Internet mobile, Bari è la città dove la rete “corre” di più

Scaricare un film in pochi secondi, caricare video in un battito di ciglia, lavorare in mobilità come se fossimo collegati alla fibra di casa. È la promessa del 5G. Ma nella vita reale, quanto va veloce la rete mobile in Italia?

Possiamo scoprirlo attraverso i dati della campagna 2025 di drive test pubblicata sul portale Misura Internet Mobile e realizzata dalla Fondazione Ugo Bordoni su incarico dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, in base alle delibere 23/23/CONS e 167/25/CONS. Il lavoro è squisitamente tecnico, certo, ma fornisce informazioni davvero utili.  

Velocità medie: in download si attesta sui 331 Mbps

Partiamo dai dati generali. Nelle misurazioni statiche, cioè effettuate in punti fissi, la velocità media in download si attesta intorno ai 331 Mbps. In upload, invece, si viaggia sui 58 Mbps. Questo significa che scaricare è un processo molto rapido, caricare un po’ meno, ma comunque su livelli impensabili fino a pochi anni fa.

Quando si passa alle misure dinamiche urbane – quelle effettuate in movimento, nel traffico quotidiano delle città – la velocità media scende leggermente: circa 269 Mbps in download e 54 Mbps in upload. Una flessione fisiologica, dovuta alla mobilità e alla variabilità del segnale.
La campagna si è svolta tra settembre e dicembre 2025 in 45 città italiane, applicando il principio della “best technology” disponibile in ogni punto di rilevazione, quindi privilegiando il 5G dove presente.

Quali sono gli operatori coinvolti

L’analisi ha riguardato le reti mobili di Fastweb, Iliad, TIM, Vodafone e Wind Tre. Tutti operatori che, con infrastrutture proprie, coprono almeno il 50% della popolazione.

Non è una gara a chi vince, ma un monitoraggio complessivo delle prestazioni. E i numeri, nel complesso, raccontano di reti ormai mature.

Le città più veloci

Ci sono differenze interessanti nella velocità delle reti mobili a seconda delle città. A Roma la velocità media in download è di 325 Mbps, con 52 Mbps in upload. A Milano si sale a 329 Mbps in download e 64 Mbps in upload.A Torino si toccano i 355 Mbps in download e 67 Mbps in upload, mentre Bologna e Firenze restano sopra i 340 Mbps in download. Napoli si ferma a 284 Mbps, Palermo a 299 Mbps.

La sorpresa è Bari, che registra la media più alta tra le città citate: 416 Mbps in download e 75 Mbps in upload. Numeri che fanno impressione.

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Categorie: Web

Sanremo: 1,9 milioni di italiani hanno le canzoni del Festival come suoneria dello smarphone

Lo ha scoperto un’indagine di Facile.it commissionata all’istituto di ricerca EMG Different in occasione dell’imminente 76sima edizione del Festival di Saneremo: oltre 1,9 milioni  di italiani hanno scelto un brano della famosa kermesse musicale come suoneria del proprio cellulare

L’indagine ha anche stilato la classifica delle canzoni più gettonate per dare un suono speciale alle telefonate in arrivo o alla sveglia. E al primo posto gli italiani hanno scelto Olly, il vincitore della scorsa edizione del Festival di Sanremo. La sua Balorda nostalgia suona infatti su quasi 180.000 cellulari. In seconda posizione un’altra protagonista di Sanremo 2025, Giorgia con La cura per me, che squilla su oltre 152.000 telefoni, seguita dalla vincitrice morale di Sanremo 2012, Arisa. Nonostante siano passati 14 anni, La Notte conquista il terzo posto sul podio delle suonerie italiane (118.000).

I Måneskin suonano ancora su 4,8 milioni di telefoni

Quarto posto per i Cuoricini, dell’ormai ex coppia Coma Cose, mentre al quinto posto troviamo Irama con la sua Lentamente, che precede di un soffio Diodato (Fai Rumore) e Mahmood (Soldi). Chiudono la top ten i The Kolors (settimi con Tu con chi fai l’amore), Annalisa (Sinceramente) e ancora una volta Mahmood (Tuta Gold).
Da notare l’undicesimo posto di Loretta Goggi e Maledetta primavera, cantata sul palco del teatro Ariston nell’ormai lontano 1981.

Ma quale fra le canzoni vincitrici delle ultime 20 edizioni gli italiani sceglierebbero per dare un suono speciale al loro cellulari? 
Zitti e buoni dei Måneskin, che raccoglie il consenso dell’11% del campione totale, poco meno di 4,8 milioni di italiani.
Due hit di Vasco Rossi e Lucio Dalla che non hanno mai vinto
Secondo si classifica Francesco Gabbani con Occidentali’s Karma, che precede un altro plurivincitore del Festival: Marco Mengoni con Due vite.

E chi sceglierebbero invece fra i non vincitori?

A Sanremo perdere non significa insuccesso, anzi. E allora, fra le canzoni che hanno partecipato al Festival, ma non hanno conquistato il trofeo, gli italiani intervistati non hanno dubbi: la suoneria migliore per il cellulare sarebbe Vita Spericolata di Vasco Rossi (penultima al Sanremo 1983).

Medaglia d’argento per Colapesce Dimartino e la loro Musica leggerissima (quarti nel 2021) e bronzo per un vero mito della canzone italiana, Lucio Dalla con Piazza Grande (ottavo nel 1972).

Dagli indimenticabili big di allora a quelli di oggi

Quarto posto per le Donne di Zucchero, che al festival del 1985 arrivarono addirittura al 21°posto e che invece, adesso precedono la Tuta gold di Mahmood (sesta nel 2024) e Andrea Bocelli (Con te partirò, quarta nel 1995).

Settimo posto, ancora una volta per Giorgia e La cura per me (sesta lo scorso anno), ottavo per La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese (secondi nel 1996), nono ancora per Loretta Goggi e la sua Maledetta primavera (seconda nel 1981) e decimo per Arisa e La Notte, che precede di un soffio Lucio Corsi, undicesimo, con Volevo essere un duro (seconda al Festival 2025).

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Spesa e consumi delle famiglie italiane nel 2024 online e offline

Metà delle famiglie italiane arriva a generare circa il 70% della spesa complessiva per i consumi, mentre l’ultimo quintile contribuisce a poco più dell’8% del totale. La distribuzione mostra un indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito da 0 (uguaglianza perfetta) a 1 (massima disuguaglianza), pari a 0.29. Un valore, quindi, di moderata disuguaglianza.

Secondo l’elaborazione dei dati più recenti sui consumi delle famiglie italiane pubblicati da ISTAT la spesa delle famiglie italiane cresce più velocemente del numero di famiglie, segnalando una distribuzione non uniforme, ma concentrata.
In pratica, l’analisi mostra che il 40% del valore degli acquisti, sia offline sia online, è generato dal 20% di famiglie che spendono di più. 

La curva di concentrazione degli acquisti: un confronto fra Paesi 

La situazione italiana risulta stabile negli ultimi dieci anni (Istat, 2024) e un simile livello di concentrazione si ritrova in molti altri Paesi europei.
Il 40% italiano è infatti molto simile a quello rilevato in UK ed è superiore di qualche punto percentuale rispetto a Germania, Francia e Spagna.

Tuttavia, il confronto più interessante non è tra Paesi diversi, ma tra canali di acquisto diversi.
Cosa succede alla curva di concentrazione degli acquisti quando si prendono in considerazione gli oltre 70 miliardi di euro di acquisti online delle famiglie italiane in un anno?

Il canale online acuisce le dinamiche, non le attenua

Per rispondere a questa domanda, si può analizzare la curva di concentrazione degli acquisti online effettuati dagli italiani su Amazon e usando PayPal, registrati grazie ai dati di Logline di Human Highway. Anche qui, l’informazione più interessante è la struttura della curva, che mostra una concentrazione molto elevata.

Sia per gli acquisti su Amazon (che riguarda principalmente prodotti) sia per quelli pagati con PayPal (che generano valori simili sia per i prodotti sia per i servizi), si nota che una quota relativamente ristretta di famiglie genera una parte molto consistente del valore complessivo.
In altri termini, l’online non attenua la concentrazione della spesa ma, anzi, ne esalta le dinamiche già presenti nei consumi complessivi.

Amazon e PayPal “alimentati” dal 20% degli account più alto-spendenti

I dati relativi alla spesa su Amazon o con PayPal mostrano che il 20% degli account più alto spendenti è responsabile del 55% del valore degli acquisti su Amazon e del 64% del valore sviluppato con PayPal.
Si tratta di concentrazioni molto elevate (coefficiente di Gini superiore a 0.6).

La conclusione è che la dinamica di spesa online non può ritenersi una proxy della spesa any-channel perché i comportamenti di acquisto sono molto diversi.
Anche se l’e-commerce italiano vale circa un decimo della spesa complessiva delle famiglie, la sua configurazione mostra una struttura peculiare. Pochi milioni di famiglie, insomma, alimentano gran parte dei flussi degli acquisti online.

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Mobilità internazionale: interessa oltre il 14% degli italiani

La libertà di circolazione dei lavoratori europei all’interno del Mercato Unico, Svizzera inclusa, è uno degli elementi centrali degli accordi economici vigenti tra i Paesi, fattore che consente ai cittadini di vivere e lavorare in qualsiasi Stato aderente senza la necessità di permessi speciali o visti di lavoro.
I lavoratori con esperienze maturate in Paesi diversi da quello di residenza, definiti lavoratori con mobilità internazionale, rappresentano una componente significativa all’interno dell’area.

Secondo un’analisi di Indeed, il 14,8% dei candidati italiani alla ricerca di un impiego vanta esperienze professionali oltre confine. La media dell’area del Mercato Unico Europeo si attesta al 16,7%, con picchi che superano il 40% in Irlanda e il 50% in Svizzera.

Lavorano all’estero profili eterogenei

La mobilità internazionale include profili eterogenei: da espatriati o migranti che hanno iniziato la carriera nel Paese d’origine e poi si sono trasferiti a lavoratori locali con esperienze temporanee all’estero fino a lavoratori transfrontalieri che mantengono la residenza in un Paese, ma sono impiegati in un altro.

Quest’ultima categoria, che comprende anche professionisti stagionali o chi lavora regolarmente da remoto per aziende con sede oltreconfine, ha raggiunto nel 2023 quota 1,8 milioni (+3% vs 2022).
Guidano la classifica di provenienza Francia, Germania e Polonia, mentre tra le destinazioni prevale il Lussemburgo, dove i transfrontalieri rappresentano il 47% della forza lavoro.

Management e ristorazione occupazioni principali dei transfrontalieri

Le professioni di management e della ristorazione restano le principali occupazioni dei lavoratori transfrontalieri, indipendentemente dal Paese di impiego.
Tra i residenti in Italia che lavorano oltreconfine, oltre il 15% è impiegato nella ristorazione, il dato più alto tra i Paesi dell’area, seguito dal management e dai professionisti delle vendite.

Ai tradizionali lavoratori residenti in un Paese e impiegati in un altro si aggiunge il fenomeno in rapida espansione del telelavoro transfrontaliero.
Nel 2020 quasi 400.000 persone (0,37% della forza lavoro) svolgevano attività da un altro Paese, con concentrazioni più elevate in Lussemburgo, Belgio e Francia.

Il “lavoro senza frontiere” non è privo di sfide

Nel 2023, un Accordo Quadro ha innalzato dal 25% al 49,9% la soglia di lavoro da remoto dal Paese di residenza mantenendo la copertura sociale del datore di lavoro, nel caso in cui entrambi gli Stati siano firmatari.
A oggi vi hanno aderito 18 Paesi, ampliando la flessibilità ma lasciando irrisolte alcune questioni di fiscalità transfrontaliera.
La libertà di movimento in Europa offre vantaggi evidenti, riferisce Adnkronos, ma produce effetti eterogenei.

“In un’area vasta come il Mercato Unico Europeo il lavoro transfrontaliero contribuisce a colmare carenze, sostenere le economie locali e consentire ai lavoratori di vivere in Paesi con un costo della vita più basso – commenta Lisa Feist, economista di Indeed -. Allo stesso tempo, mette in evidenza la dipendenza che alcune economie hanno sviluppato dagli afflussi di manodopera straniera. Inoltre, le differenze in termini di salari, regolamentazioni e protezioni sociali indicano che il ‘lavoro senza frontiere’ non è privo di sfide”. 

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Italia, il boom del turismo matrimoniale

E’ proprio vero che l’amore non ha confini: l’Italia continua a essere una delle mete preferite per celebrare il matrimonio, soprattutto per coppie straniere che vivono all’estero e decidono di dire sì proprio qui. Insomma, il nostro Paese ai vertici della cladssifica del turismo matrimoniale. Non si tratta semplicemente di una questione di bellezza dei luoghi, ma di atmosfera, di stile di vita, di quel modo tutto italiano di rendere speciali anche le cose semplici.

La conferma dell’appeal dell’Italia quale patria del ‘sì’ arriva dall’Istat: nel 2024 sono state celebrate 3.378 nozze tra sposi entrambi stranieri e non residenti. Rappresentano quasi il 2% di tutti i matrimoni avvenuti nel Paese e raccontano un fenomeno che, dopo la frenata del Covid, ha ripreso a correre. 

Dopo la pandemia “scoppia” l’amore 

Il trend del turismo matrimoniale è stato in crescita fino al 2019. Poi è arrivato lo stop improvviso imposto dalla pandemia. In un solo anno, le nozze tra stranieri non residenti sono crollate da oltre 4mila a meno di mille, con una riduzione superiore al 77%. Viaggi bloccati, cerimonie rimandate, sogni messi in pausa.

Dal 2021 in poi, però, qualcosa ha ricominciato a muoversi. Prima con cautela, poi con maggiore decisione, fino ai numeri registrati nel 2024, che segnano un ritorno alla normalità, anche se senza gli eccessi del passato.

Si sceglie l’Italia perché è un’esperienza 

A scegliere l’Italia sono soprattutto coppie provenienti da Paesi economicamente avanzati, attratte da un’idea di matrimonio che va oltre la cerimonia.

Ville storiche, borghi, colline, città d’arte: sposarsi qui significa trasformare il matrimonio in un’esperienza da condividere con amici e familiari, spesso unendo rito e vacanza. Un racconto che continua ad affascinare, nonostante i cambiamenti globali.

Le nozze degli stranieri che vivono in Italia

Diversa, ma altrettanto interessante, è la situazione dei matrimoni tra cittadini stranieri residenti in Italia. Nel 2024 sono stati 4.929, in calo di circa il 5% rispetto all’anno precedente. Rappresentano poco meno del 60% di tutte le nozze che coinvolgono sposi entrambi stranieri. Anche qui, però, i numeri vanno letti con attenzione.

Molti cittadini immigrati arrivano in Italia dopo essersi già sposati nel Paese d’origine oppure scelgono di tornare temporaneamente a casa per celebrare il matrimonio. Per questo motivo, una parte consistente di queste unioni avviene all’estero e non compare nelle statistiche italiane.

Bellezze italiane a fare da cornice al sì

Il turismo matrimoniale e le nozze degli stranieri residenti raccontano, in fondo, la stessa cosa: l’Italia continua a essere un luogo simbolico nei percorsi di vita di molte persone.

Un Paese che fa da sfondo a storie diverse, intrecciate, spesso lontane, ma che trovano qui il momento più importante della loro vita.

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Saldi d’inverno: consumatori sempre più attenti e consapevoli 

C’è chi li aspetta tutto l’anno e chi li guarda con distacco, ma i saldi invernali restano un appuntamento fisso nel calendario degli italiani. Con l’avvio della stagione 2026, il clima che si respira è composto da un mix di attesa, qualche speranza e una voglia moderata di concedersi uno sfizio.

A dirlo è una ricerca di Confcommercio, realizzata insieme a Format Research, che fotografa abitudini e umori dei consumatori.

C’è la voglia di comprare, ma senza eccessi

Secondo l’indagine, quasi sei italiani su dieci sono pronti a fare acquisti approfittando degli sconti. Non si tratta però di una corsa pazza alle vetrine. Per molti, i saldi rappresentano piuttosto l’occasione giusta per recuperare un acquisto rimandato da mesi.

l 47,3% degli intervistati parla chiaramente di prodotti desiderati da tempo, scelti con calma. Il resto guarda al portafoglio con prudenza: oltre la metà comprerà solo ciò che è davvero necessario, mentre una parte preferirà puntare su articoli di qualità o sul miglior prezzo possibile.

La moda si conferma il settore più desiderato

Abbigliamento e calzature restano i protagonisti indiscussi dei saldi. I capi di vestiario interessano oltre il 90% degli acquirenti, le scarpe superano l’80%. Seguono accessori e articoli sportivi, scelte più mirate ma comunque presenti.

Cambia però l’approccio: meno acquisti d’impulso, più attenzione a ciò che può durare nel tempo.

Addio barriere tra negozio e online

Anche il modo di comprare racconta un cambiamento ormai consolidato. Circa sette consumatori su dieci alterneranno negozi fisici ed e-commerce. Si entra in negozio per toccare con mano, si confrontano i prezzi online, poi si decide.

Soltanto una minoranza opta per un’unica modalità. Il commercio, oggi, vive su più binari.

Il clima cambia e l’armadio si adegua

Il clima poi gioca un  ruolo sempre più rilevante. Gli inverni meno rigidi stanno modificando le scelte: molti rinviano l’acquisto di cappotti pesanti, altri preferiscono capi più leggeri.

Un fenomeno che non passa inosservato nemmeno alle imprese, l’80% delle quali segnala un avvio più lento della domanda di abbigliamento invernale.

I negozianti tra attese e realismo

Dal lato delle imprese, le aspettative restano caute. La maggioranza offrirà sconti fino al 30% e oltre la metà confida nell’arrivo di nuovi clienti.

Per molte attività, i saldi valgono fino a un quinto delle vendite annue. Ma il contesto resta delicato: il 38% degli imprenditori segnala un calo dei ricavi nel 2025 rispetto all’anno precedente.

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Mercato immobiliare, aumenta il volume delle compravendite nel I trimestre 2025

Secondo i dati ISTAT su base congiunturale nel I trimestre 2025 l’indice destagionalizzato delle compravendite immobiliari accelera la crescita già osservata negli ultimi tre trimestri 2024, trainato soprattutto dal Nord e dal Mezzogiorno. Solo il Centro è in controtendenza.

Il primo trimestre 2025 apre l’anno con 228.623 compravendite. I volumi intermediati aumentano rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+8,7%), quando il mercato immobiliare aveva registrato una contrazione del -4,0% sul I trimestre 2023
Aumentano anche le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare risultano in crescita. Nello stesso periodo del 2024 i mutui segnavano un -12,0% rispetto al I trimestre 2023.

Comparto abitativo: in calo solo Centro e Sud

Le 228.623 compravendite immobiliari includono le convenzioni notarili di compravendita e le altre convenzioni relative ad atti traslativi a titolo oneroso per unità immobiliari.
Il dato è in crescita rispetto al trimestre precedente (+1,5% destagionalizzato) e su base annua (+8,7% dato grezzo).

Nel confronto congiunturale le compravendite del comparto abitativo aumentano nel Nord-Ovest (+5,1%) e nelle Isole (+1,7%), risultano stabili nel Nord-Est (+0,3%) e in diminuzione al Centro (-2,1%) e al Sud (-0,9%).
Le compravendite di immobili a uso economico aumentano in tutte le aree (Nord-Ovest +4,6%, Nord-Est +1,8%, Centro +1,3%, Sud e Isole +0,4%).

La maggior parte delle convenzioni riguarda immobili a uso abitativo

Il 93,8% delle convenzioni stipulate riguarda i trasferimenti di proprietà di immobili a uso abitativo (214.545), il 5,8% a uso economico (13.311) e lo 0,3% a uso speciale/multiproprietà (767).

Rispetto al I trimestre 2024 le transazioni immobiliari crescono nel comparto abitativo (+9,5%) e rimangono stabili nel comparto economico (-0,5%). A livello territoriale, il comparto abitativo aumenta su base annua nel Nord-Ovest (+17,2%), nel Nord-Est (+13,2%), nelle Isole (+6,9%) e al Sud (+6,1%), mentre diminuisce al Centro (-4,0%). Il comparto economico cala al Centro (-8,7%) e nel Nord-Est  (-4,8%), mentre cresce al Sud (+9,3%), nel Nord-Ovest e nelle Isole (+1,2%). Nell’ambito del comparto abitativo le compravendite aumentano nei piccoli (+9,6%) come nei grandi centri (+9,2%), mentre nel comparto economico calano nei grandi centri (-2,1%) e restano stabili nei piccoli (+0,5%).

I mutui sono 88.820, +31,5%

Anche nel caso dei mutui, l’indice destagionalizzato mostra una crescita più sostenuta rispetto a quella registrata nei tre trimestri precedenti.
Nel I trimestre 2025 le convenzioni notarili per mutui, finanziamenti e altre obbligazioni con costituzione di ipoteca immobiliare sono 88.820.
Rispetto al trimestre precedente la variazione percentuale è +6,4% (dato destagionalizzato), mentre su base annua è +31,5% (dato grezzo).

Su base congiunturale l’aumento interessa il Nord-Ovest (+11,0%), il Sud (+6,1%), il Nord-Est e le Isole (entrambi +5,5%). Il Centro, al contrario, è in calo (-0,7%).
Su base annua invece la crescita interessa tutto il territorio nazionale: Nord-Ovest +40,5%, Nord-Est +35,0%, Sud +31,3%, Isole +28,9%, Centro +13,2%, e sia i piccoli sia i grandi centri, rispettivamente +32,9% e +29,8%.

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L’Italia che assume: servono laureati, tecnici ITS e diplomati, ma la metà dei profili è “introvabile”

Le imprese italiane sanno di cosa hanno bisogno. Il problema è che, troppo spesso, non riescono a trovarlo. A dirlo è l’ultima fotografia scattata dal Sistema informativo Excelsior, sviluppato da Unioncamere con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sostenuto dal Programma nazionale Giovani, donne e lavoro cofinanziato dall’Unione europea. I dati arrivano in occasione della 34ª edizione di Job&Orienta, il salone veronese dedicato a scuola, formazione e lavoro.

Quest’anno le aziende avevano programmato l’ingresso di 670mila laureati, 120mila diplomati ITS Academy, oltre 1,3 milioni di diplomati delle scuole superiori e 2,3 milioni di qualificati professionali. Numeri imponenti, che però si scontrano con una dura realtà: quasi un profilo su due è difficile da reperire. Per i tecnici ITS la percentuale schizza al 57,3%, mentre tra i laureati la difficoltà supera il 50%.

Unioncamere: “Serve un orientamento più precoce”

“Il divario tra ciò che le imprese cercano e ciò che il mercato offre resta molto ampio”, osserva Andrea Prete, presidente di Unioncamere. Un fenomeno tutt’altro che esclusivamente italiano, ma che nel nostro Paese pesa come un macigno sulla competitività.

Secondo Prete, servono tre mosse decisive: orientamento scolastico avviato prima, un rapporto più stretto tra università e imprese per trattenere i giovani talenti, e un dialogo più fluido tra formazione e mondo produttivo.

A “caccia” di laureati, ma difficili da trovare

Le lauree più gettonate restano economia (193mila ingressi potenziali) e ingegneria (127mila). Seguono gli indirizzi dedicati all’insegnamento e alla formazione e quelli sanitari e paramedici. Per i giovani sotto i 30 anni, spiccano le opportunità nelle aree statistiche e motorie.

A complicare il quadro è il mismatch più duro proprio nelle discipline STEM: chimica e farmaceutica (72,4% di difficoltà di reperimento), area sanitaria (70,8%) e medico-odontoiatrica (67,2%).

Tecnici ITS sempre più richiesti, ma quasi impossibili da reperire

Sul fronte ITS le imprese cercano soprattutto profili legati ai servizi alle aziende, alla meccatronica e all’innovazione di prodotto.

Le opportunità per gli under 30 sono altissime, in particolare nei settori della mobilità e dell’energia sostenibile. Eppure oltre metà dei tecnici non si trova, con tassi di irreperibilità che sfiorano il 94% nella sostenibilità energetica.

Diplomati e qualificati: carenze nei percorsi tecnici

Tra i diplomati, amministrazione–finanza–marketing guida la classifica delle richieste, seguita dal turismo e dagli indirizzi tecnici. Anche qui, quasi 634mila profili risultano introvabili.

Nel mondo della formazione professionale, ristorazione, logistica e meccanica restano gli ambiti più richiesti, ma oltre 1 milione di profili IeFP (47%) è difficile da trovare, con criticità che superano il 60% nelle competenze meccaniche, termoidrauliche ed elettriche.

Un’emergenza strutturale che chiede risposte

Il 2025 conferma dunque un trend che non è più un’eccezione ma una costante: l’Italia cerca competenze che non ha, mentre i giovani faticano a orientarsi in un mercato del lavoro che cambia a velocità record.

Un nodo da sciogliere con politiche lungimiranti, formazione mirata e un orientamento che accompagni davvero le scelte dei ragazzi. Perché senza un incontro tra domanda e offerta, la crescita rischia di restare solo sulla carta.

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Salute e benessere: per gli italiani sono sinonimo di sostenibile

Il 92% degli italiani sono consapevoli della connessione tra salute e ambiente, ma allo stesso tempo si sentono schiacciati da preoccupazioni globali (guerre, cambiamento climatico, deterioramento ambientale) e dalla sensazione che il proprio destino dipenda soprattutto da fattori economici incontrollabili (62,4%).

In Italia la sostenibilità sociale ha il volto della fragilità.
Quasi nove cittadini su dieci guardano con paura al futuro del pianeta, e oltre l’80% teme per il futuro del Paese. Inoltre, più di sette italiani su dieci vivono con ansia il proprio domani.
Sono i segnali d’allarme che emergono dall’indagine realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia in occasione della Social Sustainability Week.

Sostenibilità sociale e Sistema Sanitario Nazionale

Il 46% degli italiani dichiara di avere fiducia nel Sistema Sanitario Nazionale, mentre il 54% esprime scetticismo o sfiducia.
La sostenibilità sociale tocca direttamente anche il rapporto con il SSN. Si tratta di una criticità che non riguarda la qualità del personale, considerato preparato dal 58% degli intervistati, ma piuttosto la capacità organizzativa e la carenza di risorse. Tanto che l’81% ritiene che il numero degli operatori sanitari sia insufficiente.

Questa percezione porta oltre la metà del campione (53%) a considerare indispensabile una assicurazione integrativa, e spinge il 67% a ritenere inevitabile il ricorso alla sanità privata, segnale di un bisogno crescente di sicurezza e accessibilità nelle cure. 

Il ruolo sociale delle imprese

In un contesto in cui le istituzioni e i soggetti collettivi sono percepiti come meno efficaci, si ampliano le aspettative nei confronti delle imprese, chiamate sempre più a svolgere un ruolo sociale.
Quando organizzazioni e aziende parlano di sostenibilità trasmettono speranza o interesse (54%). Solo l’8% si dichiara indifferente.

Al mondo del lavoro gli italiani chiedono innanzitutto stabilità contrattuale, considerata prioritaria dal 53% degli intervistati, relazioni positive tra colleghi, indicate dal 47% e flessibilità e smart working (34%). L’attenzione alla salute e la domanda di un’ampia offerta di welfare aziendale (26%) superano, anche se di poco, la rilevanza attribuita all’assenza di discriminazione e pari opportunità (23%) e alla formazione (22%).

“Il lavoro diventa il luogo in cui si cerca stabilità”

Il 60% ritiene tuttavia insufficiente l’attuale impegno aziendale per il benessere e il 61% del campione pensa che le aziende dovrebbero promuovere servizi psicologici. Ma solo il 16% conosce aziende che li offrono.

“La crescente vulnerabilità e la carenza dei presìdi collettivi spingono le persone a rivolgere alle imprese aspettative un tempo rivolte alle istituzioni – dichiara Cristina Cenci, antropologa e Senior Partner di Eikon -. Il lavoro diventa il luogo in cui si cercano stabilità, relazioni sane e tutela del benessere. Questa trasformazione segnala un cambiamento profondo nei bisogni comunitari. Le aziende che sapranno accoglierlo contribuiranno a rafforzare nuove forme di sicurezza condivisa”.

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Imprese, quanto è difficile il passaggio generazionale?

Il passaggio generazionale è da sempre un momento delicato per le famiglie dell’imprenditoria italiana. Non si tratta solo di cedere un ruolo o un’azienda, ma di riuscire a trasferire valori, visione e senso di responsabilità. Un tema che oggi, più che mai, preoccupa gli imprenditori italiani.

Lo conferma una ricerca condotta da Nexta Società Benefit, partner che affianca le imprese familiari nei loro percorsi di crescita. Lo studio, avviato nel giugno 2025 e concluso in autunno, ha coinvolto 45 famiglie concentrate soprattutto tra Lombardia e Veneto, con presenze significative anche in Emilia-Romagna, Toscana e Puglia.

Il timore del “vuoto” generazionale

Un dato colpisce più degli altri: quattro imprenditori su dieci temono che la nuova generazione possa non essere presente in azienda. Il 22% immagina un coinvolgimento minimo, mentre il 20% vede un ingresso più numeroso, da tre a cinque giovani.

Si tratta di imprese solide: il 30% supera i 100 milioni di fatturato e opera in settori che vanno dall’agroalimentare alla manifattura, dall’impiantistica alla chimica, fino ai comparti più innovativi. Il campione spazia da realtà alla seconda generazione fino a famiglie giunte ormai alla quinta, con un 20% di prime generazioni impegnate nella costruzione del proprio modello di governance.

Aumentano gli scambi e le forme di amministrazione

Nonostante i timori, emerge un lento ma percepibile cambiamento nel modo di gestire il patrimonio familiare. Il 26% delle famiglie coinvolge tutti i membri nelle scelte strategiche, mentre il 28% si affida ai componenti più anziani. Un buon 36% continua invece a prendere decisioni in autonomia.

Anche sul fronte aziendale lo scenario è variegato: nel 22% dei casi decide tutta la famiglia, nel 29% un Cda a maggioranza familiare, nel 17% un Cda con prevalenza di membri esterni. Il 27% mantiene la guida diretta dell’imprenditore, mentre il 5% si affida a un amministratore delegato esterno.

Conflitti: ancora poco espressi 

La ricerca mostra che il 44% degli imprenditori non ha mai affrontato apertamente un conflitto familiare, segnale che spesso i problemi restano sotto traccia. Il 26% preferisce prevenirli con il confronto, mentre solo il 16% dichiara di averli risolti definitivamente.

Qui entra in gioco il ruolo dei professionisti: considerati “non necessari” solo dal 22% del campione, sono invece ritenuti fondamentali per facilitare il dialogo, definire i valori comuni, gestire assetti societari e, quando serve, rivedere il modello fiscale.

Senza solidità non si cresce 

Dalle interviste emerge una consapevolezza ormai diffusa: senza crescita, la solidità di lungo periodo rischia di indebolirsi.

Il 34% valuta acquisizioni, un quarto non esclude l’ingresso di fondi (in alcuni casi anche con quote di maggioranza) e il 15% considera perfino la cessione dell’azienda, scelta dolorosa ma talvolta necessaria. Il 24% preferisce invece attendere e osservare l’evoluzione del contesto economico.

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