change” e ha coinvolto 32 Paesi, tra cui l’Italia, offrendo uno sguardo globale sulle opinioni dei cittadini riguardo il riscaldamento del pianeta e la transizione ecologica.

Più paura, meno fiducia nell’azione individuale

Dallo studio emerge un chiaro aumento della preoccupazione per i cambiamenti climatici: il 74% degli intervistati a livello mondiale teme le conseguenze della crisi climatica nel proprio Paese. In Italia, la percentuale è ancora più alta e tocca il 76%. Non sorprende poi che il livello di timore sia  ancora più alto nelle nazioni maggiormente colpite da eventi estremi legati al clima.

Nonostante l’allarme, però, diminuisce il numero di persone convinte che le scelte individuali possano fare la differenza. Specie nei Paesi economicamente avanzati, si osserva un calo significativo di senso di responsabilità personale. Potrebbe trattarsi di una forma di “saturazione ecologica” o del diffondersi di un sentiment di impotenza collettiva.

G7 in frenata sulla lotta climatica, Italia in controtendenza

Un altro dato significativo riguarda i Paesi del G7, che registrano i maggiori cali sia nel coinvolgimento personale sia nella richiesta di politiche ambientali più incisive.

L’Italia, però, si merita un plauso: infatti tra gli italiani resta alta l’attesa nei confronti del governo per un intervento più deciso. Questo scenario alimenta interrogativi sul ruolo delle nazioni industrializzate nel guidare l’azione globale per il clima.

Molti pensano: “Abbiamo già fatto abbastanza”

Il 36% degli intervistati ritiene che il proprio Paese abbia già fatto troppo per contrastare i cambiamenti climatici, una convinzione più diffusa in Paesi come Canada e Francia.

Una percezione forse legata alle difficoltà economiche, ma che segnala anche un bisogno di maggiore informazione sui benefici a lungo termine delle politiche ambientali.

La disinformazione e la questione costi ostacolano la transizione green

Le credenze, comprese quelle false, sono dure a morire. Quasi il 30% del campione non è convinto che esista un ampio consenso scientifico sull’impatto del cambiamento climatico.

Inoltre, in diverse nazioni europee, si teme che le energie rinnovabili facciano lievitare i costi energetici. È il caso, ad esempio, della Germania (59%), dei Paesi Bassi e del Belgio (entrambi al 56%).

Sostenibilità: i cittadini credono nei benefici futuri

Non mancano però le note positive. Più della metà degli intervistati (54%) ritiene che la transizione ecologica porterà un miglioramento nella qualità dell’aria.

Il 45% prevede effetti positivi per la salute pubblica, mentre il 46% si aspetta un impatto benefico anche sugli ecosistemi e sulla fauna.

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e-commerce e frodi online, 2,8 milioni di italiani vittime di truffe nel 2024

Durante il 2024 sono stati 2,8 milioni gli italiani che hanno subito una truffa o un tentativo di frode acquistando beni fisici online, il 9% in più rispetto al 2023. A quanto emerge dai dati dell’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, il  danno economico stimato supera i 500 milioni di euro in totale.

Gli strumenti più utilizzati dai malfattori per cercare di truffare gli e-shopper  italiani sono soprattutto siti web finti, un canale utilizzato nel 39,4% dei casi di truffa o tentativo di frode, a cui seguono le false e-mail, pari al 30,3% dei casi.
Non mancano, fra le armi dei truffatori, i metodi di comunicazione più utilizzati dagli utenti, come le app di messaggistica e i social network.
Più di una frode su 4, il 25,8%, è stata infatti condotta attraverso i social, mentre nel 15,9% dei casi i criminali hanno utilizzato le app di messaggistica istantanea. 

Identikit dei truffati

Ma quali sono le vittime predilette dai malfattori?
Contrariamente a quanto si possa pensare, l’indagine sottolinea come a subire più frequentemente una truffa o un tentativo di frode non siano gli anziani, bensì i consumatori più giovani.

A fronte di una media nazionale del 6,7%, nella fascia di età 25 – 34 anni e in quella 45 – 54 anni la percentuale sale sopra l’8%.
Un altro dato interessante riguarda il grado di istruzione delle vittime di truffa o tentativo di frode.
Anche in questo caso, sorprende come i più colpiti siano gli italiani con un titolo di studio universitario, per un’incidenza pari a più del doppio rispetto alle media.

Quasi 1 su 2 non denuncia

Inoltre, suddividendo il campione su base geografica l’indagine evidenzia come l’area più colpita da truffe o tentativi di frode sia il Nord-Ovest (7,5%).
Quanto al comportamento delle vittime che hanno subito una frode o un tentativo di truffa, emerge che quasi una su due, il 49,2%, sceglie di non denunciare l’accaduto.

Le ragioni dietro questo comportamento sono, in alcuni casi, economiche, in altri casi, psicologiche. Tanto che quasi 4 intervistati su 10, il 38,5%, hanno dichiarato di aver scelto di non sporgere denuncia alle autorità poiché certi di non recuperare quanto perso, mentre quasi uno su 4, il 24,6%, non ha denunciato perché il danno economico era comunque basso.

Meglio non far sapere ai familiari di essere caduto nella trappola

Il 16,9%, invece, ha ammesso di non aver denunciato perché si è sentito ingenuo a essere caduto nella trappola, e il 9,2% perché non voleva che i familiari venissero a conoscenza di quanto accaduto.

L’indagine di mUp Research – Norstat è stata svolta tra il 18 dicembre 2024 e il 3 gennaio 2025, attraverso la somministrazione di 1.878 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana residente sull’intero territorio nazionale.

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Casa, italiani non sfruttano la tecnologia per ridurre costi ed emissioni

Il consumo di energia è il principale responsabile delle emissioni all’interno delle abitazioni, e negli ultimi anni è aumentato costantemente, complice anche il maggior numero di dispositivi ed elettrodomestici presenti nelle case.

Una tendenza, che unita all’aumento dei costi energetici e all’impatto del cambiamento climatico sulla vita quotidiana, se ha portato a una maggiore consapevolezza non ad agire in modo mirato e continuativo. 
Emerge dalla terza edizione dello studio globale ‘Evoluzione del consumo energetico domestico: Intenzioni, azioni e ostacoli per una maggiore efficienza energetica’, condotto da Schneider Electric.

Divario tra consapevolezza e azione

L’82% degli intervistati considera l’efficienza energetica importante, l’84% dichiara che l’efficienza energetica è il miglioramento che più vorrebbe ottenere in ambito domestico e per il 70% la riduzione dell’impronta di carbonio è ‘importante’.

Tuttavia, solo in pochi adottano azioni davvero incisive per ridurre il consumo energetico. Ad esempio, solo il 44% regola abitualmente la temperatura interna all’abitazione, nonostante questa sia una delle azioni a più alto impatto. Di contro, il 58% dei proprietari di casa per risparmiare energia spegne le luci, ma l’illuminazione incide solo per il 5% sulle bollette elettriche.
Anche il secondo accorgimento più diffuso, staccare i caricabatterie inutilizzati (48%), ha un impatto minimo, con un risparmio annuo di soli 0,24 euro per caricabatteria.

Eccessiva attenzione all’illuminazione

Il 52% dei consumatori ritiene che l’illuminazione ‘intelligente’ migliori l’efficienza energetica. Inoltre, mentre il 24% si serve di un’illuminazione di tipo smart, solo il 21% possiede un termostato intelligente, e meno della metà degli intervistati (46%) ne riconosce i vantaggi in termini di risparmio energetico. Questo, nonostante sia dimostrato che utilizzarne uno possa ridurre le bollette fino al 30% l’anno.

Ma a dispetto delle previsioni, secondo cui l’Intelligenza artificiale e l’automazione potrebbero contribuire a ridurre fino al 10% delle emissioni globali di gas serra, il 44% degli intervistati non si affiderà mai all’AI per le attività domestiche, il 35% non è in grado di comprenderla e il 41% preferisce evitarla.

Scarsa conoscenza dei dispositivi più comuni 

Inoltre, il 52% pensa che la tecnologia smart home sia troppo costosa, nonostante le case connesse possano garantire risparmi energetici fino al 22%.
Ma l’indagine rivela anche una grande lacuna nella conoscenza delle tecnologie domestiche più comuni. Il 30% degli intervistati non sa esattamente a cosa serva un quadro elettrico e il 16% non sa dove sia collocato quello di casa propria.

Il quadro elettrico è il cuore del sistema di alimentazione della casa e funge da ‘guardiano’ per garantire la sicurezza dei dispositivi, degli apparecchi elettrici e delle persone.
E ora che le case sono sempre più elettrificate, questa mancanza di conoscenza rappresenta un potenziale e grave rischio per la sicurezza.

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Nel 2025 per l’Italia il Futuro è Fuggente

Un’Italia in bilico tra desiderio di innovazione e nostalgia, tra spinte al cambiamento e resistenze conservatrici. 
È quanto in poche parole riassume l’edizione 2025 di Ipsos Flair, dal titolo ‘Futuro Fuggente: tra slanci e nostalgia, un Paese solcato da speranze e frenato da fratture e malessere’, l’indagine annuale che da 15 anni offre un’analisi approfondita delle dinamiche sociali, economiche e di consumo del nostro Paese.

L’indagine mostra come la società italiana oggi si trovi in una fase di trasformazione. La spinta del nuovo, le potenzialità aperte dalla tecnologia e dall’Intelligenza artificiale fa i conti con le crescenti controspinte frenanti delle guerre, del vento inflattivo, dalle disuguaglianze sociali, delle resistenze nostalgiche, e di una società che si è fatta più violenta.

Vivere tra sogni e incertezze in ogni ambito

Il ‘Futuro Fuggente’, dunque, rispecchia molti degli aspetti che oggi contraddistinguono i nostri giorni. 
Il mondo del lavoro, ad esempio, è in fibrillazione, caratterizzato da crescente precarietà, soprattutto per giovani e donne, e da incertezze legate ai cambiamenti tecnologici.
Gli stipendi ristagnano e il senso stesso del lavoro sembra allontanarsi dalle aspirazioni autentiche delle persone.

Inoltre, la transizione verso una società green si rivela più complessa del previsto.
Nonostante l’impegno nella lotta ai cambiamenti climatici rimanga forte, le persone sono riluttanti a sostenerne tutti i costi, chiedendo un maggiore coinvolgimento delle imprese.  

Le contraddizioni della globalizzazione e il nuovo edonismo digitale

Anche la globalizzazione mostra le sue contraddizioni, spingendo molti a cercare conforto in ciò che è familiare e vicino o in un passato percepito come più accogliente. Le disuguaglianze si acuiscono, e per molti genitori l’unica certezza è che i propri figli affronteranno una vita più complessa.  
Parallelamente, crescono le forme di disagio mentale, specialmente tra i giovani e i ceti popolari, accompagnate da rabbia e frustrazioni.

Le spinte al cambiamento e all’inclusione incontrano resistenze e battute d’arresto. Il tempo diventa una risorsa sempre più scarsa, generando stress, mentre l’edonismo e la ricerca di ammirazione si fanno più pressanti.

Un fragile avvenire

In questo contesto, lo shopping rimane un miraggio di felicità individuale, con il consumatore che diventa sempre più un narratore di sé stesso, scegliendo prodotti per affinità e per raccontare la propria storia. 
Nonostante la forte spinta individualistica e il neo-narcisismo le persone cercano anche legami, connessioni e un senso di comunità.

È appunto l’epoca del ‘Futuro Fuggente’, in cui si insegue un avvenire che promette realizzazione e felicità, ma di cui si avverte anche la fragilità.  
Questo scenario oscilla tra il ‘vivere per l’oggi’ e la nostalgia, tra slanci verso il cambiamento e controspinte conservatrici.
Ma il futuro fuggente non è una resa, poiché rappresenta una ricerca costante di vitalità, leggerezza, interconnessione con il proprio sé, e l’incessante volontà di vivere esperienze con rinnovata fiducia. 

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PMI italiane, quanto è difficile reperire personale qualificato?

Le piccole e medie imprese rappresentano il cuore pulsante dell’economia italiana, costituendo il 98% del tessuto imprenditoriale del Paese. Eppure, stanno affrontando una crisi che rischia di minare la loro competitività: la difficoltà nel reperire personale qualificato e motivato.

Il problema non riguarda solo la carenza di competenze tecniche, ma riflette un cambiamento culturale più ampio, in cui il lavoro viene spesso percepito come un peso piuttosto che come un’opportunità di crescita.

Il problema della forza lavoro

Il centro studi di Future Age, azienda specializzata in change management e digitalizzazione, ha condotto un’indagine su oltre 2.500 imprenditori in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte per comprendere meglio le criticità del mercato del lavoro.

Secondo i risultati, l’83% delle PMI dichiara difficoltà nella gestione del personale, mentre l’89% lamenta la mancanza di candidati qualificati. Addirittura, il 64% degli imprenditori considera il problema così grave da valutare la vendita della propria azienda.

Un cambiamento culturale che incide sulla produttività

Oltre alla difficoltà nel trovare lavoratori qualificati, il mondo del lavoro sta subendo una trasformazione profonda. Se in passato il lavoro era visto come una via per costruire il proprio futuro, oggi molti preferiscono restare senza occupazione e vivere di sussidi piuttosto che affrontare le sfide del mercato.

Tale fenomeno ha un impatto negativo sulla produttività aziendale, poiché le imprese non possono permettersi personale demotivato in un contesto economico sempre più competitivo.

Le categorie di lavoratori nelle PMI

Future Age ha classificato i lavoratori in tre gruppi principali: le “Motrici” (10% del personale), ossia i leader trainanti e indispensabili; i “Vagoni” (70%), lavoratori operosi ma bisognosi di una guida; e i “Carichi deragliati” (20%), dipendenti demotivati che ostacolano il rendimento aziendale. Questa suddivisione evidenzia la necessità di un approccio gestionale più strutturato, in grado di valorizzare le risorse umane e ottimizzare la produttività.

L’innovazione e la digitalizzazione come soluzione

Un altro problema è la scarsa digitalizzazione delle PMI, che spesso operano con processi obsoleti e poco efficienti. Future Age ha individuato alcuni settori particolarmente colpiti dalla carenza di personale, come l’ingegneria su commessa, le lavorazioni meccaniche di precisione, l’automazione e la robotica, nonché l’industria metallurgica.

Per affrontare questa crisi, l’azienda propone un modello di change management basato sul “digital mentor”, che integra psicologia, ingegneria e informatica per migliorare la gestione del personale, ottimizzare i processi aziendali e implementare tecnologie avanzate.

Verso una trasformazione strutturale delle PMI

Secondo Paolo Borghetti, CEO di Future Age, la trasformazione delle PMI non può limitarsi all’adozione di nuove tecnologie, ma deve partire da un cambiamento profondo nella gestione delle risorse umane e nell’organizzazione interna.

Nei prossimi 5-10 anni, la capacità delle aziende di innovare e adattarsi sarà determinante per la loro sopravvivenza.

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Droni, un mercato che “vola” a 160 milioni di euro

Nel 2024, il settore dei droni in Italia ha registrato una crescita significativa, raggiungendo un valore di mercato di 160 milioni di euro, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Questa tendenza positiva sembra destinata a proseguire anche nel 2025, con stime che indicano un’ulteriore espansione.

Secondo gli esperti del settore, l’80% prevede uno sviluppo costante nei prossimi tre anni, confermando il ruolo centrale che questa tecnologia sta acquisendo in diversi ambiti professionali.
Sono i risultati della ricerca dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano.

L’uso dei droni tra servizi “vecchi” e nuovi

Attualmente, il mercato italiano è dominato per il 96% dalle cosiddette “Aerial Operations”, ovvero l’impiego di droni di piccola e media taglia in settori tradizionali come le ispezioni di infrastrutture e il monitoraggio del territorio. Solo il 4% riguarda invece servizi innovativi di mobilità aerea e consegna (IAM&D), un segmento in lieve crescita rispetto al 2023, con un aumento di circa tre milioni di euro.

Eppure il numero di aziende attive nel settore sta subendo un leggero consolidamento: nel 2024 si contano 657 imprese, in calo rispetto alle 664 del 2023 e alle 706 del 2022. Il turnover annuale mostra che il 5% delle aziende cessa l’attività, mentre solo il 2% di nuove realtà entra nel mercato.

Le novità normative e i test in corso

Nel corso dell’ultimo anno, l’ENAC ha introdotto regolamenti fondamentali per lo sviluppo del settore, tra cui le linee guida U-space, il regolamento VCA e il regolamento Sandbox. Parallelamente, sono stati inaugurati progetti innovativi: la provincia di Chieti ha ospitato la prima zona U-space in Europa, mentre città come Varese, Piacenza e Ancona hanno annunciato la costruzione di vertiporti, affiancandosi a Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino e Venezia.

Il 2024 ha visto anche test nel trasporto merci con droni, come il primo volo di Amazon Prime Air e le sperimentazioni per la consegna della posta tra Napoli e Procida, nonché iniziative nel settore sanitario e agricolo.

L’aspetto della sostenibilità economica 

Nonostante questi progressi, il settore deve ancora affrontare alcune sfide. Il principale ostacolo rimane la sostenibilità economica delle imprese, soprattutto nel comparto del trasporto passeggeri. Inoltre, gran parte delle iniziative sono ancora in fase di test e necessitano di essere trasformate in servizi concreti.

Il mercato italiano dei droni sta vivendo un periodo di evoluzione dinamica, ma per garantire una crescita sostenibile sarà fondamentale accelerare la regolamentazione e incentivare investimenti mirati.

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Lavoro: in Italia è boom di uomini impiegati nei “mestieri rosa”

Negli ultimi anni il mondo del lavoro è investito da diversi cambiamenti epocali. Oltre alla digitalizzazione e all’uso sempre più intensivo dell’Intelligenza artificiale si sta assistendo anche a un’altra rivoluzione. Se da una parte il gender gap professionale a sfavore delle donne si sta riducendo, dall’altra molti uomini iniziano a svolgere mansioni, e a ‘occupare’ ruoli, considerati tradizionalmente femminili.

Sono sempre di più gli uomini che si stanno rivolgendo verso ambiti e comparti professionali fino a qualche decennio fa considerati esclusivamente di appannaggio delle donne.

La presenza maschile in professioni storicamente femminili è aumentata del 33%

Il primo campo interessato da questa ‘invasione maschile’ è il settore infermieristico, che nonostante ancora oggi sia costituito da personale femminile per quasi l’80%, ormai da tempo si caratterizza da una forte presenza di uomini. Ma non mancano babysitter maschi, insegnanti elementari, estetisti e receptionist. Tanto che secondo una ricerca condotta dallo Studio Susini Group stp, la realtà fiorentina che si occupa di consulenza del lavoro, in Italia negli ultimi dieci anni il numero di uomini impiegati in professioni storicamente femminili è stimato in aumento di oltre il 30% (33%).

Sono 420 mila e contribuiscono al 31% del PIL nazionale

Quali sono le cause di questo fenomeno? Il superamento degli stereotipi di genere, la crescente richiesta di lavoro in determinati settori e politiche aziendali sempre più orientate alla parità hanno spalancato le porte a un numero sempre maggiore di uomini. Oggi in Italia sono oltre 420 mila gli uomini che lavorano in settori considerati tradizionalmente ‘rosa’. Un ‘piccolo esercito’ che contribuisce per oltre 31 miliardi di euro al Prodotto interno lordo (Pil) del nostro Paese.

E quali sono le 10 professioni da sempre femminili con più uomini addetti? Anzitutto la professione infermieristica, con 95.000 uomini impiegati, seguita dal settore della ristorazione, con 82.000 operatori maschili, le vendite al dettaglio (75.000), l’assistenza sanitaria domiciliare (61.000), l’insegnamento nella scuola primaria (48.000). 

Verso un futuro più equo, inclusivo e senza barriere di genere

Ma anche il settore delle pulizie, con 41.000 addetti maschi, quello dell’assistenza all’infanzia (35.000), l’assistenza sociali (31.500), e poi, le posizioni di segreteria e receptionist (28.000), e quelle di parrucchiere ed estetisti (23.000) riporta Adnkronos.

“Se questa tendenza continuerà a crescere, potremmo assistere a un mercato del lavoro sempre più inclusivo, dove le barriere di genere saranno solo un ricordo del passato – ha commentato Sandro Susini, fondatore di Susini Group stp -. Il futuro del lavoro sembra destinato a essere più equo e più bilanciato per tutti”.

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