Clima, sale la preoccupazione ma cala l’impegno: il paradosso della consapevolezza

La paura degli effetti del cambiamento climatico non è sufficiente a far cambiare – in meglio .- le proprie abitudini. In sintesi, è questo il “verdetto” dellostudio internazionale di Ipsos che fotografa l’attuale rapporto tra opinione pubblica e crisi climatica.

L’indagine, presentata in occasione della Giornata della Terra, si intitola “People and Climate Change” e ha coinvolto 32 Paesi, tra cui l’Italia, offrendo uno sguardo globale sulle opinioni dei cittadini riguardo il riscaldamento del pianeta e la transizione ecologica.

Più paura, meno fiducia nell’azione individuale

Dallo studio emerge un chiaro aumento della preoccupazione per i cambiamenti climatici: il 74% degli intervistati a livello mondiale teme le conseguenze della crisi climatica nel proprio Paese. In Italia, la percentuale è ancora più alta e tocca il 76%. Non sorprende poi che il livello di timore sia  ancora più alto nelle nazioni maggiormente colpite da eventi estremi legati al clima.

Nonostante l’allarme, però, diminuisce il numero di persone convinte che le scelte individuali possano fare la differenza. Specie nei Paesi economicamente avanzati, si osserva un calo significativo di senso di responsabilità personale. Potrebbe trattarsi di una forma di “saturazione ecologica” o del diffondersi di un sentiment di impotenza collettiva.

G7 in frenata sulla lotta climatica, Italia in controtendenza

Un altro dato significativo riguarda i Paesi del G7, che registrano i maggiori cali sia nel coinvolgimento personale sia nella richiesta di politiche ambientali più incisive.

L’Italia, però, si merita un plauso: infatti tra gli italiani resta alta l’attesa nei confronti del governo per un intervento più deciso. Questo scenario alimenta interrogativi sul ruolo delle nazioni industrializzate nel guidare l’azione globale per il clima.

Molti pensano: “Abbiamo già fatto abbastanza”

Il 36% degli intervistati ritiene che il proprio Paese abbia già fatto troppo per contrastare i cambiamenti climatici, una convinzione più diffusa in Paesi come Canada e Francia.

Una percezione forse legata alle difficoltà economiche, ma che segnala anche un bisogno di maggiore informazione sui benefici a lungo termine delle politiche ambientali.

La disinformazione e la questione costi ostacolano la transizione green

Le credenze, comprese quelle false, sono dure a morire. Quasi il 30% del campione non è convinto che esista un ampio consenso scientifico sull’impatto del cambiamento climatico.

Inoltre, in diverse nazioni europee, si teme che le energie rinnovabili facciano lievitare i costi energetici. È il caso, ad esempio, della Germania (59%), dei Paesi Bassi e del Belgio (entrambi al 56%).

Sostenibilità: i cittadini credono nei benefici futuri

Non mancano però le note positive. Più della metà degli intervistati (54%) ritiene che la transizione ecologica porterà un miglioramento nella qualità dell’aria.

Il 45% prevede effetti positivi per la salute pubblica, mentre il 46% si aspetta un impatto benefico anche sugli ecosistemi e sulla fauna.

Pubblicato
Categorie: Economy

e-commerce e frodi online, 2,8 milioni di italiani vittime di truffe nel 2024

Durante il 2024 sono stati 2,8 milioni gli italiani che hanno subito una truffa o un tentativo di frode acquistando beni fisici online, il 9% in più rispetto al 2023. A quanto emerge dai dati dell’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat, il  danno economico stimato supera i 500 milioni di euro in totale.

Gli strumenti più utilizzati dai malfattori per cercare di truffare gli e-shopper  italiani sono soprattutto siti web finti, un canale utilizzato nel 39,4% dei casi di truffa o tentativo di frode, a cui seguono le false e-mail, pari al 30,3% dei casi.
Non mancano, fra le armi dei truffatori, i metodi di comunicazione più utilizzati dagli utenti, come le app di messaggistica e i social network.
Più di una frode su 4, il 25,8%, è stata infatti condotta attraverso i social, mentre nel 15,9% dei casi i criminali hanno utilizzato le app di messaggistica istantanea. 

Identikit dei truffati

Ma quali sono le vittime predilette dai malfattori?
Contrariamente a quanto si possa pensare, l’indagine sottolinea come a subire più frequentemente una truffa o un tentativo di frode non siano gli anziani, bensì i consumatori più giovani.

A fronte di una media nazionale del 6,7%, nella fascia di età 25 – 34 anni e in quella 45 – 54 anni la percentuale sale sopra l’8%.
Un altro dato interessante riguarda il grado di istruzione delle vittime di truffa o tentativo di frode.
Anche in questo caso, sorprende come i più colpiti siano gli italiani con un titolo di studio universitario, per un’incidenza pari a più del doppio rispetto alle media.

Quasi 1 su 2 non denuncia

Inoltre, suddividendo il campione su base geografica l’indagine evidenzia come l’area più colpita da truffe o tentativi di frode sia il Nord-Ovest (7,5%).
Quanto al comportamento delle vittime che hanno subito una frode o un tentativo di truffa, emerge che quasi una su due, il 49,2%, sceglie di non denunciare l’accaduto.

Le ragioni dietro questo comportamento sono, in alcuni casi, economiche, in altri casi, psicologiche. Tanto che quasi 4 intervistati su 10, il 38,5%, hanno dichiarato di aver scelto di non sporgere denuncia alle autorità poiché certi di non recuperare quanto perso, mentre quasi uno su 4, il 24,6%, non ha denunciato perché il danno economico era comunque basso.

Meglio non far sapere ai familiari di essere caduto nella trappola

Il 16,9%, invece, ha ammesso di non aver denunciato perché si è sentito ingenuo a essere caduto nella trappola, e il 9,2% perché non voleva che i familiari venissero a conoscenza di quanto accaduto.

L’indagine di mUp Research – Norstat è stata svolta tra il 18 dicembre 2024 e il 3 gennaio 2025, attraverso la somministrazione di 1.878 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana residente sull’intero territorio nazionale.

Pubblicato
Categorie: Digitale

Casa, italiani non sfruttano la tecnologia per ridurre costi ed emissioni

Il consumo di energia è il principale responsabile delle emissioni all’interno delle abitazioni, e negli ultimi anni è aumentato costantemente, complice anche il maggior numero di dispositivi ed elettrodomestici presenti nelle case.

Una tendenza, che unita all’aumento dei costi energetici e all’impatto del cambiamento climatico sulla vita quotidiana, se ha portato a una maggiore consapevolezza non ad agire in modo mirato e continuativo. 
Emerge dalla terza edizione dello studio globale ‘Evoluzione del consumo energetico domestico: Intenzioni, azioni e ostacoli per una maggiore efficienza energetica’, condotto da Schneider Electric.

Divario tra consapevolezza e azione

L’82% degli intervistati considera l’efficienza energetica importante, l’84% dichiara che l’efficienza energetica è il miglioramento che più vorrebbe ottenere in ambito domestico e per il 70% la riduzione dell’impronta di carbonio è ‘importante’.

Tuttavia, solo in pochi adottano azioni davvero incisive per ridurre il consumo energetico. Ad esempio, solo il 44% regola abitualmente la temperatura interna all’abitazione, nonostante questa sia una delle azioni a più alto impatto. Di contro, il 58% dei proprietari di casa per risparmiare energia spegne le luci, ma l’illuminazione incide solo per il 5% sulle bollette elettriche.
Anche il secondo accorgimento più diffuso, staccare i caricabatterie inutilizzati (48%), ha un impatto minimo, con un risparmio annuo di soli 0,24 euro per caricabatteria.

Eccessiva attenzione all’illuminazione

Il 52% dei consumatori ritiene che l’illuminazione ‘intelligente’ migliori l’efficienza energetica. Inoltre, mentre il 24% si serve di un’illuminazione di tipo smart, solo il 21% possiede un termostato intelligente, e meno della metà degli intervistati (46%) ne riconosce i vantaggi in termini di risparmio energetico. Questo, nonostante sia dimostrato che utilizzarne uno possa ridurre le bollette fino al 30% l’anno.

Ma a dispetto delle previsioni, secondo cui l’Intelligenza artificiale e l’automazione potrebbero contribuire a ridurre fino al 10% delle emissioni globali di gas serra, il 44% degli intervistati non si affiderà mai all’AI per le attività domestiche, il 35% non è in grado di comprenderla e il 41% preferisce evitarla.

Scarsa conoscenza dei dispositivi più comuni 

Inoltre, il 52% pensa che la tecnologia smart home sia troppo costosa, nonostante le case connesse possano garantire risparmi energetici fino al 22%.
Ma l’indagine rivela anche una grande lacuna nella conoscenza delle tecnologie domestiche più comuni. Il 30% degli intervistati non sa esattamente a cosa serva un quadro elettrico e il 16% non sa dove sia collocato quello di casa propria.

Il quadro elettrico è il cuore del sistema di alimentazione della casa e funge da ‘guardiano’ per garantire la sicurezza dei dispositivi, degli apparecchi elettrici e delle persone.
E ora che le case sono sempre più elettrificate, questa mancanza di conoscenza rappresenta un potenziale e grave rischio per la sicurezza.

Pubblicato
Categorie: Economy

Nel 2025 per l’Italia il Futuro è Fuggente

Un’Italia in bilico tra desiderio di innovazione e nostalgia, tra spinte al cambiamento e resistenze conservatrici. 
È quanto in poche parole riassume l’edizione 2025 di Ipsos Flair, dal titolo ‘Futuro Fuggente: tra slanci e nostalgia, un Paese solcato da speranze e frenato da fratture e malessere’, l’indagine annuale che da 15 anni offre un’analisi approfondita delle dinamiche sociali, economiche e di consumo del nostro Paese.

L’indagine mostra come la società italiana oggi si trovi in una fase di trasformazione. La spinta del nuovo, le potenzialità aperte dalla tecnologia e dall’Intelligenza artificiale fa i conti con le crescenti controspinte frenanti delle guerre, del vento inflattivo, dalle disuguaglianze sociali, delle resistenze nostalgiche, e di una società che si è fatta più violenta.

Vivere tra sogni e incertezze in ogni ambito

Il ‘Futuro Fuggente’, dunque, rispecchia molti degli aspetti che oggi contraddistinguono i nostri giorni. 
Il mondo del lavoro, ad esempio, è in fibrillazione, caratterizzato da crescente precarietà, soprattutto per giovani e donne, e da incertezze legate ai cambiamenti tecnologici.
Gli stipendi ristagnano e il senso stesso del lavoro sembra allontanarsi dalle aspirazioni autentiche delle persone.

Inoltre, la transizione verso una società green si rivela più complessa del previsto.
Nonostante l’impegno nella lotta ai cambiamenti climatici rimanga forte, le persone sono riluttanti a sostenerne tutti i costi, chiedendo un maggiore coinvolgimento delle imprese.  

Le contraddizioni della globalizzazione e il nuovo edonismo digitale

Anche la globalizzazione mostra le sue contraddizioni, spingendo molti a cercare conforto in ciò che è familiare e vicino o in un passato percepito come più accogliente. Le disuguaglianze si acuiscono, e per molti genitori l’unica certezza è che i propri figli affronteranno una vita più complessa.  
Parallelamente, crescono le forme di disagio mentale, specialmente tra i giovani e i ceti popolari, accompagnate da rabbia e frustrazioni.

Le spinte al cambiamento e all’inclusione incontrano resistenze e battute d’arresto. Il tempo diventa una risorsa sempre più scarsa, generando stress, mentre l’edonismo e la ricerca di ammirazione si fanno più pressanti.

Un fragile avvenire

In questo contesto, lo shopping rimane un miraggio di felicità individuale, con il consumatore che diventa sempre più un narratore di sé stesso, scegliendo prodotti per affinità e per raccontare la propria storia. 
Nonostante la forte spinta individualistica e il neo-narcisismo le persone cercano anche legami, connessioni e un senso di comunità.

È appunto l’epoca del ‘Futuro Fuggente’, in cui si insegue un avvenire che promette realizzazione e felicità, ma di cui si avverte anche la fragilità.  
Questo scenario oscilla tra il ‘vivere per l’oggi’ e la nostalgia, tra slanci verso il cambiamento e controspinte conservatrici.
Ma il futuro fuggente non è una resa, poiché rappresenta una ricerca costante di vitalità, leggerezza, interconnessione con il proprio sé, e l’incessante volontà di vivere esperienze con rinnovata fiducia. 

Pubblicato
Categorie: Economy

PMI italiane, quanto è difficile reperire personale qualificato?

Le piccole e medie imprese rappresentano il cuore pulsante dell’economia italiana, costituendo il 98% del tessuto imprenditoriale del Paese. Eppure, stanno affrontando una crisi che rischia di minare la loro competitività: la difficoltà nel reperire personale qualificato e motivato.

Il problema non riguarda solo la carenza di competenze tecniche, ma riflette un cambiamento culturale più ampio, in cui il lavoro viene spesso percepito come un peso piuttosto che come un’opportunità di crescita.

Il problema della forza lavoro

Il centro studi di Future Age, azienda specializzata in change management e digitalizzazione, ha condotto un’indagine su oltre 2.500 imprenditori in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte per comprendere meglio le criticità del mercato del lavoro.

Secondo i risultati, l’83% delle PMI dichiara difficoltà nella gestione del personale, mentre l’89% lamenta la mancanza di candidati qualificati. Addirittura, il 64% degli imprenditori considera il problema così grave da valutare la vendita della propria azienda.

Un cambiamento culturale che incide sulla produttività

Oltre alla difficoltà nel trovare lavoratori qualificati, il mondo del lavoro sta subendo una trasformazione profonda. Se in passato il lavoro era visto come una via per costruire il proprio futuro, oggi molti preferiscono restare senza occupazione e vivere di sussidi piuttosto che affrontare le sfide del mercato.

Tale fenomeno ha un impatto negativo sulla produttività aziendale, poiché le imprese non possono permettersi personale demotivato in un contesto economico sempre più competitivo.

Le categorie di lavoratori nelle PMI

Future Age ha classificato i lavoratori in tre gruppi principali: le “Motrici” (10% del personale), ossia i leader trainanti e indispensabili; i “Vagoni” (70%), lavoratori operosi ma bisognosi di una guida; e i “Carichi deragliati” (20%), dipendenti demotivati che ostacolano il rendimento aziendale. Questa suddivisione evidenzia la necessità di un approccio gestionale più strutturato, in grado di valorizzare le risorse umane e ottimizzare la produttività.

L’innovazione e la digitalizzazione come soluzione

Un altro problema è la scarsa digitalizzazione delle PMI, che spesso operano con processi obsoleti e poco efficienti. Future Age ha individuato alcuni settori particolarmente colpiti dalla carenza di personale, come l’ingegneria su commessa, le lavorazioni meccaniche di precisione, l’automazione e la robotica, nonché l’industria metallurgica.

Per affrontare questa crisi, l’azienda propone un modello di change management basato sul “digital mentor”, che integra psicologia, ingegneria e informatica per migliorare la gestione del personale, ottimizzare i processi aziendali e implementare tecnologie avanzate.

Verso una trasformazione strutturale delle PMI

Secondo Paolo Borghetti, CEO di Future Age, la trasformazione delle PMI non può limitarsi all’adozione di nuove tecnologie, ma deve partire da un cambiamento profondo nella gestione delle risorse umane e nell’organizzazione interna.

Nei prossimi 5-10 anni, la capacità delle aziende di innovare e adattarsi sarà determinante per la loro sopravvivenza.

Pubblicato
Categorie: Economy

Droni, un mercato che “vola” a 160 milioni di euro

Nel 2024, il settore dei droni in Italia ha registrato una crescita significativa, raggiungendo un valore di mercato di 160 milioni di euro, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Questa tendenza positiva sembra destinata a proseguire anche nel 2025, con stime che indicano un’ulteriore espansione.

Secondo gli esperti del settore, l’80% prevede uno sviluppo costante nei prossimi tre anni, confermando il ruolo centrale che questa tecnologia sta acquisendo in diversi ambiti professionali.
Sono i risultati della ricerca dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano.

L’uso dei droni tra servizi “vecchi” e nuovi

Attualmente, il mercato italiano è dominato per il 96% dalle cosiddette “Aerial Operations”, ovvero l’impiego di droni di piccola e media taglia in settori tradizionali come le ispezioni di infrastrutture e il monitoraggio del territorio. Solo il 4% riguarda invece servizi innovativi di mobilità aerea e consegna (IAM&D), un segmento in lieve crescita rispetto al 2023, con un aumento di circa tre milioni di euro.

Eppure il numero di aziende attive nel settore sta subendo un leggero consolidamento: nel 2024 si contano 657 imprese, in calo rispetto alle 664 del 2023 e alle 706 del 2022. Il turnover annuale mostra che il 5% delle aziende cessa l’attività, mentre solo il 2% di nuove realtà entra nel mercato.

Le novità normative e i test in corso

Nel corso dell’ultimo anno, l’ENAC ha introdotto regolamenti fondamentali per lo sviluppo del settore, tra cui le linee guida U-space, il regolamento VCA e il regolamento Sandbox. Parallelamente, sono stati inaugurati progetti innovativi: la provincia di Chieti ha ospitato la prima zona U-space in Europa, mentre città come Varese, Piacenza e Ancona hanno annunciato la costruzione di vertiporti, affiancandosi a Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino e Venezia.

Il 2024 ha visto anche test nel trasporto merci con droni, come il primo volo di Amazon Prime Air e le sperimentazioni per la consegna della posta tra Napoli e Procida, nonché iniziative nel settore sanitario e agricolo.

L’aspetto della sostenibilità economica 

Nonostante questi progressi, il settore deve ancora affrontare alcune sfide. Il principale ostacolo rimane la sostenibilità economica delle imprese, soprattutto nel comparto del trasporto passeggeri. Inoltre, gran parte delle iniziative sono ancora in fase di test e necessitano di essere trasformate in servizi concreti.

Il mercato italiano dei droni sta vivendo un periodo di evoluzione dinamica, ma per garantire una crescita sostenibile sarà fondamentale accelerare la regolamentazione e incentivare investimenti mirati.

Pubblicato
Categorie: Economy

Lavoro: in Italia è boom di uomini impiegati nei “mestieri rosa”

Negli ultimi anni il mondo del lavoro è investito da diversi cambiamenti epocali. Oltre alla digitalizzazione e all’uso sempre più intensivo dell’Intelligenza artificiale si sta assistendo anche a un’altra rivoluzione. Se da una parte il gender gap professionale a sfavore delle donne si sta riducendo, dall’altra molti uomini iniziano a svolgere mansioni, e a ‘occupare’ ruoli, considerati tradizionalmente femminili.

Sono sempre di più gli uomini che si stanno rivolgendo verso ambiti e comparti professionali fino a qualche decennio fa considerati esclusivamente di appannaggio delle donne.

La presenza maschile in professioni storicamente femminili è aumentata del 33%

Il primo campo interessato da questa ‘invasione maschile’ è il settore infermieristico, che nonostante ancora oggi sia costituito da personale femminile per quasi l’80%, ormai da tempo si caratterizza da una forte presenza di uomini. Ma non mancano babysitter maschi, insegnanti elementari, estetisti e receptionist. Tanto che secondo una ricerca condotta dallo Studio Susini Group stp, la realtà fiorentina che si occupa di consulenza del lavoro, in Italia negli ultimi dieci anni il numero di uomini impiegati in professioni storicamente femminili è stimato in aumento di oltre il 30% (33%).

Sono 420 mila e contribuiscono al 31% del PIL nazionale

Quali sono le cause di questo fenomeno? Il superamento degli stereotipi di genere, la crescente richiesta di lavoro in determinati settori e politiche aziendali sempre più orientate alla parità hanno spalancato le porte a un numero sempre maggiore di uomini. Oggi in Italia sono oltre 420 mila gli uomini che lavorano in settori considerati tradizionalmente ‘rosa’. Un ‘piccolo esercito’ che contribuisce per oltre 31 miliardi di euro al Prodotto interno lordo (Pil) del nostro Paese.

E quali sono le 10 professioni da sempre femminili con più uomini addetti? Anzitutto la professione infermieristica, con 95.000 uomini impiegati, seguita dal settore della ristorazione, con 82.000 operatori maschili, le vendite al dettaglio (75.000), l’assistenza sanitaria domiciliare (61.000), l’insegnamento nella scuola primaria (48.000). 

Verso un futuro più equo, inclusivo e senza barriere di genere

Ma anche il settore delle pulizie, con 41.000 addetti maschi, quello dell’assistenza all’infanzia (35.000), l’assistenza sociali (31.500), e poi, le posizioni di segreteria e receptionist (28.000), e quelle di parrucchiere ed estetisti (23.000) riporta Adnkronos.

“Se questa tendenza continuerà a crescere, potremmo assistere a un mercato del lavoro sempre più inclusivo, dove le barriere di genere saranno solo un ricordo del passato – ha commentato Sandro Susini, fondatore di Susini Group stp -. Il futuro del lavoro sembra destinato a essere più equo e più bilanciato per tutti”.

Pubblicato
Categorie: Economy

Salute mentale: la Gen Z soffre più delle generazioni precedenti

I giovani della Generazione Z sperimentano livelli di ansia e angoscia superiori rispetto alle generazioni precedenti. Lo conferma l’ultima edizione dell’osservatorio Eumetra ‘Benessere e Sostenibilità’: il 35% dei giovani appartenenti alla GenZ riferisce uno stato d’ansia elevato.
Si tratta di una percentuale che supera di oltre 10 punti quella dei Millennial (23%), è quasi il doppio rispetto alla GenX (17%) ed è tre volte rispetto ai Boomer (11%).

Ma quali sono le cause di questo crescente disagio?
Tra i principali fattori emergono la sensazione di non essere mai all’altezza delle aspettative altrui, la necessità di raggiungere il massimo in tempi prestabiliti con la paura di fallire, il timore di perdersi qualcosa (FOMO, Fear of Missing Out) e l’eccessiva esposizione a un bombardamento di informazioni spesso contraddittorie.

Le principali cause del disagio giovanile

Un aspetto particolarmente critico è l’aumento del ritiro sociale tra gli adolescenti, come evidenzia l’analisi condotta dal gruppo di ricerca ‘Mutamenti sociali, valutazione e metodi’ (MUSA) del Cnr-Irpps.
Lo studio, basato su un campione nazionale di oltre 7.500 adolescenti tra 14 e 19 anni, mostra che la percentuale di giovani che non incontrano più i loro amici fuori dall’ambito scolastico è quasi raddoppiata dopo la pandemia, passando dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022.

Questo fenomeno sottolinea come l’isolamento sociale sia diventato un problema serio e persistente, correlato a fattori relazionali e psicologici, tra cui l’iperconnessione ai social media, che erode progressivamente la qualità delle interazioni sociali e il benessere psicologico individuale.

Un diverso sistema di valori

Per comprendere il fenomeno, è tuttavia essenziale considerare che il loro sistema valoriale, pur con differenze all’interno della Generazione Z, si fonda su due assi fondamentali. La relazione con gli altri nell’era ‘ON LIFE’, in cui il mondo fisico e digitale sono intrecciati, fa sì che gestire le relazioni diventi più complesso rispetto al passato, e l’affermazione di sé.

La GenZ non è meno ambiziosa delle generazioni precedenti, ma aspira a percorsi di formazione e carriera con condizioni diverse.

La visione del futuro

Questa complessità si riflette anche nella visione del futuro dei giovani. Secondo l’Osservatorio Eumetra sulla GenZ condotto in Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, il punteggio medio di ottimismo sul futuro è inferiore a 7, con oltre il 40% dei giovani che nutre una visione negativa. 
In Spagna e Germania, il punteggio si alza di poco oltre il 7 grazie a una quota maggiore di risposte con valori compresi tra 9 e 10. 

Il benessere psicologico della GenZ rappresenta dunque una sfida prioritaria.
Investire in percorsi di formazione più flessibili, ambienti di lavoro stimolanti e spazi di socializzazione inclusivi, potrebbe essere la chiave per aiutare i giovani a costruire un futuro più sereno e sostenibile.

Truffe: attenzione a quella del cioccolato!

È l’ultima cybertruffa studiata apposta per svuotare le tasche degli utenti incauti, e questa volta riguarda il cioccolato. I consumatori di tutto il mondo sono ansiosi di assaggiare il pregiato e lussuoso cioccolato di Dubai, tuttavia, gli esperti di Kaspersky hanno rilevato numerose truffe che sfruttano il successo di questo prodotto per ingannare gli acquirenti.

Gli esperti hanno infatti individuato una campagna fraudolenta rivolta in particolare ai consumatori degli Emirati Arabi Uniti: i cybercriminali hanno creato siti web falsi fingendosi noti brand di fiducia, oppure, hanno creato store online completamente falsi.
Ma cos’è il cioccolato di Dubai? È un costoso cioccolato ripieno di ‘kadayif’ al pistacchio. L’ha inventato da una pasticceria di Dubai.

Il falso delivery e la finta pasticceria di lusso

Tra le minacce più rilevanti segnalate da Kaspersky, rientra l’imitazione di Deliveroo, il famoso servizio di consegna a domicilio, e di Fix Dessert Chocolatier, l’inventore e produttore delle pregiate barrette.
Imitando l’aspetto di store e piattaforme ufficiali, i truffatori sfruttano la fiducia dei consumatori, nonché, la reputazione dei brand per indurre gli acquirenti a ‘ordinare’ cioccolato che in realtà non verrà mai consegnato.

In altri casi, alcuni cybercriminali hanno creato piattaforme di e-commerce completamente false, presentandosi come fornitori indipendenti provenienti da tutto il mondo.
Questi siti fraudolenti, che colpiscono utenti a livello globale, promettono la consegna del cioccolato di Dubai, ma spariscono una volta incassato il pagamento, lasciando i consumatori a mani vuote.

I cybercriminali sfruttano l’entusiasmo dei consumatori

“I truffatori sono spesso rapidi nel trarre vantaggio dalle tendenze, e la moda del cioccolato di Dubai ne è un esempio lampante – ha commentato Olga Svistunova, Security Expert di Kaspersky -. Queste tattiche sono particolarmente efficaci, poiché sfruttano l’entusiasmo dei consumatori e la fiducia nei brand noti. Per proteggersi ed evitare spiacevoli sorprese, è fondamentale che gli utenti prestino attenzione ai dettagli, si prendano il tempo necessario per verificare l’autenticità degli store online e diffidino delle offerte particolarmente convenienti, perché potrebbero essere studiate per trarre in inganno i consumatori”.

Verificare l’autenticità del sito controllando URL, domini e recensioni

Per proteggersi da queste truffe, Kaspersky consiglia di verificare l’autenticità del sito web, controllando URL, domini e recensioni dei clienti prima di effettuare acquisti online
Ma soprattutto, diffidare delle offerte insolite, poiché i truffatori spesso utilizzano pop-up, annunci o e-mail di phishing per indirizzare gli utenti verso siti fraudolenti.

Evitare anche di divulgare informazioni personali: è fondamentale fornire dati sensibili solo su piattaforme sicure e verificate.
Inoltre, utilizzare soluzioni di sicurezza complete. Un software di sicurezza affidabile può bloccare i siti di phishing e prevenire le infezioni da malware.

2024, l’anno più caldo mai registrato a livello globale. C’è ancora tempo per rimediare?

Il 2024 si è distinto come l’anno più caldo mai registrato, segnando un superamento storico del limite di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Il Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus (C3S), gestito dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio raggio (Ecmwf) per conto della Commissione Europea, ha pubblicato i dati allarmanti nel rapporto annuale Global Climate Highlights 2024.

“La temperatura globale ha raggiunto livelli mai visti prima”, sottolinea Carlo Buontempo, direttore del C3S. “L’umanità deve rispondere con urgenza: abbiamo ancora la possibilità di cambiare rotta, ma il tempo stringe”.

I numeri del cambiamento climatico

La temperatura media globale del 2024 è stata di 15,10°C, un valore che supera di 0,72°C la media del periodo 1991-2020 e di 0,12°C quella del 2023. Questo incremento equivale a 1,6°C sopra i livelli preindustriali (1850-1900), rendendo il 2024 il primo anno a superare stabilmente la soglia di 1,5°C.

“La media del biennio 2023-2024 conferma la tendenza al rialzo, anche se non implica ancora che sia stato superato il limite dell’Accordo di Parigi, basato su medie ventennali”, specificano gli esperti. Tuttavia, questi dati sottolineano il rapido aumento delle temperature globali.

Un anno di anomalie termiche

Durante i primi sei mesi del 2024, ogni mese ha fatto registrare temperature più elevate rispetto agli anni precedenti. A luglio, le anomalie termiche hanno raggiunto il loro picco, con il 22 luglio identificato come il giorno più caldo di sempre: 17,16°C di media globale. Agosto ha eguagliato il record del 2023, mentre i mesi successivi si sono mantenuti tra i più caldi mai registrati.

Gli impatti in Europa e sugli oceani

In Europa, il 2024 è stato l’anno più caldo, con una temperatura media di 10,69°C, ben 1,47°C sopra la media 1991-2020. Anche gli oceani hanno registrato temperature record: la temperatura superficiale marina (SST) ha raggiunto 20,87°C, segnando un nuovo massimo storico.

Fenomeni estremi in aumento

Il 2024 è stato segnato da eventi meteorologici estremi: ondate di calore, tempeste violente e incendi boschivi. La quantità di vapore acqueo nell’atmosfera ha raggiunto livelli record, aumentando il rischio di piogge intense e cicloni tropicali.

L’impatto di queste temperature si è fatto sentire anche sulla salute, con un numero crescente di giorni caratterizzati da stress da calore elevato, pericoloso per l’uomo. “Le decisioni informate basate sulla scienza sono essenziali per affrontare il cambiamento climatico”, conclude Mauro Facchini della Commissione Europea.

Pubblicato
Categorie: Economy